Cinema

Baz Luhrmann: "Vi racconto il mio grande Gatsby"

Il film tratto dal romanzo di Fitzgerald aprirà il Festival di Cannes. Intervista al regista australiano, che ci narra come ha scelto Leonardo DiCaprio per il ruolo di protagonista, le notti insonni a buttare giù idee, la commistione di jazz e hip hop per la colonna sonora...

Baz Luhrman (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Il 15 maggio Il grande Gatsby, nuova trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, aprirà il Festival di Cannes.
L'attesa è tanto, soprattutto nell'immaginare che congiunzione esplosiva può essere quella tra lo sfarzo eccessivo e decadente dell'epoca del jazz e lo stile estroso ed esagerato del regista Baz Luhrmann.
Il cineasta australiano, già autore di Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Moulin Rouge! e Australia, in questa intervista ci anticipa qualcosa del suo film, facendoci già assaporare l'atmosfera anni Venti. 

La sua decisione di portare Il grande Gatsby sul grande schermo venne presa svariati anni fa, probabilmente stata ispirata dall'ascolto dell'audiolibro durante un viaggio sulla Ferrovia Transiberiana. Vero?
"Sì, è vero. Sono un raccontastorie e ho dovuto raccontare quella vicenda un bel po' di volte perché, ovviamente, molta gente ha chiesto: 'Come mai hai deciso di girare Il grande Gatsby?'. Inizio sempre con un ricordo di quand'ero bambino, di quando vidi [Robert] Redford in Butch Cassidy e di come diventai un suo grande ammiratore. Avevo sette anni quando lo vidi per la prima volta nel 1969, e quelli sono anni formativi; dopo fu la volta de La Stangata ed era il 1972. Ancora più tardi, nel 1974, lo vidi ne Il grande Gatsby e all'epoca avevo dodici anni. Realizzai allora che - per citare [il produttore] Bob Evans, che all'epoca mandava avanti lo studio e che ho incontrato un paio d'anni fa - 'il film era bello, ma in un certo senso noioso'. Ed era davvero un bel film, ma poco coinvolgente.
Il mio interesse per Gatsby si rifece poi vivo sulla Ferrovia Transiberiana. Mi resi conto che il viaggio non si sarebbe trasformato nell'avventura romantica tolstoiana o dostoevskiana in cui avevo sperato, ma un semplice viaggio bloccato in questa scatola di metallo, accompagnato da un audiolibro e un paio di bottiglie di un vino rosso australiano. Feci così partire l'audiolibro, mi scolai il vino rosso e dopo sei ore mi risvegliai e mi resi conto che non vedevo l'ora di ricominciare daccapo. Fu allora che realizzai che il libro aveva una struttura cinematografica e farne un film diventò un'ossessione".

È stato molto difficile far appassionare altre persone a un riadattamento del romanzo di Fitzgerald?
"Ho sempre una certa quantità di progetti in pentola e infatti, dopo poco, ho iniziato a girare Australia. Stavo lavorando sia su La Bohème, l'opera, che su Australia. Avevo anche iniziato a lavorare su Alessandro Il Grande perché riuscire ad ottenere i diritti per girare Gatsby si stava rivelando difficile, quasi impossibile a dire il vero. Dopo qualche tempo, spuntò di nuovo l'opportunità e fui in grado di ottenere i diritti. Sono molto fortunato perché non ho mai riscosso troppi problemi nel convincere altre persone a realizzare determinate cose. Se ci credo fermamente, riesco di solito a convincere qualcun altro a credere in me. Mi lancio con tutto me stesso. Il problema principale stava nell'ottenere i diritti una volta ottenuti, si trattava di trovare uno studio che volesse realizzarlo. E quello fu piuttosto facile".

