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Cinema

Roberta Torre: io, milanese, benvenuta al Sud

Si è innamorata della Sicilia. E degli scritti di Vincenzo Consolo. A Taormina dirigerà la favola nera "Lunaria", da regista iconoclasta qual è

È Milano il legame. O forse è la Sicilia delle lune cadute. Il perfetto sfondo di questo amore fatto di lontananza e nostalgia. «Chissà se a Vincenzo Consolo sarebbe piaciuta la mia Lunaria». Sorride la regista Roberta Torre, milanese di nascita e siciliana d’adozione, pensando al grande scrittore scomparso nel gennaio di quest’anno che, nato in Sicilia, aveva scelto Milano per viverci, e morire. Due destini alla rovescia: forse è per questo che una strana atmosfera accompagna le prove del suo nuovo spettacolo, inevitabile intreccio speculare di emozioni. Miscuglio di culture e mistero. E siccome «si può cadere in questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente», sarà Taormina a ospitare il debutto di Lunaria, che è anche il primo omaggio che viene tributato a Consolo dopo la sua morte.

«Andremo in scena il 28 settembre» annuncia Roberta Torre «con la produzione di Taormina Arte. È uno spettacolo molto amato, al quale tutti stiamo lavorando con grande entusiasmo. Ho “inseguito” Lunaria per mesi, facendomi trasportare dalla sua magia, dal senso del surreale che lo pervade. Dalle sue zone d’ombra dove ritrovo la Palermo che mi ha conquistata tanti anni fa; da uno zampillare di immagini felliniane che sono la struttura, straordinariamente contemporanea, di questo racconto. E ora mi sento pronta per farne la regia».

Lei si chiede se a Consolo sarebbe piaciuta la sua riduzione teatrale, ma lo sa che lui stesso disse che «Lunaria» non era rappresentabile, pur essendo in forma dialogica. Quindi?
Quindi in linea di principio sono d’accordo con lui. Rappresentare l’opera in maniera lineare sarebbe stato impossibile, perché Lunaria è una fiaba nera, frammentaria come il flusso inconscio della luna. Proprio per questo ho scelto di farne una specie di «operina barocca», immaginifica. Sempre accompagnata dalla musica, e pensata per esaltare ciò che più mi piace di questo scrittore: la continua ricerca linguistica, le intuizioni psicologiche, il pensiero «differente». Caratteristiche che sono proprie di chi non si accontenta, ma cerca e sperimenta.

Neanche lei si è mai accontentata, né si è stancata di cercare e sperimentare.
No di certo, la ricerca è tutto. Se si perde la voglia di cambiare, per un artista è la fine. Io poi sono uno spirito inquieto; dopo tanti anni passati a Palermo, sono stata molto tempo a Roma, poi di nuovo a Palermo. Ora vivo a Ortigia, mi sono fermata qui dopo avere diretto Gli uccelli di Aristofane per la stagione dell’Istituto nazionale del dramma antico, al Teatro greco di Siracusa. Sono l’incarnazione del meticciato per scelta, e nella vita così come nel lavoro ho sempre mischiato tutto. Forse anche per questo sono sempre stata così attratta da Consolo, che ha fatto il mio percorso all’incontrario.

Un personaggio ai suoi antipodi. Così severo e distaccato, sempre molto critico con la Sicilia. Lei invece, che pure alla sua regione d’adozione non risparmia critiche specie riguardo alla gestione della cultura, è la perfetta incarnazione della solarità mediterranea. O è solo apparenza?
Spero di no. Ho voluto fortemente «farmi» mediterranea, e spero che questo traspaia in modo chiaro da tutto ciò che faccio. Sono una milanese perfettamente innamorata del Sud; così innamorata che forse di milanese non mi è rimasto più niente. Se non magari un vago accento, ormai anch’esso «contaminato» dal siciliano. Ma vede, esperienze personali a parte, io credo fortemente che nella nostra Italia, antica nazione dalle grandi tradizioni che certo devono essere rispettate, è tempo di guardare avanti. Non c’è più spazio per le divisioni ottocentesche, e mi riferisco a tutti gli ambiti del vivere contemporaneo; non parlo solo dal punto di vista antropologico, ma anche artistico.

Cioè, cosa intende dire?
Che anche nell’arte non ha più senso dividere il teatro dalla musica, la videoarte dalla danza, il cinema dalla pittura. La commistione è il futuro. Io lo vado predicando e facendo dai tempi di Tano da morire.

Film che in Italia fu vissuto da alcuni come una rivoluzione del modo di fare cinema…
Non so se si trattò proprio di rivoluzione, ma certo di qualcosa di simile. Le dirò che conobbi Consolo proprio in quell’occasione, nel periodo che seguì l’uscita del film. Ne conservo un ricordo molto affettuoso, di una persona gentile e meravigliosamente complicata.

Meravigliosamente complicato come il viceré protagonista di «Lunaria», che sogna la caduta della luna?
Possiamo anche interpretarlo in questo modo. Lunaria, come dicevo, ha una contemporaneità incredibile, e non solo strutturale; è stato scritto nel 1985, ma i temi sono quelli odierni. Tra le righe, c’è tutto: la responsabilità, la tolleranza, e anche il lato oscuro, perché no? Il viceré è l’unico che vede la decadenza della sua terra, sogna e aspetta la caduta della luna e, quando questo accade tutti gli equilibri saltano. Quindi forse questa caduta è opportunità, è svolta.

Oggi quale caduta dobbiamo sognare, visto che gli equilibri sono già saltati?
Forse non è più tempo di sognare cadute. Basta tramonti, aspettiamo l’alba.

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