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Cinema

Sideways, un brindisi all'amicizia (e all'amore)

Cinema in TV - Un addio al celibato tra i vigneti della California cambia la vita di due quarantenni: Sky ripropone una commedia romantica, diventata un cult movie

Sideways Paul Giamatti, a sinistra, e Thomas Haden Church (AP Photo/Fox Searchlight Pictures, Merie W. Wallace)

SIDEWAYS

di Alexander Payne con Paul Giamatti, Thomas Haden Church, Virginia Madsen, Sandra Oh

Usa, 2004, 124'

Per festeggiare l'imminente matrimonio di Jack, il suo migliore amico Miles organizza un addio al celibato molto particolare: una vacanza  enogastronomica di una settimana in giro per la California, tra cantine e vigneti. Quasi subito, però, la coppia incontra due belle donne, e la  situazione si complica... Lo so, detta così potrebbe essere la trama di una di quelle commediacce  on the road dove, tra una sbronza e un doppio senso, un rutto e una  tetta di plastica, si stiracchiano novanta minuti di niente, a uso e  consumo del tamarro di turno.

Perché allora Sideways (in onda su Sky Cult martedì 11 alle 21.00), che parte proprio da questo spunto, è invece una commedia deliziosa, diventata a tutti gli effetti un piccolo cult movie? Molti lo hanno amato per i dialoghi brillanti, le atmosfere solari, i paesaggi da cartolina, le appassionate discussioni su Pinot nero e Merlot e qualche concessione alla farsa.

Per esempio, la scena in cui Miles cerca di recuperare il portafogli dell'amico, dimenticato a casa di un'amante, è davvero indimenticabile. Risate a parte, in questo film c'è anche  tanto cinema, e il merito è del regista Alexander Payne, premiato non a caso con l'Oscar per la miglior sceneggiatura. Un copione solido, il suo, che rifiuta colpi a effetto e virate più o meno illogiche: l'idea di partenza si sviluppa armoniosamente e arriva a destinazione senza avere il fiato corto. Ne esce una storia credibile d'amore e amicizia, in cui nessuno si stupisce se tristezza ed euforia, speranza e magone si azzuffano tra di loro, senza riuscire a prevalere. La sobrietà (caratteristica singolare, in un film in cui i protagonisti bevono dall'inizio alla fine) si riflette anche nella composizione del cast, privo di grandi nomi ma ricco di attori di talento. Paul Giamatti, oggi famoso ma all'epoca poco più di un caratterista di lusso, è un fantastico Miles. Professore per ripiego, scrittore fallito, uomo infelice ancora innamorato dell'ex moglie, riversa nell'enologia l'entusiasmo che non saprebbe altrimenti dove convogliare. Piccolo, bruttino ma con una luce incredibile negli occhi: per un personaggio del genere, si farebbe fatica a trovare nel database di Hollywood un attore più adatto di questo.

Strepitoso anche Thomas Haden Church che, nonostante l'inquietante somiglianza con Arnold Schwarzenegger, non manca di espressività e rende perfettamente la superficialità di Jack: attore di terza categoria, è un cazzone che vive tutto con lo spirito di una gita scolastica ma al quale, nonostante o forse proprio per questo, è impossibile non affezionarsi. Miles infatti lo perdona e lo “copre” anche quando si porta a letto la bella Stephanie (Sandra Oh, all'epoca moglie di Payne, oggi star di Grey's Anatomy), senza dirle però che sta per sposarsi. Non è solo solidarietà maschile, quella del professorino: si è invaghito della migliore amica di Stephanie, Maya (Virginia Madsen), e teme che la spregiudicatezza dell'amico faccia fare anche a lui la figura del cialtrone a caccia di facili scopate. Paura tutt'altro che infondata: quando la verità viene a galla, le ragazze si infuriano, e chi ci resta peggio è proprio Miles. Se per l'amico quella con Stephanie era solo un'avventura, Maya per lui stava diventando qualcosa di più, e riconquistare  la sua fiducia diventa fondamentale: con lei, forse, si può cominciare una nuova vita.

Magari non possiamo cambiare il nostro destino, ma perché non provarci? È questa la morale di Payne: niente di rivoluzionario, ma è difficile non essere d'accordo. In ogni caso, il suo è un film leggero ma non superficiale, furbetto ma non ruffiano e (cosa non scontata a Hollywood) non mette in scena caricature ma persone vere, piene di cicatrici ma anche di voglia di vivere. E bere.

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