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Cinema

Reality, biografia di un'Italia telecomandata

Il nuovo film di Matteo Garrone ripropone il ritratto di un Paese che ha perso identità: siamo veri o una finzione?

Credits: foto di Eduardo Castaldo

E dire che sembrava finita l’Italia boccalona. Quella del baratto fra la realtà contro il sogno del reality show. Sembrava conclusa almeno adesso che il Censis tranquillizzava tutti con gli effetti benefici della crisi: con Dio, lavoro e famiglia a contendersi il podio fra i valori condivisi al posto di successo e denaro. Invece no. È ancora qui l’Italia sonnambula. Ce lo ricorda il gutturale "Sei fuori!" di Flavio Briatore diretto al concorrente "caprone", il malcapitato apprendista-affarista del talent show The apprentice, costola di un genere che almeno un po’ corregge il vizio dei senz’arte né parte, quelli che negli ultimi 12 anni hanno affollato confessionali e isole dei famosi al ritmo di un lessico tutto "nomination", "attimini" e "aiutini". Fine di un’epoca, dunque?

Certo sbaverebbero di piacere adesso i sociologi, ghiotti di arrivare all’ardua sintesi fra il modello del "privé Billionaire", archetipo del Gf ancora duro a morire, e i più miti consigli del Censis per l’Italia in crisi. Ma come fare tornare i conti? È davvero cambiata l’aspirazione degli italiani? Tiene ancora il mito di un successo senza talento?

Di sicuro c’è che la realtà si chiama adesso real tv: evoluzione del reality nonché versione 2.0 dell’antico Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, operazione catodica che mentre riesuma l’arte del buon vivere declina però il modello culturale d’origine in quello bieco di consumo e prodotto. Tant’è. Product placement. Il Galateo e l’Artusi messi a reddito in tv. Archiviati pupe, secchioni e post-tariconi, l’eroe qualunque si specializza: sa quali abiti comprare, impara a cuocere tagliatelle, arreda casa e torna in forma in pochi giorni.

Ma se cambiano i modelli, per noi la sostanza non cambia. Il punto fermo è che troppi anni di fatti privati messi in piazza non sono trascorsi senza lasciare traccia, il reality l’abbiamo ormai sottopelle, tatuato, indelebile. Non risulterebbe attualissimo, altrimenti, l'onirico film di Matteo Garrone, Reality, premio della critica a Cannes e straordinario ritratto di un Paese che ha fatto dell’apparenza il fondamento stesso dell’essere. L’Auditel qui non c’entra. Non è più questione di format. Non si tratta di domandarsi se il Gf abbia un futuro. L’ossessione per il successo dell’ex pescivendolo di Garrone è sopra ogni cosa la favola di un moderno Pinocchio, un burattino stretto nella trappola di un contemporaneo paese dei balocchi. Perché a questo siamo arrivati, se Facebook abbonda di foto ricordo sotto il cartello "Benvenuti in Costa Smeralda" come fosse il paese di Cuccagna dipinto da Peter Bruegel il Vecchio.

Pinterest prolifera d’autoscatti fra le griffe di via Monte Napoleone. Le vie del centro sono gremite da marionette rapite da Lucignolo per un pugno di firme false. Tarocchi all’apparenza perfetti in un mercato in crescita. Oggetti transizionali di un’appartenenza mancata. La vertigine risucchia a tutte le età. Allora non si tratta più di scegliere fra reality e realtà. La patologia è grave e la diagnosi si chiama "realitità", per dirla con Zygmut Baumann, ovvero quella possibilità di essere che per il filosofo irlandese George Berkeley si dava soltanto nell’essere percepiti. Non importa più da chi, se dagli altri o da se stessi. Realtà e finzione di tv e rotocalchi si scambiano location, oggetti e personaggi fino a confondere il vero col falso, l’originale con l’emulo. E non è un caso che il regista teatrale Elio De Capitani abbia lamentato qualche tempo fa che ai suoi attori non ha più modelli veri da additare: "Perché anche le persone comuni hanno ormai gesti da fiction tv".

Ci vorrebbe allora, di questi tempi, non un sociologo, ma una seduta nazionale di psicoanalisi. Un redivivo Sigmund Freud per ricordarci che in tutto questo discettare di reality e realtà ci siamo dimenticati un’altra parola che suona simile ma canta tutta un’altra musica. Ci siamo scordati cioè del reale, dell’attimo di verità che ci sveglia dal sonno in cui diamo tutto per scontato. Parafrasando Jacques Lacan, solo in quell’attimo di trasalimento (l’incubo, l’amore, l’arte) possiamo domandarci chi siamo. Solo da quel graffio nella realtà si accede alla consapevolezza di sé.

Meglio di tutti ha dimostrato il pericolo del reality l’artista concettuale Franco Vaccari: quando mise un clochard non vedente all’angolo di una strada, nessuno dei passanti lo degnò di uno sguardo; ma si fermarono tutti, invece, quando al cieco sostituì un monitor che mostrava la stessa persona ripresa solo qualche ora prima. Potenza dell’inconscio tecnologico. Tirannide di una rappresentazione del vero che diventa più vera del vero.

Potremo mai liberarci da tanta schiavitù? Forse sì. Ma solo quando con Calvin e Hobbes, filosofici eroi dei fumetti anni 80, sapremo domandarci se la pozzanghera che stiamo guardando sia vera o se invece non siamo noi un lontano, ingannevole, riflesso di essa.

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