La Seconda guerra mondiale non ha ancora raccontato tutti i suoi orrori. Neppure al cinema, naturalmente. Un altro capitolo, ai più ignoto ma non per questo di minore raccapriccio, lo aggiunge adesso Land of Mine (Terreno minato) del regista, editore e scrittore danese Martin Zandvliet  (già autore dell’apprezzato Applause, 2009), passato alla Festa del Cinema di Roma tra molti consensi, gli stessi che gli aveva riservato appena un mese fa il Festival di Toronto.

Una pagina sconosciuta, datata 1945, nella Danimarca appena liberata, attraversata da colonne di soldati tedeschi fatti prigionieri e guardati (con odio) a vista. Soldati cacciati nella guerra all’ultima ora. Molti di loro giovanissimi, poco più che ragazzini, ai quali capita di essere dirottati sulla costa danese a disinnescare milioni  di mine antiuomo e anticarro deposte sotto la sabbia dai nazisti che avevano immaginato là un futuro sbarco alleato.

Il film racconta di un gruppo di questi piccoli soldati, cui non mancano, al tempo stesso, la fierezza germanica, il senso di appartenenza e le paure, l’inesperienza, il candore propri della loro età. Deportati sulla spiaggia, controllati a vista da un sergente dei parà danesi che definire di ferro è un eufemismo, incominciano il loro lavoro. Che a poco a poco si trasforma in lenta, inesorabile carneficina. Tanto da far affiorare nel loro aguzzino, prima cinico e violento, degli impulsi protettivi che lo inducono a sfidare gli ordini dei suoi superiori. Fino a dare salvezza e libertà ai pochi superstiti del suo gruppo.

Ragazzi non soldati. Che hanno un solo desiderio: tornare a casa, magari dalla mamma. Al di fuori delle divise, delle etichette, della follia bellica. Attorno a loro Zandvliet costruisce un film di grande valore civile e forti tensioni narrative. Che si accentuano quando il procedere dello sminamento,  mani tremanti nello strisciare sulla sabbia fra la morte possibile e la sopravvivenza, esplosioni dietro l’angolo e vecchie mine arrugginite pare trasfigurarsi in una gigantesca roulette russa. In climi quasi di thriller.

Realismo storico e forte slancio drammatico. Sono gli elementi che la vicenda, basata su un contesto reale, riunisce in una finzione narrativa capace di coinvolgere e commuovere senza retoriche e lamentazioni. Elaborando anzi una cifra formale che, rispettando i contenuti di progressiva sottrazione emotiva del concetto di odio in ottica di futura pacificazione, riesce a creare una splendida galleria di caratteri e di personaggi. Tra primi piani insistiti, volti scavati, sguardi impauriti, lacrime, fame, dialoghi scarni, durezze militari e tenerezze di cuori umani.

Tra gli attori, oltre la schiera di ragazzi-soldato magnificamente diretti a livello espressivo e recitativo, vale la pena di citare Roland Møller, il duro, fibroso sergente Carl che nella sua figura e nella sua evoluzione (auto)critica sintetizza e sviluppa in termini anche simbolici la riattivazione della vita, il ritorno alla civiltà, la rinascita della carità.

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