Mele a perdita d’occhio. Per raccoglierle, i braccianti spendono di viaggio fino all’ultimo cent ma una volta arrivati al campo scoprono che la paga giornaliera promessa gli è stata dimezzata. O peggio. Un dollaro anziché tre. Insomma c’è di che irritarsi. Anche qualcosa di più. Ma siamo nella California del 1933 in piena Grande Depressione e l’atteggiamento dei latifondisti non è troppo comprensivo verso chi reclama i propri diritti. Anzi, il dito sul grilletto dei loro scherani scatta con una certa facilità e non di rado, se si protesta con troppa energia, ci scappa il morto.

È il contesto sociale, storico e politico nel quale si muovono i fatti e i personaggi di In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi (in sala dal 7 settembre, durata 1h 53’) che James Franco – 39 anni, attore popolare e discreto regista – desume dal romanzo omonimo di John Steinbeck, titolato qua come l’originale e uscito in Italia come La battaglia, tradotto nel ’40 da Eugenio Montale per Bompiani. E, per finire con le informazioni, si aggiunge che il libro è del 1936 e càpita tra Pian della Tortilla e Uomini e topi, vale a dire in un passaggio di grande effervescenza nella creatività dello scrittore di Salinas.

Vocazione corale e due figure principali

La storia ha una vocazione corale ma si raccoglie soprattutto attorno a due figure polarizzanti, Jim (Nat Wolff) e Mac (James Franco medesimo), sindacalisti etichettati “comunisti” che seguendo un disegno ideologico e allo stesso tempo pragmatico, partono alla volta di una coltivazione con l’obiettivo – in questo tempo quasi utopico – di affermare le ragioni dei lavoratori attraverso uno sciopero. E trovando colà fertilissimo terreno e buoni motivi d’intervento visto lo stato di prostrazione e sfruttamento nei quali versa la manodopera.

La protesta e l’amore vanno di pari passo

Superate così – non senza la complicità della situazione obiettiva – le iniziali diffidenze, l’incendio rivendicativo divampa ben presto, sostenuto collettivamente, guidato dal possente London (Vincent D’Onofrio) che i braccianti eleggono a loro rappresentante. Per la verità sboccia anche l’amore: tra Jim e la giovanissima Lisa (Selena Gomez), cui lui (col compagno di lotta) ha dato assistenza al parto prima di sostituirsi nei fatti ad un padre latitante.

Di incendi, per la verità, ce ne sono anche altri, veri, appiccati dagli uomini  del “padrone” Bolton (Robert Duvall) nella fattoria dove gli operai si sono accampati dopo aver proclamato il sospirato sciopero, che si avvia a diventare lungo e logorante per tutti, destinato all’inevitabile svolta repressiva ma anche a diventare un piccolo tassello per i futuri diritti dei lavoratori.

Un dottore in equilibrio fra la testa e la pancia

Nel romanzo di Steinbeck è importante, sia pure non centrale nella sua architettura, la figura di un medico, il dottor Burton (qua interpretato da Jack Kehler), che presta le sue cure tra le tende degli scioperanti (per i raccoglitori, durante il lavoro, non c’era invece alcuna assistenza). Interessante la sua posizione di equidistanza sia dallo sfruttamento padronale, sia dall’eccessiva spavalderia vicina all’incoscienza con la quale i sindacalisti proseguono nella logica del muro contro muro anche quando le circostanze lo sconsiglierebbero. Di fatto è probabilmente questa la posizione, dunque l’opinione dello scrittore. Che pure non negando le sacrosante argomentazioni dei più deboli (tutta la sua opera, del resto, lo testimonia), pare qui preferire l’imparzialità di testa agli atti governati soltanto dalla pancia.

Tutto questo, pur senza introdurre sospetti di “infedeltà”,  nel film non si ritrova. Il personaggio del dottore resta tra le righe piuttosto slavato, lasciando il passo per scelta narrativa ad un fraseggio molto viscerale certo più adatto allo spettacolo cinematografico e alle sue urgenze di tensione. Il tono della faccenda è dunque epico, addirittura “eroico” nella predisposizione di taluni al sacrificio anche estremo  davanti all’ingiustizia o al servizio di un’ideologia.

Qualche cedimento e una buona rilettura d’epoca

Meglio la prima metà del racconto che istruisce, per così dire, la pratica dello sciopero e delinea la contrapposizione fra le due parti in conflitto. Nella seconda, prima della naturale rimonta conclusiva, si avverte qualche pausa e affiorano cedimenti alla verbosità e ai sentimentalismi ma l’azione, in generale, non subisce troppi danni. Anche per merito di una mise-en-scène complessiva dove la ricostruzione e la rilettura d’epoca sono felicemente curate nei dettagli: inclusi quelli fotografici che meritano attenzione nei cromatismi ben selezionati e del taglio delle immagini a firma di Bruce Thierry Cheung. Inevitabile, nell’avanzata degli scioperanti sulla via polverosa, il ricorso iconografico al celebre dipinto del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

I vagoni merci e una canzone celebre del 1931

Altrettanto ovvio che non manchi il viaggio su un vagone merci tirato dalla locomotiva sbuffante e sferragliante, una specie di must  di quegli anni. Piuttosto manca, a livello musicale, qualche brano di Woody Guthrie, cantore numero uno di quell’America e del suo cammino complicato; in compenso, ma solo in extremis sui titoli di coda, riecheggia la celebre e combattiva Which Side Are You On? di Florence Reece (datata 1931), eseguita dagli Almanac Singers. Incisione d’epoca: il gruppo, attivo solo all’inizio degli anni Quaranta, era stato innescato da gente come  Millard Lampbell, Lee Hays, Pete Seeger e lo stesso Woody Guthrie. Tanto di cappello.

Voto: 3/5
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