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Cinema

La vita di Pi, solo in mare, con una tigre, per 227 giorni: così si cresce

La storia di un ragazzino a tu per tu con un felino su una scialuppa diventa film dopo essere stato bestseller. Lo firma Ang Lee e il 28 settembre apre il Festival di New York. Il segreto del successo: è un "romanzo di formazione" che ricorda Salgari, Stevenson, Conrad

Un ragazzo va alla deriva su una barca da 26 piedi (circa 8 metri) in compagnia d’un piccolo zoo, nel quale, accanto a un orango femmina, una iena maculata e una zebra ferita, spicca una tigre del Bengala che si chiama Richard Parker, proprio come il marinaio mangiato dai suoi compagni di naufragio in Storia di Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe. Se aggiungiamo che il ragazzo porta il bizzarro nome di Piscine Molitor Patel, è di origine indiana e, come il piccolo Kim kiplinghiano, mescola alla dura prosa della vita una tenace ricerca spirituale, ecco che sulla piccola arca di Noè vengono a intrecciarsi i principali archetipi della narrativa avventurosa. La giungla incantata di Mowgli (la tigre Richard Parker è un po’ parente di Shere-Khan) si mescola a quel tema del naufragio che, dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe a Lord Jim di Joseph Conrad, costituisce l’asse portante d’ogni avventura che si rispetti.

La storia del ragazzo indiano e del suo naufragio con la tigre affamata è stata raccontata in Vita di Pi del canadese Yann Martel, Booker prize nel 2002. Dopo molte vicissitudini produttive, Ang Lee l’ha ora trasposta in un film attesissimo. Un budget di 70 milioni di dollari, 3 mila provini per trovare un protagonista "absolute beginner"; Ang Lee s’è preso perfino il lusso di fare recitare Tobey Maguire nel ruolo dell’autore, per poi togliergli col suo pieno consenso la parte a film ormai concluso e rigirare tutte le sue scene con un attore sconosciuto. Insomma: ci sono abbastanza ingredienti di gossip per rendere stimolante l’attesa.

Nel frattempo, vale forse la pena d’interrogarsi sul richiamo esercitato da una storia come quella del giovane Piscine Molitor Patel. Dietro la trama avventurosa, non è difficile scorgere lo schema caratteristico del romanzo di formazione, in cui l’eroe protagonista, un adolescente o un giovane, matura il proprio carattere affrontando pericoli e avversità d’ogni genere. Il Bildungsroman, come si usa definirlo con termine tedesco, costituisce a partire dal Wilhelm Meister goethiano (1796) il filone portante di molta narrativa occidentale. Ma la romanzeria avventurosa ci ha aggiunto isole e naufragi, tempeste, pirati e tigri antropofaghe. Soprattutto, ha svelato fino all’apoteosi la complicità dei protagonisti (e di noi lettori per interposta finzione) con il male celato dietro le peripezie che essi devono affrontare.

Confessiamolo: L’isola del tesoro stevensoniana non avrebbe lo stesso sapore senza la strana solidarietà fra il giovane Jim Hawkins e il pirata Long John Silver. C’è un doppio insidioso dentro di noi, un conradiano "compagno segreto", pronto a suggerirci che ogni romanzo di formazione è anche un romanzo di deformazione: Il signore delle mosche di William Golding, con la regressione cruenta dei ragazzini naufraghi su un’isola dopo un incidente aereo, è in questo senso una parabola esemplare. Yann Martel, sornione, non scioglie il dilemma: il finale di Vita di Pi rimane, romanzescamente, aperto.

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