"Mi rifaccio vivo", la commedia sincera ma spuntata di Sergio Rubini

Parla di pacificazione e della capacità di guardare l'altro, il nuovo film del regista-attore pugliese. Ma fatica a trovare il registro giusto per decollare e divertire

Margherita Buy ed Emilio Solfrizzi in "Mi rifaccio vivo" (Foto Emanuela Scarpa)

La visione di certi film, pompati dall'aura psichedelica dei blockbuster americani, è una delusione quasi divertita, che non genera poi pentimento alcuno nel lasciar correre le dita sulla tastiera con critiche affilate.
Certe altre visioni, sospinte dalla voglia di gustare una pellicola onesta di un regista apprezzato e sincero, sono delusioni tristi: e ora come faccio a scrivere che Mi rifaccio vivo di Sergio Rubini, che stimo senza remore, non ha centrato le attese e mi ha lasciato con il sapore amaro di un film dai buoni intenti ma non del tutto riuscito?

Encomiabile e caro Sergio, non me ne abbia a male... E ora si parte.
Mi rifaccio vivo, dal 9 maggio al cinema, è stato definito dal regista pugliese "una commedia sulla pacificazione", e in tempi di aspre dialettiche politiche, di forte tensione sociale e di conseguente governo posticcio "della pacificazione", ce n'è davvero bisogno.
L'attore scoperto da Fellini, che nel passaggio dietro la macchina da presa ha spesso portato una cifra surreale e grottesca, attinge ancora a questi ingredienti e porta con sé nella sua nuova avventura una manciata di attori di fiducia. Ecco che ritroviamo così la sua ex moglie Margherita Buy (che aveva diretto in La stazione, Prestazione straordinaria, Tutto l'amore che c'è, L'amore ritorna, L'uomo nero), il volto comico di Emilio Solfrizzi (con cui aveva già girato La stazione e La terra) e Valentina Cervi de L'anima gemella. A questi si aggiungono due comici puri, Pasquale Petrolo in arte Lillo (del duo "Lillo e Greg") e Neri Marcorè, e la simpatica faccia televisiva di Vanessa Incontrada.

Cosa aspettarsi da un simile cast? Una congiunzione di garbo e divertimento. Ma se il garbo di certo non manca, a testimonianza che commedia non significa per forza volgarità, il divertimento invece latita. Si fatica a trovare un pieno coinvolgimento; risate o sorrisi, interni o a fior di labbra, sono poco frequenti.

Rubini sceglie come base del suo racconto una tematica non così originale, ovvero tornare in vita dopo la morte grazie all'aiuto di una sorta di angelo custode (interpretato dallo stesso Rubini). Ecco che riaffiorano alla memoria titoli come Il paradiso può attendere, La vita è meravigliosa... La scelta è per certi versi coraggiosa: quando si supera il confine del realismo, ci vuole un tocco "magico" nella regia per convincere e non rischiare il ridicolo. E Rubini mai lo sfiora.

Biagio Bianchetti (Lillo) è un imprenditore affermato, sposato con un'ex ballerina (Incontrada). Tutto va per il meglio, finché non ritorna nella sua vita un'amara conoscenza del passato, il suo ex compagno di scuola Ottone Di Valerio (Marcorè), ovvero il classico figlio di papà che dal suo ingresso in scena, sin da piccolo, sempre lo ha umiliato, scavalcato, fatto diventare eterno secondo. Questo irritante rompiscatole ha appena aperto un'attività nel suo stesso settore, e per reggere il confronto e cercare di superarlo, almeno per una volta, Biagio si indebita ricorrendo a una losca figura (Gianmarco Tognazzi). È l'inizio del fallimento e della fine. È la rotta verso il suicidio. Ma quando Biagio si trova nell'aldilà, gli viene offerta una seconda possibilità: può tornare in vita per una settimana e può assumere l'aspetto che più gli piace. Sceglie così di diventare Dennis Rufino (Solfrizzi), un manager di successo che affiancherà Ottone alla guida della sua azienda. Se le speranze celesti sono che Biagio dimostri di saper andar oltre l'invidia, Biagio ha invece un solo obiettivo: rovinare Ottone.
Una volta al fianco di Ottone, però, Biagio si imbatterà nella quotidianità tutt'altro che perfetta del rivale, nei problemi che ha con la moglie (Buy) e in quelli devastanti che ha con la sua psicologa (Cervi). Da acerrimo nemico, diventerà suo salvatore.

È di sicuro interessante questa svolta illuminata e la morale che sottende: solo da distante l'erba del vicino è più verde. E solo da distante non ci si accorge delle fragilità che vive l'altro e lo porta ad atteggiamenti insopportabili. Se il messaggio è quindi valido, soprattutto in tempi recenti, lo sviluppo è però troppo spesso scontato e poco intrigante, con lo strisciante pericolo della noia.

Ci si sente talvolta a un passo dalla buona direzione, ma poi la commedia sembra non decollare mai del tutto.

Se Solfrizzi è di certo l'uomo giusto, ora elegante, ora sornione, ora ambiguo, con una semplice smorfia della bocca, con un solo sguardo, con tutte le espressività richiestegli dalla parte, è meno convincente il suo "alter ego" Lillo, troppo esasperato verso la caricatura. E anche il personaggio di Marcorè, il rivale, manca di un certo spessore e scivola nel caricaturale.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Rubini insieme a Carla Cavalluzzi e Umberto Marino, a volte è un po' troppo didascalica. La visione dell'aldilà di Rubini è una piccola perla sagace: i trapassati sono invitati a indossare ciabattine e accappatoi bianchi e sono smistati in una sorta di lussuoso albergo-spa. Ognuno ha il suo codice di attesa e, uno alla volta, viene indirizzato al piano che si è meritato. A dirigere tutto c'è un signore con barba e capelli lunghi e bianchi che più che a San Pietro assomiglia a Karl Marx. L'immagine è squisita! Peccato però che lo spettatore venga pedissequamente tenuto per mano e che gli venga sottolineato che no, non si è sbagliato, lui è proprio Karl Marx. L'intuito e le suggestioni non vengono solleticati.

Anche questa volta a Rubini non manca il suo piglio onesto e sincero, ma l'impressione è che la sua commedia sulla pacificazione sia spuntata. Pace.

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