Il 7 novembre 1980 Steve McQueen, attore divenuto mito, moriva a cinquant'anni per una forma di cancro ai polmoni causata dall'amianto, sostanza presente nelle tute dei piloti degli anni Settanta.
Oltre a essere un divo di Hollywood, tanto intrattabile quanto affascinante e amato dal pubblico, McQueen era un grandissimo appassionato di corse, sia su due che su quattro ruote, ed era egli stesso pilota. Nel 1970 giunse secondo alla "12 Ore" di Sebring, celebre gara californiana.

A 35 anni dalla sua morte, a celebrarlo arriva in sala per tre giorni (il 9, il 10 e l'11 novembre) Steve McQueen: una vita spericolata, documentario che ripercorre la lavorazione del film Le 24 Ore di Le Mans e che vede protagonista l'iconico interprete statunitense. Il sogno di McQueen era girare il film definitivo sulle corse automobilistiche, il più realistico, il più coinvolgente. Ma tantissimi furono i problemi sul set: divergenze con la troupe, problemi con la sceneggiatura, incidenti e tradimenti.

Icona della vita spericolata, Steve McQueen amava fare a meno di stuntman e recitare lui stesso in scene rischiose. È stato l'archetipo del divo difficile. Per produttori e registi era un'autentica fatica lavorare con lui. Eccessivo, burrascoso, fascinoso, è stato uno degli attori più pagati degli anni '60 e '70. Fattosi conoscere con il cult I magnifici sette (1960) di John Sturges, consacrato con La grande fuga (1963) sempre di Sturges, l'ultima sua apparizione sul grande schermo è stata ne Il cacciatore di taglie (1980) di Buzz Kulik.

Lo ricordiamo con questa galleria fotografica.

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