Messi in naftalina smoking e abiti da sera, cullando ancora nel cuore le toccanti parole dello sceneggiatore diverso e fiero Graham Moore, è tempo di rimestare a freddo sulla cerimonia degli Oscar 2015. Se Alejandro González Iñàrritu oggi farà fatica a toccar i piedi per terra (come l'alter ego da supereroe alato del suo Birdman), altri invece staranno voltando velocemente pagina o fingendo di non esser rimasti delusi, no no. 

Ecco i piccoli e grandi perdenti di questa 87sima edizione degli Academy Awards.

1) Clint Eastwood e il suo American Sniper

Il film su Chris Kyle, il cecchino più letale della storia statunitense, ha centrato il cuore degli americani. E non solo. American Sniper in patria ha incassato oltre 320 milioni di dollari, il più grande successo di tutti i tempi per un film di guerra. Il confronto con Birdman o (L'imprevedibile virtù dell'ignoranza) è impietoso, per quest'ultimo: il fresco vincitore di quattro Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura originale, fotografia) ha racimolato solo 76 milioni, in tutto il mondo. L'ultimo lavoro di Clint Eastwood sta andando forte anche in Italia: a tutt'oggi è il campione del boxoffice con quasi 19 milioni di euro, insidiato però dal ciclone pseudo-erotico di Cinquanta sfumature di grigio.
Questi numeri incredibili non sono bastati a sedurre l'Academy of Motion Picture Arts and Sciences che, nonostante le sei candidature da cui American Sniper partiva (tra cui miglior film, attore protagonista a Bradley Cooper, sceneggiatura non originale), gli hanno assegnato solo una "minore" e tecnica, al miglior montaggio sonoro. Ad averlo penalizzato probabilmente la mancanza di totale aderenza storica ai fatti e le polemiche di natura politica che ha scatenuto. Clint, dall'alto dei tanti Oscar già in bacheca e della sua lunga carriera di duro, di certo avrà dormito tranquillamente pur senza un ennesimo successo.

2) Foxcatcher di Bennett Miller

Incoronato come miglior regista niente meno che al Festival di Cannes, Bennett Miller, già autore di film solidi come Truman Capote - A sangue freddo e L'arte di vincere, col suo Foxcatcher partiva forte di cinque nomination, non poche in un'edizione in cui le candidature sono state abbastanza distribuite. Per di più gareggiava in categorie prestigiose come miglior regia, attore protagonista con Steve Carell, attore non protagonista con Mark Ruffalo, sceneggiatura originale. Eppure Miller è uscito dal Dolby Theatre a mani vuote, niente di niente. 
Storia di sport e sangue, racconta l'assassinio del lottatore americano oro olimpico David Schultz, avvenuta nel 1996 per mano del filantropo John du Pont, suo allenatore e amico. In Italia uscirà il 12 marzo. Presto potremo quindi dire se il "zero tituli" è meritato. 

3) Boyhood, Richard Linklater, 12 anni intensi

Anche Boyhood, come American Sniper, aveva in serbo sei nomination. Come il cecchino di Clint ha vinto un solo Oscar, ma più prestigioso, quello come migliore attrice non protagonista grazie all'energica paladina delle donne Patricia Arquette. Il film di Richard Linklater partiva però con il favore dei pronostici, era il front-runner insieme a Birdman. E, soprattutto, era un'audace e innovativa sfida con il tempo meravigliosamente vinta. Girato in 12 anni, con lo stesso cast, dal 2002 e il 2013, riprendeva la crescita fisica ed emotiva di un ragazzino, denotando profonda conoscenza dell'animo umano. Linklater avrebbe meritato di più e credo che anche lui se lo aspettasse. L'Academy avrebbe potuto fare una scelta ecumenica, assegnando a Birdman la statuetta per il miglior film e a Boyhood la migliore regia (o viceversa, come avrei auspicato). 
Non è certo un caso che Boyhood avesse già in bacheca tre Golden Globe (miglior film drammatico, regista, attrice non protagonista sempre all'Arquette) e tre Bafta (nelle stesse categorie). L'Academy avrà voluto differenziarsi.
Una curiosità? Su Rotten Tomatoes, il sito che raccoglie recensioni internazionali, Birdman ha il 93% dei consensi. Boyhood il 98%.

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