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Cinema

I presidenti americani al cinema

L'uomo più potente del mondo ha ispirato decine di film tra cronaca e finzione, agiografia e sarcasmo. Da Tutti gli uomini del presidente a JFK-Un caso ancora aperto, fino a Fahrenheit 9/11, ecco i titoli che hanno fatto la storia del cinema politico americano

Dustin Hoffman e Robert Redford in "Tutti gli uomini del presidente" (Ansa)

Chi sarà il prossimo presidente americano, Barack Obama o Mitt Romney ? Se lo staranno chiedendo anche registi e sceneggiatori di Hollywood, e la cosa non deve stupire. Da sempre l'inquilino della Casa Bianca attira inevitabilmente su di sé, oltre all'attenzione del suo elettorato e dell'opinione pubblica mondiale, anche quella degli studios californiani, sempre a caccia di storie capaci di incassare soldi a palate e far parlare di sé.

Il risultato sono grappoli di film che, con cifre stilistiche e intenti molto variegati, hanno raccontato debolezze, imprese e peccati degli uomini più potenti del mondo. In molti casi si tratta di biografie che, agiografiche o al vetriolo, si occupano di statisti realmente esistiti. In seconda fila, poi, ci sono le opere di fantasia, nei quali il protagonista appare, a seconda dei casi, un eroe senza macchia o un figuro tra il losco e l'ottuso. Proviamo a stilare un breve compendio di cinematografia presidenziale, per chi volesse farsi un ripassino prima di celebrare, dal 7 novembre in poi, il nuovo boss dello Studio Ovale.

NIXON - Ogni genere cinematografico ha  il suo fiore all'occhiello. In questo caso il film con la F maiuscola è Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula. Un perfetto esempio di ricostruzione asciutta e rigorosa di un episodio che sembra fatto apposta per ispirare un film: il caso Watergate. Per chi ha meno di cinquant'anni e non si diletta di storia americana, si tratta dello scandalo che costrinse alle dimissioni nel 1974 il presidente repubblicano Richard Nixon, accusato di aver ordinato due anni prima alcune intercettazioni telefoniche illegali nella sede del Partito Democratico, ubicata per l'appunto nel Watergate Hotel di Washington. Pakula racconta la storia dal punto di vista di Bob Woodard (Robert Redford) e Carl Bernstein (Dustin Hoffman), i due giovani e grintosi cronisti del Washington Post che con la loro inchiesta accesero i riflettori sull'accaduto, innestando una serie di reazioni e inchieste che costarono la poltrona al capo della Casa Bianca.

A un capitolo successivo della vita dell'ex presidente è dedicato invece Frost/Nixon - Il duello, girato da Ron Howard nel 2008. Stavolta si raccontano le tre interviste televisive che il giornalista inglese David Frost (Michael Sheen) realizzò nel 1977 con Nixon (Frank Langella): sperava di fargli confessare la verità sul caso Watergate, ma nei primi due round venne quasi ridicolizzato dall'astuto interlocutore. L'ultimo faccia a faccia, però, andò molto diversamente...

Per chiudere il capitolo Nixon, è d'obbligo una citazione per la monumentale biografia Gli intrighi del potere a lui dedicata nel 1995 da Oliver Stone. Il titolo è già indicativo della chiave di lettura scelta dal regista per raccontare un personaggio chiave del XX secolo, per quanto controverso e (per molti) sgradevole. Indimenticabile la scena in cui il presidente (interpretato da un impeccabile Anthony Hopkins), osservando un ritratto di John Fitzgerald Kennedy, si rivolge al "collega” sussurrando: "Quando guardano te, vedono quello che vorrebbero essere. Quando guardano me, vedono quello che sono. Ecco perché mi odiano".

JOHN FITZGERALD KENNEDY - Che JFK sia stato molto amato dai suoi connazionali, e che il suo omicidio (Dallas, 22 novembre 1963) abbia rappresentato per una certa America la perdita dell'innocenza, non è certo una novità. Anche a Hollywood questa tesi ha prevalso, e anche stavolta un posto di rilievo se lo è conquistato uno dei registi più "politici" e incazzosi in circolazione. È Oliver Stone, che in  JFK-Un caso ancora aperto (1991) non solo attribuisce l'attentato di Dallas a un complotto orchestrato ai massimi livelli nazionali, ma si schiera con il consueto vigore accanto al protagonista del suo film, il procuratore Jim Garrison (Kevin Costner), solo contro tutti nel tentativo di scoprire la verità.

Le vicende del film seguono l'assassinio, perciò JFK non si vede mai. Il presidente (con il volto di Bruce Greenwood) è invece il protagonista assoluto di Thirteen Days (2000). I 13 giorni di cui parla il regista Roger Donaldson sono quelli dell'ottobre 1962, quando una nuova guerra mondiale pare inevitabile. Tutto comincia quando un aereo spia americano scopre che a Cuba stanno per essere installati alcuni missili nucleari di fabbricazione sovietica rivolti verso gli Stati Uniti: la reazione di Kennedy è immediata. Inizia un braccio di ferro che sembra preludere a azioni militari, poi fortunatamente le potenze trovano un accordo. Per aumentare l'appeal di un film che si lascia guardare ma non è certo un capolavoro, nel cast è stato arruolato ancora una volta Costner, ormai percepito da tutti come un kennediano di ferro: stavolta interpreta uno dei consiglieri più ascoltati dal presidente, Kenny O'Donnell.

