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Cinema

Stanley Kubrick, Matthew Modine racconta Full Metal Jacket

L'attore americano, protagonista del celebre capolavoro, racconta la sua avventura accanto al grande regista: "Per lui un film era come una  sinfonia". A Roma una mostra delle sue foto scattate sul set

Matthew Modine al festival del cinema di Roma (AP Photo/Gregorio Borgia)

Non ho il coraggio di dirgli che, adesso che me lo trovo davanti, un po' mi dispiace che non porti l'elmetto con la scritta “Born To Kill”, e che parli a bassa voce, sorridendo. D'altronde, non potevo certo pretendere che si mettesse sull'attenti e gridasse: “Signore, soldato Joker a rapporto, signore!”.

Non potevo, e in fondo sono felice così: non capita tutti giorni di analizzare uno dei più grandi film di tutti i tempi con colui che ne è stato il protagonista. Il film è Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, che nel 2012 festeggia i suoi 25 anni, e l'attore è ovviamente Matthew Modine, indimenticabile Joker, il giornalista-marine capitato in un inferno chiamato Vietnam. Lo incontro a Roma, dove l'artista cinquantatreenne è presidente della giuria "Opera prima e opera seconda” del Festival Internazionale del Film, in corso di svolgimento fino al 17 novembre all'Auditorium.

Del film ci siamo occupati poco più di un mese fa, per celebrare il suo compleanno italiano (da noi uscì il 6 ottobre 1987), e non è il caso di ripetersi: si tratta di un'opera di importanza capitale nella filmografia del regista newyorkese e, più in generale, nella storia del cinema.

A questo capolavoro sono dedicati un paio di eventi che hanno vivacizzato la rassegna capitolina, e che spiegano la presenza in Italia di Matthew. Il primo è la magnifica mostra fotografica Full Metal Jacket Diary Redux (prodotta da Solares Fondazione delle Arti), che fino al 17 novembre propone i bellissimi scatti che Modine  realizzò con la sua Reflex nelle pause tra un ciak e l'altro. Un documento non solo artistico, ma storico: a nessun altro Kubrick ha mai consentito di frugare tra le pieghe di un suo film, e il risultato acquista perciò un sapore ancora più intenso. Tra le tante immagini di grande effetto, rigorosamente in bianco e nero, indimenticabile quella di Kubrick che sorride imbarazzato, mentre anche sua figlia Vivian lo sta immortalando; tutte le foto, comunque, riescono a restituire il pathos di quei momenti, e non a caso corredano il libro scritto anni fa da Modine (Full Metal Jacket Diary), di cui More Mondadori ha curato l'edizione italiana, attesa in libreria tra breve.

La seconda novità è il film di Emiliano Montanari, Full Metal Joker, presentato in anteprima mondiale all'Auditorium e già richiesto da festival importantissimi come il Sundance di Robert Redford e il Tribeca di Robert De Niro. Più che un documentario, come è stato frettolosamente definito, si tratta di un documento, una seduta psicoanalitica con lo stesso Modine, tra ricordi del set e un sorprendente parallelismo tra FMJ e La dolce vita di Federico Fellini. Il tutto arricchito dalle riflessioni di un attore che, con la sopraggiunta maturità, ha sviluppato una forte consapevolezza del suo ruolo di artista, produttore e attivista.

Mister Modine, si può ancora dire qualcosa di originale su Full Metal Jacket e Stanley Kubrick?

«Non saprei, è stata un'esperienza talmente forte per me: se penso all'emozione che provai quando mi arrivò a casa il copione spedito da Kubrick! Era un'artista nel senso più alto del termine, voleva che ogni film somigliasse a una sinfonia, senza neppure una nota fuori posto. E poi era un uomo da cui c'era sempre da imparare qualcosa, capace di tenere nascoste le sue carte fino all'ultimo».

Era davvero così terribile sul set?

«A volte ti metteva alla prova: quando mi chiese se approvavo il finale del film (in origine Joker avrebbe dovuto morire, ndr) e io dissì di sì, mi parve deluso. “Pensaci su”, mi disse, e dopo qualche giorno mi ripropose la domanda. Capii che non gli piaceva la mia pigrizia, si aspettava qualcosa di più e mi stuzzicava. E alla fine ci pensai su e mi resi conto che, in effetti, avrei preferito che Joker vivesse».

Come lo ha convinto a lasciarle scattare le foto?

«Veramente all'inizio mi aveva detto di no, ma io ho fatto finta di niente e, dopo qualche giorno, mi sono ripresentato con la macchina in spalla. Lui stavolta non ha detto nulla, e ho notato che osservava con curiosità la mia attività “parallela”. Era sempre pronto a cogliere ogni minimo dettaglio che avrebbe potuto migliorare il suo lavoro. L'idea di far scrivere un diario a Joker è nata quando ha visto che anch'io ne tenevo uno sul set. Quello che poi è diventato il mio libro».

Come è nata l'idea di girare il film con Montanari?

«Ho conosciuto Emiliano qualche anno fa, al Festival di Capri, e mi ha affascinato la sua idea che, in fondo, La dolce vita e Full Metal Jacket hanno la stessa struttura: si racconta un cambiamento epocale attraverso le storie di un giornalista e un fotografo che ne sono testimoni. Poi certo, in un caso si parla della società italiana, nell'altro di una guerra catastrofica; il concetto, però, è lo stesso: la vita si trasforma lentamente in messinscena, fino a diventare qualcosa che oggi qualcuno chiama reality: qualcosa di virtuale,che si sostituisce al vero».

Torniamo a Kubrick. Qual è l'ultimo ricordo che ha di lui?

«Aveva appena iniziato a girare quello che è stato il suo ultimo film, Eyes Wide Shut. Avevo l'abitudine di telefonargli una volta al mese, più o meno, ma quella volta lo trovai un po' più sbrigativo del solito. “Sono un po' indaffarato, Matthew. Ti dispiace se ti richiamo io tra qualche giorno?”. Non l'ho più sentito, ma non mi sono offeso. Stanley era così: quando lavorava, si lasciava assorbire totalmente dalla sua nuova creatura e, fin quando non aveva finito, non aveva spazio per niente e per nessuno. Anche per questo è stato il più grande di tutti».

Matthew sospira, poi mi stringe la mano e va, verso un altro appuntamento.

Signore, grazie dell'intervista, signore.

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