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Cinema

Stanley Kubrick, compie 25 anni Full Metal Jacket

6 ottobre 1987: esce nei cinema italiani uno dei film più straordinari del regista newyorkese. Nessuno ha mai mostrato meglio la follia della guerra

Full Metal Jacket

Lee Ermey in "Full Metal Jacket" (AP Photo)

Se sei fortunato, ti capita dieci volte nella vita di uscire dal cinema quasi stordito da quello che hai visto. Non è solo bellezza: è forza, tecnica, eloquenza. Ti senti come se qualcuno fosse riuscito a dare finalmente corpo a un pensiero che non saresti mai stato capace di esprimere con la stessa efficacia. E quello che provi non è frustrazione o invidia, ma gratitudine.

Da questo punto di vista, il film della vita per me è Full Metal Jacket. Dopo averlo visto per la prima volta, ho pensato che Stanley Kubrick non avrebbe meritato un Oscar, ma il premio Nobel per la pace. Perché nessuno mai, perlomeno sul grande schermo, è riuscito a descrivere in modo così lucido e raggelante la follia della guerra, la sua capacità di strappare via dall'uomo tutte le caratteristiche che lo distinguono dalle macchine e dalle bestie feroci. E, per raggiungere il suo scopo, il regista newyorkese non ha mostrato battaglie efferate, fiumi di sangue, bambini mutilati e altri colpi bassi: ha scelto l'altra violenza, quella peggiore, la violenza psicologica.

Ne riparliamo oggi perché, incredibile ma vero, sono già passati 25 anni: nelle sale italiane Full Metal Jacket arrivò il 6 ottobre 1987 e anche qui, come in tutto il mondo, destò un'impressione enorme. Il film, com'è noto, è diviso in due parti: la prima racconta il durissimo addestramento di un plotone di marines, torchiati da un implacabile istruttore in una caserma della Carolina del Sud; la seconda, ambientata in Vietnam, è dedicata invece al battesimo del fuoco di alcuni ex compagni di corso, che si ritrovano a combattere fianco a fianco. Ma anche il brivido tanto atteso dell'azione, che avrebbe dovuto  riscattare l'inumanità dei sacrifici sopportati, rivelerà un gusto terribilmente amaro.

"È molto più difficile trovare un'idea che i soldi per realizzarla", disse una volta Kubrick, per spiegare come mai lasciasse passare tanto tempo tra un film e l'altro. Tra Shining, il suo lavoro precedente, e Full Metal Jacket trascorrono ben sette anni, ma quando il maestro si rimette in movimento il risultato lascia a bocca aperta. Abituato a trarre ispirazione dai libri (non ha mai scritto una sceneggiatura originale), stavolta si ispira a due titoli: The Short-Timers di Gustav Hasford (tradotto in italiano Nato per uccidere) e Dispatches (Dispacci) di Michael Herr, uscito nel '77 e pubblicato da noi solo nel '91. Due opere frutto dell'esperienza diretta degli orrori perpetrati in Vietnam, che colpiscono il maestro, inducendolo a contattare gli autori e ad arruolarli (a vario titolo e per periodi diversi) come collaboratori alla sceneggiatura.

Il risultato, contrariamente a quanto molti hanno scritto, non è un pamphlet antiamericano, ma un saggio su che cosa è davvero la guerra, chiunque la faccia e comunque finisca. Anche il Vietnam, in questo senso, è solo un pretesto, e se di solito i film di guerra optano per un realismo esasperato (a partire dal bellissimo Platoon di Oliver Stone, uscito pochi mesi prima di FMJ), Kubrick se ne infischia. Nel suo film non c'è la giungla, spesso non c'è neppure il nemico e a ben vedere non c'è neanche il Vietnam: è stato ricostruito a Londra, in un'ex centrale del gas sulle rive del Tamigi, dove il regista ha fatto trasportare 200 palme provenienti dalla Spagna e 100.000 piante tropicali di plastica fatte arrivare da Hong Kong.

A terrorizzare qui, d'altronde, non sono serpenti, trappole e vietcong, ma la disumanizzazione di un pugno di ragazzi convinti di dover servire il loro Paese, e trasformati invece in killer orgogliosi di esserlo. È uno dei temi cari a Kubrick: il potere non combatte la violenza, la usa per perseguire i propri obiettivi. Un assassino non è sempre una minaccia: dipende da chi ammazza. Il risultato è un documento di un'asprezza a volte intollerabile, ma realizzato con il consueto sarcasmo, e una vena beffarda che si intuisce già nel poster del film: in primo piano c'è un elmetto sul quale, accanto al simbolo pacifista, campeggia la scritta "Born To Kill" ("Nato per uccidere").

Un film del genere non aveva bisogno di divi, bastavano dei bravi attori. I soldati Matthew Modine (Joker) e Vincent D'Onofrio (l'indimenticabile "Palla di Lardo") sono da applausi, ma il protagonista assoluto del film è Ronald Lee Ermey, un vero istruttore dei Marine approdato sul set e destinato a diventare subito leggenda. Non solo per la sua valenza simbolica (di fatto interpreta se stesso), ma soprattutto perché è stato l'unico attore che, lavorando con Kubrick, ha potuto improvvisare senza che il regista lo spellasse vivo. Il carisma di Ermey e la sua abilità nel mitragliare insulti sanguinosi e pittoreschi, anzi,  avevano completamente conquistato il ruvido Stanley, che dopo i primi ciak smise di scrivergli le battute e gli lasciò mano libera.

E pensare che all'inizio lo aveva ingaggiato come semplice consulente. Poi, un giorno, Ermey chiese di parlargli e si propose per la parte del sergente Hartman, sostenendo che era fatta per lui. Kubrick, seduto sulla sua sedia, senza scomporsi gli disse di no. "Quando ti sto parlando, alzati in piedi!", gridò allora l'istruttore e il regista, istintivamente, obbedì. Poi si rese conto di quello che era successo, guardò l'uomo che aveva davanti e gli diede la parte. Basterebbe questo per fargli un monumento.

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