Cinema

Charlie Chaplin, il più grande genio del cinema

Nei suoi film c'è tutto quello per cui vale la pena di vivere: amore, speranza, coraggio. Un ricordo dell'indimenticabile interprete di Charlot, scomparso il giorno di Natale del 1977

È Natale, voglio farmi un regalo. Parlare di Charlie Chaplin, il più grande genio mai visto su un set cinematografico. L'uomo che, prima e meglio di tutti, ha dimostrato al mondo che il cinema è una vera arte, capace di sprigionare con una potenza entusiasmante valori, emozioni, poesia. A dire la verità, un collegamento diretto  tra il genio inglese e il 25 dicembre c'è, ma è piuttosto malinconico. Proprio in questo giorno infatti, nel 1977, Chaplin chiudeva gli occhi nel suo rifugio svizzero di Corsier-sur-Vevey. Aveva 88 anni, e una storia privata e professionale non proprio ordinaria.

Al di là delle ricorrenze, comunque, nel giorno in cui molti di noi (per fede o abitudine) cercano di guardare il mondo con un briciolo di speranza e ottimismo in più, ripensare ai capolavori di questo piccolo grande uomo viene quasi naturale, perché dentro c'è tutto quello per cui vale la pena di vivere: l'amore, la speranza, la voglia di combattere le ingiustizie, il coraggio di sopportare le avversità, la fiducia in un mondo migliore.

Ecco perché credo che il più grande torto che si possa fare a Charles Spencer Chaplin sia quello di definirlo semplicemente un comico. Non perché non sapesse far ridere, anzi: molte sue gag fanno venire ancora oggi le lacrime agli occhi. Il fatto è che, più dell'effetto esilarante, colpisce nel suo lavoro la capacità di creare qualcosa che è diventato immortale nel momento stesso in cui è stato proposto al pubblico. La modernità dei film di Chaplin (specialmente nel suo periodo d'oro, negli Anni 20 e 30) è ancor più sorprendente del loro immenso valore artistico, proprio come la sua capacità di affidare a opere apparentemente ilari una denuncia delle ingiustizie sociali piuttosto affilata per quel periodo.  Il suo Charlot, il vagabondo con bombetta e bastone, non è una macchietta, ma un simbolo: l'emblema dell'uomo semplice e buono, bersagliato dalla sortuna e dalle prepotenze di una società malvagia. Un rivoluzionario che sceglie di combattere la sua battaglia contro il male con il sorriso sulle labbra.

Dove trovasse tanto ottimismo un giovanotto con una storia come la sua alle spalle, non so proprio spiegarmelo. Suo padre era un attore di varietà di infimo ordine, perennemente ubriaco e morto ad appena 37 anni (Charlie all'epoca ne aveva 12). La madre, una cantante malata di depressione che secondo molti dei biografi di Chaplin perse definitivamente il lume della ragione per la fame e le privazioni. Fu proprio per togliere d'impiccio la madre, fischiata dal pubblico dopo una performance non certo brillante, che il piccolo Charlie viene praticamente buttato sul palcoscenico per esibirsi come bambino prodigio: ha sette anni, ma se la cava piuttosto bene. Inizia così una traballante carriera, volta più che altro a mettere insieme il pasto con la cena. A 17 anni, finalmente, riesce a ottenere un ingaggio in una compagnia circense, nella quale conosce un certo Stanley Jefferson, che diventerà un divo di fama mondiale con lo pseudonimo di Stan Laurel: il suo personaggio, Stanlio, formerà con Ollio (Oliver Hardy) una delle coppie più mitiche di Hollywood. Chaplin, gongola, forte delle tre sterline a settimana che riesce a guadagnare. Nessuno, tanto meno lui, potrebbe immaginare che, neanche dieci anni dopo, sarà il primo attore della soria a firmare un contratto che gli garantirà l'incredibile cifra di un milione di dollari.

Il resto è storia: i suoi capolavori, dal Monello a La febbre dell'oro, fino a Tempi moderni; il tramonto di Charlot, “ucciso” dall'avvento del sonoro; la nuova vita con i film parlati dal Grande dittatore in poi; le becere e assurde accuse di antiamericanismo, che lo costringono a lasciare gli Stati Uniti; la piena “riabilitazione”. E sullo sfondo, una vita privata burrascosa, scandita dalla passione per donne molto più giovani e da un istinto paterno sviluppatissimo che lo ha portato a mettere al mondo ben undici figli.

Parlando di un artista del genere, però, soffermarsi sul privato è tempo perso: meglio, mile volte meglio ripensare ai suoi film, alle strabilianti invenzioni visive che li caratterizzano, alla magia che riescono a liberare. Chissà se la Sindrome di Stendhal si può manifestare anche davanti al grande schermo: se così fosse, nessun fan di Chaplin ne resterebbe immune. Quanto a lui, è difficilissimo scegliere un'immagine simbolo della sua carriera. Alla fine ho optato per la sua partecipazione alla notte degli Oscar del 1972, quando ha ottenuto il suo secondo premio Oscar «per l'incalcolabile contributo dato all'arte cinematografica». Sono passati 43 anni dalla conquista della prima statuetta, vinta nel 1929 (il film era Il circo), e sul palco del Dorothy Chandler Pavilion sale un uomo di ottantatrè anni, visibilmente commosso dalla standing ovation che lo accoglie. Gli applausi sembrano non finire mai: durano 12 minuti. Nessuno, né prima né dopo quella serata, ha ricevuto un'accoglienza simile. Perché nessuno è stato come lui.

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