CLINTON E BUSH - Passiamo ora ai due predecessori di Barack Obama, Bill Clinton e Groge W. Bush. Non è andata bene a nessuno dei due: il primo, impersonato da Dennis Quaid, è coprotagonista di un film inglese piuttosto ordinario, I due presidenti (2010), che rievoca il suo feeling politico con il premier britannico Tony Blair e rievoca inevitabilmente lo scandalo sessuale che lo vide protagonista, a causa di qualche incontro proibito con la stagista Monica Lewinsky tra il 1995 e il 1997. All'ex governatore dell'Arkansas è poi smaccatamente ispirato il personaggio di John Travolta in I colori della vittoria (1998), in cui Mike Nichols racconta l'ascesa di un politico scaltro ma un po' troppo incline a slacciarsi i pantaloni davanti a una bella donna.

Se a Clinton sono stati riservati un paio di buffetti di celluloide, Bush junior si è beccato invece almeno un paio di sonori ceffoni. Il primo, celeberrimo è il documentario di Michael Moore Fahrenheit 9/11 (2004), nel quale il presidente viene accusato di aver approfittato della tragedia del settembre 2001 per scatenare una guerra che ha fatto guadagnare miliardi agli amici che lo hanno fatto eleggere. Una tesi, ricordiamolo per dovere di cronaca, che negli Stati Uniti ha provocato reazioni controverse; certo è che, a prescindere dalla sua eventuale malafede, Bush nel film non fa una grande figura di statista.

A dargli il colpo di grazia, cinematograficamente parlando, è stato però un'altra pellicola del 2008, intitola semplicemente W. e interpretata da Josh Brolin. Indovinate chi l'ha diretta? Ancora lui, Oliver Stone, che però stavolta ha dovuto fare i conti con un ostracismo da Guinness dei primati: il suo lavoro infatti ha avuto enormi problemi di distribuzione, ed ha a malapena recuperato i soldi spesi per girarlo. La tesi di Stone? Bush è un incapace, più incline all'alcol che alla riflessione politica, terrorizzato all'idea di deludere il padre George Senior (anch'egli come noto, presidente degli Stati Uniti dal 1989 al 1993) e succube del suo vice Dick Cheney, al quale si dovrebbero molte delle sue dissennate scelte.

GLI ALTRI - Fin qui, la storia. Anche nella sezione fiction, però, c'è tanta roba, e interpretata dal meglio dello show business. A partire da Peter Sellers, indimenticabile nel Dottor Stranamore (1964) di Stanley Kubrick: interpreta tre personaggi, e uno di essi è proprio un trafelato presidente, che cerca in ogni modo di impedire un conflitto nucleare. All'intrepido Harrison Ford di Air Force One (1997, redia di Wofgang Petersen), attaccato da un commando di terroristi mentre si trova sull'aereo presidenziale, tocca addirittura trasformarsi in giustiziere per salvare la pelle e l'onore della Patria. Problemi di tutt'altra natura quelli di Michael Douglas nella commedia di Rob Reiner Il presidente - Una storia d'amore (1995): il suo feeling con una bella ambientalista (Annette Bening) mette a repentaglio la sua riconferma alla Casa Bianca, ma poi tutto fila liscio.

Gettonatissimo anche il cliché del presidente affranto, alle prese con un'imminente catastrofe: Morgan Freeman deve vedersela con una cometa che sta per polverizzare la Terra (Deep Impact, 1998); Danny Glover (2012) con le drammatiche conseguenze del surriscaldamento del nucleo terrestre; Bill Pullman addirittura con un attacco alieno (Independence Day, 1996); Perry King con un'inattesa e devastante glaciazione (The Day After Tomorrow, 2004). Qualcuno se la cava, altri muoiono, ma tutti sono testimonial perfetti del politically correct. Meno eroico, ma decisamente più spassoso Kevin Kline in Dave-Presidente per un giorno (1993) di Ivan Reitman: interpreta il sosia dell'uomo più influente del globo, costretto a sostituirlo dopo che un ictus l'ha messo fuori gioco. Incredibile ma vero, non solo non lo fa rimpiangere, ma conquista anche sua moglie (Sigourney Weaver). Nessuno però merita di chiudere in bellezza questa carrellata più del solito, grande Jack Nicholson, mellifluo e cialtronesco presidente in Mars attacks! (1996) di Tim Burton: impossibile dimenticare il suo ghigno mentre cerca di arruffianarsi gli alieni che minacciano la Terra e che, per tutta risposta, lo infilzano con la bandiera marziana. Pessimo presidente, grandissimo attore.

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