Di Guido Chiesa ricordo volentieri Il Partigiano Johnny e soprattutto Lavorare con lentezza. Sono due film che fanno parte della fase molto creativa (2000-2004) di questo cineasta torinese con formazione americana, cresciuto nel periodo aureo di Fandango, passato poi nella compagine di Colorado con la miniserie tv Quo vadis baby? (2008) e il film Io sono con te (2010).

Questo per dire che Chiesa, realizzando Belli di papà (ancora con Colorado, adesso anche con Medusa) rompe un silenzio durato cinque anni, sicuramente troppi per un autore di talento e di originale ispirazione artistica oltre una solida base culturale (e musicale). E che ce n’è abbastanza per guardare con molto interesse a questa sua nuova esperienza cinematografica, giocata sulla linea di confine tra la commedia pedagogica e quella sociologica/sociale con spunti di spasso pari a quelli di riflessione e di attenzione.

Tutti elementi che nascono all’interno di una famiglia ricca formata da padre vedovo e tre figli. Il padre, Vincenzo, è un imprenditore; i tre figli, Chiara, Matteo e Andrea altro non sono, appunto, che tre figli. Spendaccioni e fannulloni, riposano sul padre come su un’amaca, metà furbetti metà cretini – che cos’è  la vita, questa sconosciuta? Così Vincenzo, quando finalmente capisce che la misura è colma decide d’inventarsi un tracollo aziendale con bancarotta fraudolenta che “deve” costringere il quartetto alla fuga da Milano  e alla latitanza. Il rifugio? Una catapecchia divorata dal tempo in Puglia, nel cuore del paese natale di Vincenzo, la sua casa di famiglia da rimettere in piedi per farla diventare vivibile.

Sudore e polvere, un lavoro da inventarsi, pochi spiccioli in tasca. Vietato chiedere. Adesso i tre “belli di papà” se la devono cavare da soli sporcandosi le mani. E, forse, incominciando ad imparare a vivere consumano un’esperienza che, lo si vedrà alla fine, tornerà loro molto utile e insegnerà qualcosa anche al padre.

La commedia si gusta attraverso una sua misura di comicità molto ariosa e appagante, determinata da dialoghi non banali (la sceneggiatura è costruita in modo originale da Giovanni Bognetti e lo stesso Guido Chiesa sulla scorta di un film messicano di successo, Nosotros los nobles di Gary Alazraki) e cadenze serrate che via via, con il supporto di una regia sempre molto sorvegliata,  sviluppano armonicamente il cimento dei tre ragazzi  inconsapevolmente pilotati dal loro padre-burattinaio.

Insomma un felicissimo ritorno di Chiesa, con il supporto di un attore, Diego Abatantuono che ruba naturalmente la scena nei panni del padre dei tre sciagurati con una presenza e una maschera cariche ad ogni passaggio di umori ed espressioni dense e crepitanti. Performance sontuosa che non offusca, comunque, quelle dei tre ragazzi (Matilde Gioli, Andrea Pisani, Francesco Di Raimondo) i quali, ciascuno con proprio merito recitativo, completano e sostengono l’eccentrico prospetto famigliare.

Ce n’è a sufficienza, insomma, per ridere e ragionare.  All’interno di una proposta di commedia finalmente diversa, amena ma non scollata dalla migliore tradizione di genere. Esilarante e ricreativa. E’ la sintesi del fare cinema di Chiesa e, più in generale, di un ottimo lavoro collettivo: sullo sfondo di un concetto di precarietà generazionale che appartiene ai contenuti, non certo al costrutto del film, proiettato in climi di vivace maturità.

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