I Peanuts sono il mito di almeno una generazione. In ogni caso quella capace di leggerli in profondità, oltre la filigrana stesa dal suo geniale creatore, Charles M. Schulz, scomparso giusto quindici anni fa. Con le migliori espressioni e la massima espansione fra le metà degli anni Sessanta e la fine degli Ottanta all’interno del mezzo secolo nel quale le strisce sono nate e si sono diffuse ovunque, su migliaia di giornali, per  centinaia di milioni di lettori.

Logico, perciò, che il primo film tratto del fumetto – chiamato a celebrare il 65. anniversario della comic strip – faccia notizia. E chiami subito a dividere, con ogni probabilità, le opinioni degli integralisti del fumetto e quelle dei più flessibili e tolleranti. Cioè fra coloro che vedono come un’eresia la trasformazione del disegno in animazione e coloro che, al contrario, lo considerano un arricchimento.

Che, dire , se da una parte è vero che Disney ha costruito una fortuna anche sui cartoon non inferiori ai suoi fumetti, dall’altra parte è altrettanto vero che la natura dei Peanuts è molto diversa dalle figure e dai personaggi disneyani. E che la loro fase animata può risolversi in una sorta di processo di sottrazione rispetto a quei contenuti, quegli umori, quelle sottilissime e per molti versi raffinatissime ambivalenze della pagina disegnata.

Al di là delle possibili dispute, comunque, il film è sorprendente nel raccontare il mondo delle piccole cose e le piccole cose del mondo (le noccioline, peanuts, appunto) con molta adesione allo spirito originario, pure nel passaggio dalla monodimensionalità del tratto grafico alla bi-tridimensionalità dell’animazione sullo schermo nella regia di  Steve Martino e nell’ottica produttiva e visuale della Blue Sky, la stessa de L’Era Glaciale.

In primo piano i caratteri dei personaggi, di quel Charlie Brown in cerca di riscatto dal ruolo di perdente allo Snoopy suo fiancheggiatore e sponsor nella conquista della Ragazzina dai Capelli Rossi, via via tutti gli altri, da Lucy a Peppermint Patty, Sally Brown, Linus con la sua coperta, Schroeder col suo pianoforte e il busto di Beethoven, Big Pen e Franklin, Marcie, naturalmente Woodstock svolazzante cinguettante attorno a Snoopy che non dimentica di battere a macchina le sue eroiche avventure immaginarie a bordo della cuccia volante nella perenne caccia al nemico Barone Rosso (ah, le sequenze “temerarie” delle battaglie aeree).

 Tutto questo in un universo scolastico dove ha accesso solo la comunicazione comprensibile dell’innocenza e dell’infanzia. L’ambiente degli adulti è estraneo e, quando si esprime a parole,  lo fa con suoni gutturali, rotolanti, indecifrabili e astrusi.

Se il filo conduttore del racconto - che è anche racconto morale  - è quello dell’innamoramento di Charlie Brown per la Ragazzina dai Capelli Rossi e dai tentativi, continuamente (auto)repressi, di avvicinarla, tutto il film si muove in una felice proporzione di coralità nel segno e nei colori, molto festante nella fase espressiva dei tanti personaggi che lo animano. Impresa difficile e in gran parte riuscita, anche nelle cadenza narrative sempre sostenute e nello humour delicato e scintillante che attraversa la storia, trapunta degli episodi e delle peculiarità che hanno fatto la fortuna della striscia. Qualcosa che sa d’antico, mescolato con la tecnologia del cinema.

Lassù, il vecchio giovane Schulz non si sentirà tradito.

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