Cercare Maria per Roma, anzi Maria pe’ Roma, è un modo di dire – romano – che indica la ricerca di qualcosa d’introvabile, quasi peggio dell’ago nel pagliaio. C’è pure una variante popolare, che va nella direzione del cercare rogna, cioè guai. E sarà pure con questa premessa idiomatica che la neoregista e attrice romana Karen Di Porto – già autrice di un paio d’interessanti cortometraggi -  s’accosta al suo film d’esordio intitolato, appunto, Maria per Roma (in sala dall’8 giugno, durata 93’), girato attorno a sé e alla sua città con l’intento, in buona parte riuscito, di trovare un punto d’equilibrio tra una vicenda individuale e un complesso habitat sociale e collettivo.

Dalla sveglia mattutina a notte fonda

La protagonista, è intuibile, si chiama Maria (Karen Di Porto stessa), pedinata con la macchina da presa in una delle sue tante giornate, dalla sveglia mattutina a notte fonda. Non ha una vita facile, Maria. En attendant fra un provino e l’altro la sua occasione cinematografica d’attrice, sbarca il lunario facendo la keyholder  per un’agenzia immobiliare, col compito di consegnare ai turisti le chiavi di appartamenti che i privati affittano nel centro di Roma. Così eccola, in un giorno di ordinaria fantasia e consueto sfinimento, saltare dal letto alla sella della sua Vespa in compagnia dell’inseparabile cagnetta cardiopatica, chiavi di qua e di là nelle case trasteverine, contratti e carte di credito, sempre in ritardo, sempre in affanno.

Maria. Che ansia. Solo pochi minuti per allenare la recitazione in uno studio teatrale che gli squilli del telefono la trascinano via per un altro check-in, motoretta & cagnetta, traffico e corse, la solita audizione e il solito regista, un altro check-in, le strade e il sole, i centurioni violenti attorno al Colosseo, gli incontri casuali ma forse non troppo con il vecchio giovane e quasi saltimbanco amico Cesare (Andrea Planamente) che – si vede – spasima per lei e forse un giorno rappresenterà la sua “povera” salvezza.

Il mondo delle eterne promesse

Ancora, gli incontri con la madre nevrotica Eugenia (Paola Venturi) e con lo spirito rassicurante di papà Vittorio (Cyro Rossi) che dall’aldilà le appare negli attimi d’inevitabile sconforto. Poi il cellulare squillante, chiavi su chiavi comprese quelle di casa sua che è costretta ad affittare come ultima spiaggia per racimolare qualche euro: visto che il cinema rimane il regno delle parole vuote e delle eterne promesse. E la notte che arriva le riserva, sulla riva del Tevere e senza un letto dove tornare, un ultimo sogno. Che magari non sarà il massimo della gratificazione lavorativa ma potrà, chissà, regalarle un nuovo genere di batticuore.

La “grande bellezza”? Un po’ appassita

C’è un bel contrasto nel film: tra l’andatura febbrile della palpitante protagonista e la serenità sincera, si direbbe olimpica, con la quale Karen Di Porto ne racconta il percorso. In una evocazione morettiana buona, visivamente, soltanto per l’uso della Vespa me del tutto indifferente al distendersi del racconto su una quotidianità naturalistica ma non per questo meno evocativa e a tratti favolistica.

Intendiamoci, Maria non è Alice e la grande bellezza che attraversa su due ruote scontrandosi con la vita sembra più “ex” che altro. Perché questa Roma, così come la si vede, è terribilmente reale nella sua immagine storica, piena di illusioni, delusioni e ricostruzioni d’esistenze, polverosa d’un fare cinema altrettanto vacuo e parolaio.

Centurioni maleducati e nobili indigenti

Una città ancora abbacinante nella sua magnificenza insieme rustica e monumentale (la fotografia dorata e fenomenica è di Maura Morales Bergmann); ma pure stazzonata, sciupata, un po’ stracciona e quasi moribonda. Dove il lavoro risponde boh? e il turismo, se non è quello ciabattante e stralunato dei pellegrinaggi di massa, assalta le case fittate in centro da nobili divenuti indigenti, anche loro “ex” sfioriti e pallidi. Sembrerebbe, tra quei centurioni maleducati e la sporcizia sull’asfalto, una città che ha smarrito la dignità.

È la cornice entro la quale si muove Maria, senza che, peraltro, la storia, la sua storia, s’incroci con qualche ragione sociologica o la regìa abbia a dirottare, corrompendolo, dal suo intento primario: cioè quello di raccontare, con più d’una traccia autobiografica, la giornata di una ragazza intruppata nella folla e già abbastanza  confusa di suo.

Perché piace: un film esile e garbato

Karen Di Porto realizza un costrutto esile, certo, ma ricco di spontaneità e di garbo, singolare nella sua innocenza senza schermi e in un segno d’intraprendenza creativa dove, vestendo ad un tempo i panni di sceneggiatrice, regista e attrice protagonista sembra un po’ come quei musicisti di strada capaci di suonare contemporaneamente diversi strumenti. In un film nel quale nessuno, insomma, cerca Maria per Roma. Più che altro è lei a cercare se stessa e una sua dimensione. Che, come in un gioco di specchi, è quasi impossibile da trovare.

Voto: 3/5
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