Può parlare della sua visione per Il grande Gatsby? Esteticamente sembra conservare la forte componente visiva e visionaria per la quale lei è diventato famoso.
"Il modo in cui giro i miei film nasce dal desiderio di svelarli, sebbene capisca perché il pubblico mi consideri qualcuno che cerca di imporre qualcosa al di sopra di queste opere. Volevo davvero svelare il libro. C'erano fondamentalmente due problemi nel fare questo. Da un lato, andava raccontata in maniera intima una storia estremamente impersonale così com'era nella testa di Nick Carraway. Fitzgerald era un grande fan di Joseph Conrad, che scrisse Cuore di tenebra, una storia simile strutturalmente [a Il grande Gatsby]: un ingenuo risale un fiume ed incontra un personaggio emblematico. Walter Kurtz e Jay Gatsby si assomigliano; il loro carattere ossessivo non cambia mai. L'unica idea che non abbiamo preso direttamente dal romanzo è stata proprio questa: Nick Carraway sta scrivendo un libro su Gatsby e volevamo trovare il modo di mostrare i sentimenti e le riflessione che Nick riporta sull'uomo. Quella è stata la più grande licenza poetica che ci siamo presi. C'è un espediente per farlo, non le dirò quale, ma è stato ispirato da Gli ultimi fuochi di Fitzgerald stesso.
Francis Ford Coppola, un mio caro amico, scrisse la sceneggiatura per il Gatsby di Redford e mi disse che gli altri libri scritti da Fitzgerald gli servirono da ispirazione. Nelle note de Gli ultimi fuochi, un'opera rimasta incompiuta, Fitzgerald rivelò che forse, i lettori, avrebbero scoperto alla fine che il personaggio femminile principale stava mettendo insieme tutti i pezzi della storia in un manicomio.
Tutto quello che c'è nel film è basato su varie ricerche. Recentemente, qualcuno ha detto, 'Cosa c'entrano le zebre di gomma nella piscina?', ed ovviamente, se c'è una zebra di gomma in una piscina, ci sarà anche una foto scattata nel 1921 di una ragazza con una zebra di gomma. Infine ci siamo occupati della musica, che riveste un ruolo importantissimo. Be', ce ne sono due: il 3D e la musica. Fitzgerald stesso era ossessionato dalla cultura popolare. Usò almeno settanta canzoni popolari nei suoi vari lavori. In Gatsby usa questo nuovo tipo di musica afro-americana, il jazz. A me il jazz piace molto; il mio patrigno, una specie di ventottenne ubriacone, possedeva 17mila 78 giri. Ma ci siamo resi conto che pensiamo al jazz come a qualcosa di raffinato, ma che non lo era; era pop; era viscerale e scioccante e narrativo. Non volevo evocare nostalgia con le musiche del film. Non volevo che questo adattamento fosse visto in maniera nostalgica. Non volevo un effetto seppia. Perché la verità è che quando leggi il romanzo, non pensi ad allora, ma pensi ad oggi, ad adesso. Allora pensai: 'Qual è il modo più immediato di trasmettere l'idea di 'ora e adesso'?' La musica aiuta moltissimo, e se prendi il jazz e lo paragoni alla musica da strada afro-americana di adesso, il risultato è l'hip-hop. Perciò ho lavorato a stretto contatto con Jay-Z, e con canzoni e ballate pop. L'abbiamo adattato in questo modo".

La musica che troveremo nella colonna sonora sarà la stessa ascoltata dai personaggi del film?
"La musica li accompagna. Per esempio, c'è il meraviglioso e talentuoso Bryan Ferry, con una delle migliori orchestre di jazz tradizionale al mondo. Sono fantastici. In un primo momento sentiremo Jelly Roll Morton e il momento dopo partirà una canzone di Jay-Z e, nella stessa scena, il rap di Jay-Z verrà coperto da Bryan Ferry e dalla sua orchestra jazz. Finisce a fare da sottofondo per poi sfociare di nuovo in Jelly Roll Morton. Questo succede davvero in una scena. Faccio in modo che sia chiaro al pubblico quando i personaggi stanno ascoltando del jazz tradizionale che poi si trasforma e personalizza in un intreccio musicale. Cerco di decodificarlo fonicamente per il pubblico. Nessuno dirà, 'Oh, il jazz di Jay-Z è davvero eccellente, vero?'".

Quando si è occupato del casting per Jay Gatsby, Leonardo DiCaprio è stato la sua prima scelta fin da subito? E la sua amicizia con Tobey Maguire ha influito sulla decisione di far interpretare a quest'ultimo Nick Carraway?
"Sì, ho sempre avuto lui in mente. Leonardo è un mio amico da molti anni, sin dai tempi di Romeo + Gulietta. I suoi genitori sono miei amici e gli voglio molto bene. Di conseguenza gli amici di Leonardo sono i miei amici; anche se non allo stesso livello, Tobey lo conoscevo bene già da prima, lo avrei considerato per la parte a prescindere dall'amicizia con Leonardo, perché Nick Carraway è sicuramente un personaggio stile 'acqua cheta che rovina i ponti'. Ma il fatto che tra di loro ci sia un'amicizia profonda che va avanti da anni, il fatto di sapere che il viaggio di Leonardo sarebbe stato impegnativo e faticoso, il fatto che Tobey sia una persona molto calma e riflessiva - nonché un attore di immenso talento di cui abbiamo visto solo la punta dell'iceberg -, per tutte queste ragioni ho pensato fosse una buona scelta averlo nella squadra.
Eravamo un triangolo, in realtà, un triangolo collaborativo. Abbiamo avuto i nostri momenti di scontro, le nostre folli notti che andavano avanti per ore, in cui buttavamo giù le nostre idee, e queste notti sono diventate alcuni dei momenti più memorabili del film. Ai tempi sembravano pazzie, 'Oh mio Dio, sono le tre del mattino, dobbiamo girare domani mattina!'. In realtà sono stati scambi appassionati, che puoi avere solo con dei veri amici e dei veri artisti. Mi considero estremamente fortunato e privilegiato per questo. Non succede a tutti".

