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Cinema

Tiffany e la sua fata Audrey

Il no di Marilyn Monroe, la rabbia di Truman Capote, gli abiti da sogno e una protagonista incantevole: la vera storia di un film entrato nella leggenda

L'attrice Audrey Hepburn alla prima di ''Colazione da Tiffany'' al cinema Fiammetta di Roma il 16 novembre 1961. (Credits: ANSA ARCHIVIO)

Libro, autore, film, interpreti, colonna sonora: di Colazione da Tiffany tutto è diventato leggenda. Ma l'aneddoto più bello riguarda la genesi del titolo. Una storia poco nota ma irresistibile: tutto comincia con Truman Capote che, chiacchierando con un amico, scopre un episodio accaduto a Manhattan durante la Seconda guerra mondiale. Ne è protagonista un ricco e maturo signore che, dopo essere stato a letto con un marinaio straniero, appena sbarcato a New York, decide di sdebitarsi con un regalo. È domenica, però, e i negozi sono tutti chiusi: non resta che invitare il giovanotto a pranzo in uno dei locali più chic della città. "Dove vuoi andare? Scegli...". E il ragazzo, che della Grande Mela sa poco o nulla ma ha sentito parlare di un posto molto chic, risponde: "Portami a colazione da Tiffany".

Qualche anno dopo, lo scrittore ricrea la scena, e dalla carta alla celluloide il passo è brevissimo. Solo che, a rifocillarsi davanti alla gioielleria più famosa del mondo, non è una coppia di amanti gay ma Audrey Hepburn, una delle attrici più belle ed eleganti di sempre.

A proposito: secondo voi, ha fatto più Audrey per Tiffany o Tiffany per Audrey? È un domandone, amici. Okay, passeggiare davanti alle vetrine della Quinta Strada ha trasformato l'attrice in una leggenda di Hollywood, ma anche al tempio del lusso non è andata male: quale campagna pubblicitaria avrebbe potuto ottenere l'effetto prodotto da quegli occhi da cerbiatto, fissati su orecchini e bracciali? Una magia che dura da 51 anni (il film è uscito negli Stati Uniti il 5 ottobre 1961), e non si è ancora affievolita.

E pensare che, se fosse dipeso da Truman Capote, a interpretare Holly Golightly sarebbe stata Marilyn Monroe, un'attrice che lo scrittore adorava. Era a lei che aveva pensato scrivendo il romanzo, e oltre tutto la bionda diva aveva in comune con lui un'infanzia disgraziata, elemento questo che faceva molto effetto sullo scrittore. Fu Marilyn, in ogni caso, a liberare il ruolo: Lee Strasberg, suo maestro di recitazione e ascoltatissimo consigliere, le fece notare che interpretare una prostituta avrebbe potuto nuocerle, e la Monroe gli diede ascolto. Non poteva certo immaginare che, nella sua trasposizione cinematografica, miss Golightly si sarebbe trasformata in un'icona di stile.

Già, perché leggendo il libro si fa la conoscenza con una squillo che ha subito un aborto, fuma abitualmente marijuana, è bisessuale e smoccola come uno scaricatore di porto. Con sommo scorno di Capote, la cura Hollywood cancella tutto: Holly diventa una dolce creatura che, per quanto si guadagni da vivere "facendo la toletta" con vecchi danarosi, somiglia più a una mannequin della Maison Chanel che a una escort d'alto bordo. Una metamorfosi che irritò moltissimo il collerico Truman, mai però quanto il lieto fine, inventato di sana pianta dalla produzione. Dopo l'ennesima delusione amorosa, la vera Holly avrebbe dovuto lasciare Manhattan, per continuare chissà dove la sua confusa ricerca della felicità; che delusione per il suo creatore vederla invece accasata con l'amico scrittore Paul, che nel libro autorizzava tra l'altro qualche ipotesi di omosessualità.  

Capote non sapeva, o faceva finta di ignorare, che i produttori sono come i clienti di Holly: pagano, ma poi fanno ciò che vogliono. Per la Hollywood di quei tempi, Truman era troppo avanti, troppo graffiante: la contestazione era ancora lontana, e la gente pagava il biglietto per sognare. E qui per i romantici c'era tanta roba: la storia d'amore tra Holly e Paul Varjack, impersonato dal ceruleo George Peppard; la leggendaria Moon River, scritta da Henry Mancini apposta per la Hepburn e poi premiata con l'Oscar per la miglior canzon; i meravigliosi vestiti della primadonna, tra cui il tubino nero di Givenchy messo all'asta nel 2006 a Londra, da Christie's, e aggiudicato per 807.000 dollari; infine, la strepitosa performance della protagonista.

Quando si presentò sul set, la Hepburn aveva partorito da tre mesi, eppure sembrava una fata. Anche lei aveva avuto qualche esitazione ad accettare la parte ma alla fine aveva detto sì: le staccarono un assegno di 750.000 dollari. Nessuna attrice, a parte Liz Taylor per Cleopatra, fino ad allora era stata pagata tanto. Sfiorò anche l'Oscar, ma la ciociara Sophia Loren glielo soffiò. Pazienza, i motivi di consolazione non le sono mancati: se ancora oggi, fatto rarissimo per un titolo che ha mezzo secolo, il film continua a essere acquistato e noleggiato, il merito è in gran parte suo. E della sua mania di preferire, anche appena alzata, i gioielli alle brioches.

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