Cinema

Quentin Tarantino presenta Django: 'Devo tutto al cinema italiano'

Così il regista di Bastardi senza gloria: "Sono un grande fan di Leone e Corbucci, il mio film è un omaggio ai loro capolavori"

Quentin Tarantino sul set di Django Unchained (Credits: Warner Bros Pictures)

Quentin Tarantino è tornato ed è più scatenato che mai. Il suo attesissimo Django Unchained, che approderà il 17 gennaio in 500 sale italiane, non delude, anzi conferma il gusto del padre di Pulp Fiction per le riletture personali, iperboliche e umoristiche (in una parola: tarantiniane, appunto) nel rileggere la storia.

Così, dopo il successo di Bastardi senza gloria, Tarantino osa proporre un divertente spaghetti western – dichiarandosi “perdutamente innamorato dei due Sergio, Leone e Corbucci” - per raccontare la schiavitù negli Stati Uniti, senza risparmiare gli orrori quotidiani perpetrati nelle piantagioni. A nulla valgono le polemiche aprioristiche di Spike Lee: il protagonista Jamie Foxx, alla presentazione del film a Roma con il regista e i colleghi (Jamie Foxx, Christoph Waltz, Kerry Washington, Samuel L. Jackson e Franco Nero), le liquida in un istante.

“Non sprecherei tempo a parlarne: Tarantino è un pioniere per tutto quello che riguarda la regia. Sapevamo tutti di affrontare questioni scottanti, immaginavamo che avrebbero sparato sul film a prescindere da quello che avremmo fatto.  Ma tutti abbiamo amato il progetto sin dall’inizio, come una grande famiglia”. Poi la parola passa a lui, il capo-stipite di questa insolita famiglia di attori, istrionico sul set (nel film si ritaglia una piccola parte letteralmente “esplosiva”), più riservato con i giornalisti. O forse solo più attento: non una parola su Spike Lee, né sul razzismo ancora serpeggiante nell’America di oggi.

Raccontare la schiavitù con uno scatenato spaghetti western: come le è saltato in mente?
Ho sempre avuto un debole per lo spaghetti western, è più forte di me: adoro quella contaminazione tra il surrealismo, le musiche che dettano il montaggio, l’attenzione registica... E poi, a dirla tutta, si contano sulle dita di una mano le volte in cui è stata affrontato il tema della schiavitù al cinema, per di più attraverso il genere western.

Oltre alla presenza di Franco Nero, in cosa il suo film è debitore all’originale di Corbucci?
Entrambi sono film sul razzismo che provoca genocidio, quindi ci sono stati collegamenti, ma io avevo una mia storia da raccontare tutta diversa. Intendevo però omaggiare lo spaghetti western, e quel mix pazzesco di violenza e surrealismo. Se mi passate la metafora, volevo prendere il cappello di Franco Nero e metterlo sulla testa di Jamie Foxx.

Ci descrive il suo processo di scrittura, denso di idee e personaggi originali?
E’ curioso, quando inizio una sceneggiatura magari ho un’idea dei personaggi e del dove farli arrivare, ma preferisco vederli prendere vita via via che la storia si dipana. A un certo punto mi accorgo che le cose sono già nell’aria e mi raggiungono come una calamita. Molte, poi, sono scelte narrative quasi casuali: dopo 50 pagine di sceneggiatura Waltz mi porta a vedere “L’anello del Nibelungo” di Wagner. Ne resto affascinato. Conoscevo anche la figura di Sigfrido, così alla fine ho inserito tutto questo nel film: trovavo fantastico far corrispondere la leggenda nordica a una simmetrica ricerca di un americano di origini africane.

Dai suoi film emerge sempre un intenso lavoro attoriale: come dirige il suo cast?
Facciamo molte prove. E il 50% del tempo lo passiamo a discutere dei rapporti reciproci tra i personaggi, come si sono incontrati, come sono cresciuti, e così via. Per me è fondamentale che gli attori conoscano alla perfezione il passato dei loro personaggi. E che magari non cambino troppo i miei dialoghi, a parte Samuel L. Jackson: lui canta così bene che lo lascio spesso libero di esprimersi come vuole.

© Riproduzione Riservata

Commenti