Ha visionato numerose attrici per il ruolo di Daisy Buchanan. Cosa l'ha colpita di Carey Mulligan, cosa le ha fatto pensare che fosse la scelta giusta?
"Tutti sanno che è stato come cercare la protagonista per Via Col Vento. Devo raccontare un segreto però: ero a Londra, stavo soggiornando al Sanderson Hotel, e avevo sentito parlare di questa giovane ragazza, così mi sono intrufolato al party di Harvey Weinstein subito dopo la notte degli Oscar. Mi sono avvicinato a questa deliziosa ragazzina che indossava, mi ricordo, un vestito vintage che ricordava molto quelli anni '20. Ho cominciato a parlarci, e fin da subito ho capito quanto fosse una creatura intelligente e incantevole. Ma, ovviamente, qualche anno dopo, quando è arrivato il momento dei provini, Leonardo mi ha affiancato in tutte le decisioni.
Non c'è stato nessun dubbio: è entrata e prima che uscisse eravamo tutti estasiati. Leonardo, credo, riassunse perfettamente il nostro pensiero. Disse: 'Mi ricordo di quella frase dal libro, 'Jay Gatsby conobbe per tempo le donne''. Il che significa che Gatsby, da giovane, era già un esperto in materia e aveva già in mente un tipo di donna ideale. Ma quando guardi l'interpretazione di Carey, ti accorgi che lei è veramente Daisy. È letteralmente un fiore di serra che Jay Gatsby vuole proteggere; non si sarebbe mai interessato a una donna fisicamente e caratterialmente uguale a Daisy Buchanan e questo l'ha resa speciale, ha acceso in lui il desiderio di proteggerla, di metterla a riparo. Ed è qui che nasce l'ossessione, ed è qui che risiede la pazzia.

Ha accennato a numerose notti passate ad aggiustare delle scene in cerca della soluzione più giusta. Qual è la più grande sfida che ha dovuto affrontare?
"Una delle più grandi gioie è stata quella di poter lavorare con James West, che è un professore universitario eccezionale. James West ha anche redatto Trimalchio [titolo/versione originale del libro che Fizgerald sottopose all'attenzione del suo editore, prima di riscriverlo e distribuirlo come Il grande Gatsby], nome che è stato per anni anche il titolo del nostro progetto. Trimalchio è la bozza di Gatsby prima che l'editore, Max Perkins, incoraggiasse Fitzgerald ad apportare delle modifiche finali, e noi ci siamo ispirati a molti degli elementi in esso presenti; penso che il lato oscuro del Jay Gatsby di Leonardo, quella personalità oscillante e in un certo senso illusoria, abbia molto a che fare con quello che viene raccontato in quella bozza. Leonardo era ossessionato con Trimalchio. Era solito portarsi dietro una copia del libro dovunque andasse e ha una memoria fotografica quindi riusciva ad aggiornarmi e tenermi informato, mentre io dovevo sempre far ricorso ad appunti. Leonardo era veramente ossessionato, proprio come Jay Gatsby".

È un grande onore che Il grande Gatsby sia stato scelto come film d'apertura per il Festival di Cannes. Quali sono i suoi pensieri e i suoi progetti a riguardo?
"Ho dei sentimenti molto positivi verso il Festival di Cannes per tre ragioni molto importanti. La prima riguarda il film che nel 1992 presentai in Australia, in un solo cinema, Ballroom - Gara di ballo: fu un flop, pensavo che la mia carriera fosse finita. Ma un uomo di nome Pierre Viot vide il mio film e mi disse 'ti offro la possibilità di proiettarlo al Festival di Cannes'. E quello segnò l'inizio della mia carriera nel cinema. La seconda ragione risale a molti anni dopo, quando aprii il Festival di Cannes con Moulin Rouge!; noi [Luhrmann e la moglie, la produttrice/costumista/scenografa Catherine Martin] ai tempi non avevamo figli, e fu un'esperienza spettacolare ed elettrizzante. Ed infine, oggi, io e mia moglie abbiamo due figli e ritornare a Cannes sembra un cerchio che si chiude.
Ma, molto più interessante, è il fatto che due dei nostri luoghi preferiti al mondo e i due posti in cui attualmente viviamo - abitiamo a New York ma passiamo molto tempo in Francia - sono anche i luoghi in cui Fitzgerald scrisse Gatsby. Scrisse la maggior parte del libro in una villa a Saint-Raphaël, a 20 minuti da Cannes, a 20 minuti dalla spiaggia in cui la moglie stava facendo capriole insieme a un elegante ufficiale. Si può immaginare, quindi, che parte del dolore di Gatsby provenisse dallo stesso luogo e mi sembra quasi destino ritornare qui. Voglio dire, chi avrebbe mai pensato che, molti anni dopo, il film basato su un’opera così sofferta sarebbe stato al centro dell’attenzione di tutti sulla Croisette? Penso sia un maestoso cerchio che si chiude.

Ha mai visitato la villa in Francia in cui Fiztgerald scrisse Il grande Gatsby?
"A dire il vero no, non ci sono stato, ma penso esista ancora. Cercherò di fare il possibile per andarci e magari pranzarci. Anzi, me lo segno, da fare a tutti i costi un pranzo cerimoniale all'interno – o nei dintorni – della villa!".

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