Quell’amore adolescenziale è appena sbocciato. Tra i fusti alti di un bosco mormorante, nella serenità lacustre, nell’aria indecisa fra i lumi del sole e quelli di una foschia argentata e a suo modo accecante. Sicilian Ghost Story avanza nella radura accendendo i cuori di Lena e Giuseppe (Julia Jedlikowska e Gaetano Fernandez) ragazzini con la vita davanti ma con la loro terra in agguato per insidiargliela, quella vita, col più velenoso dei suoi frutti: la mafia.

Una giovane vittima di “Cosa nostra”

Il film, in sala dal 18 maggio e invitato lo stesso giorno ad aprire la Semaine de la Critique di Cannes, è diretto da  Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, già autori di quel Salvo che quattro anni fa, proprio al Festival di Cannes, ottenne premi e unanime plauso avviandosi ad un felice cammino cinematografico.

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L’opera di oggi è dedicata a un ragazzo di quindici anni, Giuseppe Di Matteo, sequestrato dai mafiosi, tenuto quasi due anni e mezzo in prigionia prima di essere assassinato, nel 1996; ed è ispirato liberamente al racconto Un cavaliere bianco di Marco Macassola nella raccolta Noi saremo confusi per sempre (Einaudi).

E oggi, come ieri, Cosa nostra torna in campo, orientando i destini dei protagonisti e della storia. Perché Giuseppe, poco dopo aver scambiato il primo, timido e radioso bacio con Lena, viene rapito e segregato da una squadra di mafiosi: solo perché colpevole di essere il figlio di un pentito collaboratore di giustizia e diventando, con quel rapimento, oggetto di ricatto per il padre.

Due percorsi contrapposti

Così il racconto sviluppa due percorsi dinamicamente contrapposti: uno quello di Lena, attivo, vitale, operoso, sospinto da una passione di tredicenne in estasi che non si rassegna alla scomparsa del coetaneo del quale s’è, per la prima volta nella sua vita, innamorata; uno quello di Giuseppe, necessariamente passivo, legato ai ferri che lo tengono incatenato nelle prigioni scelte dai suoi aguzzini, in una progressione d’abbrutimento e di rovina fisica che prelude ad un esito divaricato, a sua volta, in due dimensioni (apparentemente) antitetiche, quella della realtà e quella del sogno. Prima di convergere su un’unica, romanticissima traccia.

Una detective disperata e tenace

Conviene non essere troppo espliciti sull’approdo cronologico a questo finale, che può cullare lo spettatore nell’incertezza fra la tragedia reale e il trionfo ideale dell’amore. Dunque fra la materia e lo spirito. La tenacia con la quale Lena insegue il suo obiettivo di ritrovare il fidanzatino ne fa la protagonista di un racconto costantemente sospeso fra le due sfere, appunto quella fisica e quella fantàsmica, quella sensibile e quella mitica. La ragazza, a dispetto dell’oggettività, par diventare una disperata detective che scuote le coscienze di una società addormentata e rassegnata, forze dell’ordine comprese; arrivando a ribellarsi all’evidenza attraverso la fantasia e una straordinaria dote di veggenza che le consente di percepire immagini che altri non possono scorgere.

In bilico tra  verità e illusione

La narrazione vive costantemente sulla doppia misura della verità e dell’illusione, lasciando che il tema civile legato alla ferocia mafiosa, pure guidando il decorso drammatico della vicenda e determinando la traumatica separazione dei due ragazzi, resti quasi sullo sfondo: sopraffatto e in qualche misura sedotto, nel suo segmento visuale, dall’interpretazione e dal ruolo dell’immagine strettamente legati alle loro ragioni e finalizzazioni sentimentali. È una Sicilia “magica” quella che Grassadonia e Piazza propongono ed espongono. Grazie anche ad una fotografia, diretta da un maestro quale Luca Bigazzi, che satura lo schermo di ambiguità, trasparenze ed enigmi tra ottiche grandangolari e angolazioni prospettiche, rarefazioni ed echi arcani della natura.

Un intreccio visionario e dialettico tra scena e racconto – sorretto anche dalle attrazioni e atmosfere musicali firmate da Soap&Skin e Anton Spielmann  - che riesce non di rado ad affascinare come quando, in un bosco dei misteri o nelle profondità acquatiche da pozzo dei desiderii tende a materializzarsi, tentatore e visionario, il sogno. Tra etica e spiritualità. Quasi nel modi del cinema classico giapponese di genere e, tra le pieghe e nei richiami di quella natura pulsante – nelle proporzioni e nelle distanze dovute -  in quelli ritratti magneticamente in Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir.

Voto: 4/5
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