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Cinema

Sylvester Stallone, Rambo compie 30 anni

Il 18 novembre 1982 usciva nelle sale italiane un film spettacolare che ha fatto epoca. Anche per una tesi molto scomoda: a volte i reduci del Vietnam sono stati trattati peggio dei delinquenti

(Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Il romanzo era praticamente finito: la storia di un reduce del Vietnam, e del suo problematico ritorno alla vita “normale”. L'autore, il canadese David Morell, non riusciva però a trovare per il protagonista un nome che lo convincesse sul serio. Poi un giorno del 1972, tornando dal supermercato, sua moglie appoggiò sul tavolo un sacchetto pieno di bellissime mele, che attirarono l'attenzione dello scrittore: "Ti piacciono? Sono le Rambo", spiegò lei. Una varietà che, secondo gli esperti, prende il nome da Peter Gunnarsson Rambo, lo svedese che, nella prima metà del XVII secolo, fondò insieme ad altri connazionali il più grande insediamento europeo nel continente nordamericano.

La signora Morell non poteva immaginare che, facendo la spesa, aveva inconsapevolmente battezzato uno dei personaggi più popolari del cinema d'azione. Già, perché dieci anni dopo l'uscita di First Blood (questo il titolo del libro), la Warner Bros lancia il film omonimo, che in Italia esce con il titolo Rambo e arriva nelle sale il 18 novembre 1982. Il romanzo non era certo destinato all'Olimpo della letteratura, ma il film supera invece di gran lunga le attese: spettacolare e appassionante, dimostra un'originalità che ancora oggi resiste e, trent'anni dopo, ne fa a tutti gli effetti un classico. Non a caso lo stesso Stallone, ospite pochi giorni fa del Festival del Film di Roma , ha confessato di sognare un ritorno sullo schermo del guerriero malinconico e letale .

Lo spunto del film è arcinoto: John Rambo è un ex eroe della guerra in Vetnam, che si reca a Hope, un'immaginaria cittadina di provincia, per salutare un commilitone. Neppure il tempo di scoprire che l'amico è morto, a causa dei micidiali gas inalati in battaglia, ed ecco che lo sceriffo del posto (Brian Dennehy) lo prende di petto e, dopo averlo provocato senza motivo, dandogli del vagabondo, lo arresta con un pretesto e lo fa pestare dai suoi uomini. Nessuno di questi poveretti sa che Rambo è una vera macchina da combattimento, che scatenerà una guerra privata contro di loro e, prima di arrendersi al colonnello Trautman (Richard Crenna), l'ufficiale che lo aveva addestrato, trasformerà Hope in un cumulo di macerie.

Certo, è sempre questione di punti di vista: per i più giovani Rambo è un action movie come tanti che, essendo invecchiato piuttosto bene, viene periodicamente riproposto in televisione, conservando i vecchi fan e conquistandone sempre di nuovi. Chi ha qualche anno in più, però, non può dimenticare l'inatteso e straordinario fenomeno che questo film rappresentò all'uscita. Prima di tutto per il successo di pubblico, accompagnato una volta tanto dai giudizi lusinghieri della critica, mai troppo tenera con Stallone, e poi per l'influenza che il look e le imprese del protagonista esercitarono sull'opinione pubblica. Anche in Italia il personaggio ispirò torme di emuli che, sprezzanti del ridicolo, giravano in mimetica per le metropoli dandosi arie da duri. Nessuno, fortunatamente, arrivò al punto di buttarsi nel vuoto per sfuggire a un cecchino, o di uccidere un orso per poi cucinarlo e spegnere così i morsi della fame. Molti però scoprirono il fascino della vita spericolata, tra vacanze perigliose e prove estreme che, nelle loro intenzioni, avrebbero dovuto dimostrare il loro status di uomini duri. È soprattutto per colpa di questi poveretti se il film di Ted Kotcheff sul momento è stato liquidato come roba da tamarri o, quanto meno, una banale rivistazione di Rocky in versione guerriglia. Poi però, con il passare degli anni, i meriti del film sono emersi chiaramente e gli hanno garantito la riabilitazione, meritatissima per almeno due motivi.

Il primo è Stallone, alle prese con il ruolo perfetto per lui. Sly è sempre stato bravo a raccontare i perdenti e quelli che si sentono tali anche se, come Rocky, in realtà sono campioni del mondo. Qui però supera se stesso: il suo è un antieroe esplosivo e disperato al tempo stesso, un uomo tragico che sogna la pace e sa fare solo la guerra. Prima che venisse proposto a lui, il ruolo di Rambo è stato offerto a tutta la Hollywood che conta (Al Pacino, Robert De Niro, Dustin Hoffman, Clint Eastwood, Michael Douglas), ma nessuno l'ha voluto. Meglio così perché, solo ed esclusivamente per questo film, nessuno era meglio di Stallone.

Il secondo fattore che fa di Rambo un film storico è anche il più importante: la sua carica sovversiva. Sto esagerando? Non rispondete subito e pensateci bene. Siamo nel 1982, non sono passati neppure dieci anni da quando le ultime truppe americane hanno lasciato il Vietnam. Dal Sud Est asiatico, gli Stati Uniti sono tornati con un bilancio non proprio eclatante: 58.000 morti, 303.000 feriti, una spesa di 165 miliardi di dollari, una figuraccia colossale (che ha spaccato in due l'opinione pubblica) e, dulcis in fundo, un problema grosso come una casa: il rientro nella società civile di una marea di esseri umani irrimediabilmente sbriciolati dentro. Sono i reduci, una materia spinosa per la politica ma stimolante per Hollywood, che ai loro tormenti ha già dedicato titoli molto importanti.

Di solito nei film post Vietnam il reduce sfoga sulla società i traumi accumulati al fronte: uno psicotico sogna di ripulire la strade dai criminali (Taxi Driver), due amici rapinano le banche per cambiare vita (Quel pomeriggio di un giorno da cani), qualcun altro ormai paralizzato svolge propaganda politica contro la guerra (Tornando a casa), per non parlare di chi resta in Asia e, ormai completamente sconvolto, sfida ogni giorno la morte giocando alla roulette russa (Il cacciatore).

Il film di Kotcheff, di gran lunga inferiore a quelli appena citati, ha però il grande merito di cambiare completamente prospettiva: è la società che ce l'ha con Rambo, non viceversa. Una svolta clamorosa, ma non certo infondata. Lo sceriffo è il portavoce di quella larga fetta dell'opinione pubblica americana che, per cancellare l'onta del Vietnam, se la prese con chi gliela ricordava, per il solo fatto di essere ancora vivo. Il sonnolento villaggio di Hope, insomma, simboleggia l'America più arida, che non solo non dice grazie (e passi) ai suoi ex soldati, ma addirittura li insulta. A un trattamento del genere, l'ex berretto verde risponde con l'unica legge che conosce: quella del taglione. L'ha usata per anni nella giungla, e ormai la conosce alla perfezione. Se però deve imporla anche in patria, a quelli che dovrebbero proteggerlo, non è certo lui che si deve vergognare.

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