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Cinema

Robert Redford a Venezia: "Vorrei lasciare ai giovani un mondo migliore"

Così il regista di The Company you Keep: "Le nuove generazioni? Sorprendenti, siamo noi che rischiamo di rovinarle"

Robert Redford e Shia LaBeouf

6 settembre 2012. Robert Redford e Shia LaBeouf al Festival di Venezia, pre la premiére del film "The company you keep". – Credits: Ansa/Daniel Dal Zennaro

Accolto da un boato di urli (più femminili che altro) in sala conferenze, Robert Redford è approdato alla Mostra del cinema di Venezia insieme al suo “erede” Shia LaBeouf. Sono loro i due protagonisti di The Company You Keep, dalle pagine di Neil Gordon, nel film contorniati da un cast di primi nomi (da Nick Nolte a Susan Sarandon, passando per Julie Christie).

Il passaggio di testimone tra i due è evidente, anche se il buon Redford a 75 anni si difende: Non è questione di età ma di qualità: è in base a questo criterio che ho scelto il cast. Certo alcuni erano miei amici, mentre di Shia ho avuto modo di apprezzare l’incredibile talento. È un ragazzo proprio bravo questo qui”.

LaBeouf sorride, ringrazia: “Ogni volta che mi offrono un bel film mi sento baciato dagli dei, stavolta per interpretare al meglio il giornalista che sta alle calcagne del protagonista (lo stesso Redford, in duplice veste di regista e interprete principale, ndr) mi sono rifatto direttamente a Bob in Tutte gli uomini del presidente. Ho rubato da lui e da Hoffman”.

“Il sottile legame tra i due film è rappresentato dall’ego – interviene allora Redford - ma a quei tempi non c’era la rabbia bipartisan di oggi, che in America vede un partito schierato contro l’altro, uno a favore del cambiamento, l’altro terrorizzato dal cambiamento stesso”. Si parla abbastanza di politica nel film, ma in altri tempi e altre modalità: nel mirino del regista, la banda terroristica dei Weathermen, trenta anni dopo.

Com’è la vita di un terrorista, passati decenni dal gruppo e dagli atti criminali? Si pone questa domanda Redford, ed è da questa che dipana le fila del suo film. I personaggi si dividono in chi si ostina a credere nelle stesse folli ideologie di allora (come una determinata Julie Christie in fuga e una Susan Sarandon malinconica dietro le sbarre), e chi cambia radicalmente e ricerca solo quiete (lo stesso Redford, padre turbato e settantenne in gran forma e continua corsa nel film).

E poi ci sono le nuove leve, coscienze in formazione come quella di LaBeouf, decise a scoprire a tutti i costi la verità. “Come vedo le nuove generazioni? Fantastiche, incredibili, sorprendenti. Non solo: penso che ognuna debba avere la chance di diventare una guida del proprio tempo e mi rattrista che la mia abbia compromesso questa possibilità – conclude Redford pensieroso -. Quando daremo le redini alla nuova generazione vorrei che lasciassimo loro qualcosa da guidare, piuttosto che qualcosa che sta marcendo, come accade oggi”.

Così ribatte LaBeouf: “La posta in gioco che abbiamo come generazione oggi è ben diversa. Ma per prepararmi più che sulle generazioni ho riflettuto sul mondo del giornalismo: quello di oggi si basa sulla gloria, sullo scoop, prevale la storia. A me interessava invece capire il confine tra etica e informazione: quand’è che entra in gioco l’umanità e si mette a tacere l’esigenza lavorativa?”.

Interrogativi che in verità solleva più la conferenza della visione del film. Che non è così sorprendente come ci si aspettava: Redford sa girare, e non è una novità. Però stavolta firma un’opera museale, con settantenni pensierosi e azione ridotta ai minimi termini. La “detection” è povera di ritmo e di mordente, il film non ha la forza narrativa che il soggetto (un film su che ne è oggi del nucleo terroristico dei Weathermen) prometteva. In compenso, Redford è un leone che non smette di ruggire e al Lido ha fatto incetta di flash e applausi.

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