The Grandmaster, il nuovo film di Wong Kar-wai: 5 cose da sapere

Il regista cinese autore di capolavori come In the Mood for Love e 2046 torna con una storia sontuosa e buia, dove il kung fu è arte

The Grandmaster (BIm Distribuzione)

Di bellezza visiva struggente, frenata però da uno sviluppo narrativo un po' faticoso, finalmente arriva in sala il nuovo film di Wong Kar-wai, il regista cinese di capolavori come In the Mood for Love (2000) e 2046 (2004).

The Grandmaster, dal 19 settembre al cinema, è inevitabilmente uno dei titoli più attesi dai cinefili. E proprio per questo destinato probabilmente a non centrare appieno tutte le aspettative. Tra scene d'azione sontuose e ricami stilistici d'autore, è ricostruita la storia di Ip Man, il leggendario maestro di Bruce Lee e della scuola di kung fu Wing Chun, e intanto viene rievocato il mondo delle arti marziali nell'epoca repubblicana (1911-1949), l'età dell'oro del kung fu cinese, con le sue rivalità, le sue tragedie e i suoi misteri esoterici.

Ecco cinque cose da sapere sul film.

1) Otto anni di preparazione

The Grandmaster ha richiesto ben otto anni di preparazione a Wong Kar-wai, che si è gettato a capofitto nel lavoro di ricerca, raccogliendo fotografie d'epoca, libri e documenti, riempiendo diari e quaderni di ritagli e appunti. Ha intrapreso un viaggio durato più di tre anni (documentati nel film The road to The Grandmaster, prodotto da Jet Tone Films) che lo ha condotto in nove città della Cina e di Taiwan, sotto la guida del più grande maestro cinese di wushu (arti marziali), Wu Bin, e ha intervistato tanti artisti marziali che gli hanno parlato della loro filosofia e del loro lavoro.
Le riprese sono quindi iniziate nel novembre del 2009, con il direttore della fotografia Philippe Le Sourd dietro la macchina da presa, per prolungarsi - con qualche mese di interruzione - fino a novembre 2012. Il lavoro di post-produzione si è svolto tra la fine del 2012 e i primi del 2013, così che il film ha potuto avere la sua anteprima come evento d'apertura del Festival di Berlino. 

2) Tony Leung, il carisma. Zhang Ziyi, lo splendore

Wong Kar-wai arruola attori a lui cari, Tony Leung (che già aveva diretto in sette film, tra cui Happy Together, In the Mood for Love e 2046) e Zhang Ziyi, già interprete di 2046. Se l'uno è di un carisma pacato e attraente, l'altra è di una bellezza dolente. 
È lui Ip Man, figlio di una famiglia benestante di Foshan, sud della Cina. Sua moglie Zhang Yongcheng (Song Hye Kyo) è una discendente della dinastia Manciù. Come ogni appassionato di Wing Chun, frequenta il Padiglione d'Oro, un elegante bordello dove si incontrano i maestri di kung fu di Foshan e dove anche le donne custodiscono alcuni segreti delle arti marziali. Nel 1936 arriva a Foshan il Gran Maestro delle arti marziali della Cina del nord, Gong Baosen (Wang Qingxiang), che viene a festeggiare il suo imminente ritiro. La cerimonia prevede una sfida e una sua esibizione di arti marziali con un uomo più giovane: Ip Man pare a tutti lo sfidante ideale. Nel corso di un evento analogo tenuto al nord, il ruolo del concorrente era toccato al discepolo e successore di Gong, Ma San (Zhang Jin). Per assistere alla cerimonia arriva anche la figlia del vecchio maestro, Gong Er (Zhang Ziyi), unica erede della micidiale tecnica dei 64 palmi, dello stile Bagua, creata da Baosen. E qui incontrerà Ip Man... 

3) Narrazione un po' confusa. L'amore, mai compiuto

La narrazione non si sviluppa come semplice biografia. Se il tema principale è la vita di Ip Man, collateralmente si muove la storia della Cina, dal 1936 passando per l'occupazione giapponese per finire a Hong Kong anni '50. Soprattutto intanto si vive l'amore mai realizzato tra Ip Man e Gong Er, ostacolato da fedeltà, rinunce, eventi. Quella dell'amore anelato e non compiuto è una riflessione ricorrente del cinema di Wong Kar-wai, già divenuta poesia nello stupendo In the Mood for Love.
Tra salti temporali ricorrenti, diventa però faticoso restare totalmente avvinti dallo svolgimento e la forza della storia ne patisce un po'.

4) Il kung fu come arte, in un estetismo folgorante

The Grandmaster non è semplicemente un film sulle arti marziali e su scontri a gran ritmo a mani nude. The Grandmaster è una lettura poetica del kung fu, che diventa opera d'arte. I duelli sono di bellezza profonda, con rallenty, sguardi che si incontrano, volti che si sfiorano, anime che si studiano. Il combattimento iniziale sotto la pioggia ha un'eleganza cupa. Tante sono le sequenze che si svolgono in un'atmosfera atra, che se da una parte crea un fascino scuro, dall'altra lascia una certa freddezza di fondo. Le inquadrature sono di estetismo superbo. Il tocco di Wong Kar-wai è inconfondibile.

5) Colonna sonora con un tocco italiano

Alla colonna sonora ha contribuito Stefano Lentini, trentottenne che fa parte della nuova generazione di compositori italiani di musica da film. È suo lo Stabat Mater che si sente. "Il caso ha voluto che Wong Kar-wai ascoltasse un cd sopra una pila di decine di altri;" racconta il musicista, "la prima traccia era lo Stabat Mater: era quello che stava cercando per il suo film. Così è nata questa collaborazione".

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