Cinema

È morto Carlo Monni, il giullare toscanaccio nato bruco - I video

Si è spento a 70 anni l'attore comico fiorentino che ha esordito con Benigni, un bischero sagace che univa volgarità a poesia

Carlo Monni (Credits: Roberto Vicario/Wikipedia)

Toscanaccio irriducibile, compare di bischerate e di set di un giovane Roberto Benigni, si è spento a 70 anni a Firenze l'attore Carlo Monni.

Erede verace di una tradizione di comici-affabulatori, dalle feste paesane passato al cinema e al teatro, nato a Campi Bisenzio il 23 ottobre 1943, a dieci km dal capoluogo toscano, rappresentava l'anima greve e spiritosa del fiorentinaccio, quello che con due battute secche e veloci ti attacca al muro e intanto ti fa piangere dal ridere. In lui aveva Cecco Angiolieri, ma anche Dante: era sempre audace e colorito, ma anche la poesia gli apparteneva. 

È stato per anni al fianco di Roberto Benigni al tempo degli esordi del "piccolo diavolo", entrambi insieme su Rete 2 nel 1976, mentre fingevano di disturbare le frequenze Rai con la tv di fantasia Onda Libera (nota anche come Televacca), in collegamento "una stalla di Capalle", dove Monni era il vaccaro Monna, uno dei valletti del presentatore Mario Cioni interpretato da Benigni.

 

E poi eccolo in Berlinguer ti voglio bene (1978), nei panni di Bozzone, che nel film di Giuseppe Bertolucci, in bici con Benigni, recita la poesia: "Noi semo quella razza che non sta troppo bene che di giorno salta i fossi e la sera le cene, lo posso grida' forte, fino a diventa' fioco, noi semo quella razza che tromba tanto poco, noi semo quella razza che al cinema si intasa pe' vede' donne gnude, e farsi seghe a casa, eppure la natura ci insegna sia sui monti sia a valle, che si po' nasce bruchi pe' diventà farfalle, ecco noi semo quella razza che l'è fra le più strane, che bruchi semo nati e bruchi si rimane, quella razza semo noi è inutile fa' finta, c'ha trombato la miseria e semo rimasti incinta".

 

Ha recitato anche nei film di Marco Ferreri Chiedo asilo, sempre con Benigni, e Storie di ordinaria follia, e in Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli. Ma è stato diretto anche da Sergio Citti, Massimo Troisi, Carlo Lizzani, Pupi Avati, Tinto Brass, Paolo Virzì.

Nell'indimenticabile Non ci resta che piangere (1984) del mitico duo Roberto Benigni e Massimo Troisi era Vitellozzo, colui che ospitava i due amici piombati nel Quattrocento, quasi Cinquento:

 

Fedele alla comicità toscana un po' guascona, due toscani come Francesco Nuti e Massimo Ceccherini non potevano non chiamarlo alla loro corte. Eccolo quindi in Caruso Pascoski di padre polacco (1988) e in Lucignolo (1999).

Qui l'irresistibile padre "affettuoso" di Lucignolo:

 

Uno degli ultimi impegni cinematografici fu in Manuale d'amore 3 (2011) di Giovanni Veronesi.

Sul palcoscenico era stato visto recentemente in Benvenuti in casa Gori (2011), presso il Teatro Dante di Campi Bisenzio, per la regia di Alessandro Benvenuti.

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