Possono coincidere e convivere, magari non proprio pacificamente, figure e ruoli di supereroi e supercriminali? Suicide Squad (uscita in sala 13 agosto) risponde che non solo è possibile ma anche, per certi versi, necessario: sia nelle proprie logiche produttive sia in quelle del racconto in sé, dove le ragioni del contrasto e il loro stesso annullamento hanno una parte determinante, in termini d’incongruenza, nell’economia del film. Che è diretto e scritto da David Ayer, americano dell’Illinois, 48 anni, qua alla sua sesta regia dopo aver galleggiato una decina d’anni fra poliziesco, bellico, action, thriller, noir; e soprattutto dopo aver prestato servizio su un sommergibile nelle forze armate del suo paese, esperienza formativa e probabilmente decisiva nella sua estensione cinematografica.

Terrorismo planetario

Difatti. È tutto militare, a livello di Pentagono, Casa Bianca dunque di government, lo scenario che genera l’intrico e ne guida, per così dire, la danza lungo i pendii, spesso scoscesi, della storia. È una spregiudicata Amanda Waller (Viola Davis), ufficiale dell’intelligence, a ordire il piano di reclutare i peggiori delinquenti richiusi nelle carceri di massima sicurezza per combattere un attacco terroristico mondiale ordito da Metaumani; ed è a un colonnello dell’esercito, Rick Flag (Joel Kinnaman), che la Waller affida il comando di quell’estemporanea, collerica, ipercromatica brigata votata al suicidio, assai perplessa davanti alla prospettiva di operare per il bene dell’umanità. Ma tant’è. La minaccia è globale e obtorto collo vale la pena di venir meno, per una volta, ai principii del male assoluto, rischiando la pelle – e che pelle - magari solo per guadagnarsi uno sconto di penitenziario.

Quella Strega Incantatrice

Eccoli, allora, i villain accuratamente selezionati nel peggio del peggio e fatti uscire dalle galere come fosse la bocca dell’inferno: Deadshot (Will Smith), Harley Quinn (Margot Robbie), Capitan Boomerang (Jai Courtney), El Diablo (Jay Hernandez) Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje), Katana (Karen Fukuhara), ciascuno con le sue prerogative letali e vocazioni stragistiche. Belve umane a fin di bene. Tutti insieme e malvolentieri al comando di Flag, anche per salvargli la fidanzata June, intrappolata nel sortilegio della Strega Incantatrice dai poteri sterminati che s’è impossessata del suo corpo per tornare alla vita millenaria (Cara Delevigne nella doppia parte) e conquistare la terra con metodi da attacco alieno. Come se non bastasse c’è da fare i conti pure con uno scatenato, sadico, sghignazzante e triviale Joker (Jaret Leto), capelli verdi e denti d’acciaio, che sparge sangue e pallottole pur di ricongiungersi all’amata Harley.

Un percorso tra i generi

Insomma un putiferio nella sequenza ininterrotta d’impatti ed ecatombe en attendant la pirotecnica resa dei conti fra un Male e un Bene separati da confini sottili. È l’anima DC Comics: che Suicide Squad evoca dal fumetto tra estetiche di videogame, action bellico, western rivisitato e fantascienza, sui fondali classici, crepuscolari e gotici di una Midway City figlia, come tutte in questo cinema, dei prototipi chiusi nell’arco temporale di Metropolis e Blade Runner. In verità il conflitto, oltre le forze antitetiche schierate e combattenti che danno vita alla narrazione vera e propria, si dilata ad altri aspetti del film, formali, di contenuto, di struttura. Perché a livello cinematografico è anche un po’ la battaglia tra effetti speciali, azione pura e logiche narrative, risolta a vantaggio delle prime due in un costrutto fatto su misura – e razionalmente - per il boxoffice più che per la storia del cinema.

Ricerca di una logica narrativa

Ed è la storia, collaterale a quella srotolata nel plot, dell’avventurosa ricerca di una logica narrativa e di un accettabile rigore nella sceneggiatura a volte scarabocchiata e nella plausibilità dei personaggi tra i quali hanno rilievo ed efficacia specialmente il Deadshot di Smith robusto e magnetico, la Harley di Robbie dissennata e seduttiva, il Joker di Leto sfolgorante e psicopatico. Poi c’è la Strega Incantatrice, una Delevigne danzante ed elettrica che rapina il corpo alla se-stessa-June per una conquista del potere divenuta soprattutto questione di poteri. Chissà perché mi ricorda, visivamente e non solo, la Aelita Queen of Mars di Protazanov (e ovviamente di Tolstoj). Certo la regia di Ayer ne sfiora i contorni in modo involontario, magari inconscio, facendone scaturire una decalcomania scura, sporca, selvaggia e calamitosa. Nocciolo di una vicenda che la sceglie per assegnarle il meglio della sua fenomenologia digitale.

Soundtrack valore aggiunto

Film muscolare e acrobatico. Estensione apocalittica del concetto di favola sullo sfondo di un terrorismo divenuto spettro, simbolo e accumulo di tutte le paure, dall’incubo nucleare e quello del contagio virale. Non vi si negano il visionario, il surreale, l’epica sentimentale e militaresca debordanti, il gusto per l’eccesso e qualche gag per concedersi, di tanto in tanto, uno spunto d’umorismo. Da memorizzare l’intero primo quarto del racconto che introduce i supereroi/criminali con altrettante “schede” biografiche rappresentate in microstorie indipendenti, ciascuna stilisticamente determinata, creativamente fantasiosa ed eccentrica. E musicalmente addirittura irrestistibile: basti pensare che i due primi brani sono The House of the Rising Sun di Eric Burdon & The Animals e Simpathy For the Devil dei Rolling Stones. A seguire, a precipizio, il resto che non è da meno fra Eminem, Creedence, Kehlani, War, Kevin Gates e via così. Anche per urgenza ritmica.

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