Il grande Gatsby, la giostra esagerata di Baz Luhrmann

Il film debutta a Cannes e divide la critica. Per molti è un adattamento senza gusto. Ma siamo così convinti che a Fitzgerald non piacerebbe? - I 10 film da non perdere

(Warner Bros. Pitcures Italia)

Ieri Il grande Gatsby di Baz Luhrmann ha aperto il Festival di Cannes, e non poteva esserci titolo migliore e più rumorosamente atteso e discusso per dare il via alla kermesse tra nastri colorati, coriandoli e paillettes, quegli artifici vistosi che animano le feste eccessive nella villa di Gatsby.

Il regista australiano che traspone sul grande schermo il romanzo capolavoro di Francis Scott Fitzgerald "è come se Luc Besson adattasse Proust", ha detto su Le Monde Jaques Mandelbaum. "È un film artificiale", "Gatsby organizzava grandi feste per guadagnare l'amore di una donna, Luhrmann ha fatto questo grande film per guadagnare l'amore degli spettatori e la considerazione dei media", è il commento di Thomas Sotinel sempre sul quotidiano francese. Alla proiezione per la stampa ieri la reazione è stata fredda, neanche un applauso ha chiuso la visione di due ore, solo silenzio. E la critica all'indomani è divisa, un po' come è accaduto negli Stati Uniti pochi giorni fa (stranamente, infatti, il film d'ouverture della Croisette quest'anno non è un'anteprima assoluta). 

Il settimanale New Yorker ha scritto che "la volgarità del Grande Gatsby di Baz Luhrmann è studiata per conquistare un pubblico giovane e suggerisce che, più che un cineasta, l'autore di Moulin Rouge e Romeo + Giulietta è un regista di video-clip con sconfinate risorse e una spettacolare assenza di gusto". Il prestigioso settimanale salva però tutti gli attori. Come fa anche l'Hollywood Reporter, soprattutto lodando Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan per la loro interpretazione "di prima classe", anche se questa "produzione enorme è esagerata dall'inizio alla fine".

Ma proprio per questo e anche per le sue esagerazioni io invece sono tra chi difende il film, pur nella sua imperfezione. Ho amato tanto il libro, ho adorato la scrittura potente e superba di Fitzgerald, e mi sento di dire che il grande scrittore americano non viene snaturato. Viene amplificato, sì, esasperato, ma del resto lui stesso scriveva, nel descrivere le feste da Gatsby, "tra un'esecuzione e l'altra la gente improvvisava 'numeri' per tutto il giardino, mentre scoppi di risa felici e inutili si alzavano verso il cielo estivo". La vacuità e la decadenza di una generazione, quella dell'età del jazz, degli anni Venti, sono l'anima delle sue pagine. E cosa c'è di più futile di riempire un film di sfarzo, di fuochi di artificio, di colori sparati, di esibizioni e balli, di alcol a fiumi e di musica rombante e dannatamente suadente?

La colonna sonora è poderosa e intrigante. Luhrmann affianca a note jazz, tipiche dell'epoca descritta, l'hip hop, che considera l'espressione afroamericana attuale e una sorta di equivalente contemporaneo del jazz (come spiega in questa intervista) : una commistione davvero affascinante, che a volte può sembrare più protagonista della narrazione stessa, ma indubbiamente avvince e coinvolge laddove la presa verso la storia viene meno. 

Quella che Gatsby (DiCaprio) coltiva verso Daisy (Mulligan) più che un amore è un'ossessione, è un ancorarsi ostinato a un sogno che non c'è più, a una brama di riscatto che illude di sentimenti profondi. E questo Luhrmann sa trasmetterlo sullo schermo. Il Gatsby interpretato da DiCaprio è più potente e meno mansueto di quello di Robert Redford nella versione del 1974, ma fuoriesce comunque come un eroe romantico, solo nella sua "straordinaria propensione alla speranza", una barca contro corrente risospinta senza posa nel passato.
Non è un caso che i momenti più toccanti del film siano il primo ritrovarsi tra Gatsby e Daisy, soprattutto nell'emozione palpabile sul viso di lui, e l'ultimo saluto a Gatsby di Nick Carraway, l'unico ad aver colto la vera anima di Gatsby: "Loro sono tutti marci, tu da solo vali più di tutti quanti messi insieme". È la sognante fissazione di Gatsby verso Daisy a commuovere, è l'attaccamento sincero di Nick verso Gatsby a emozionare, come nel libro. 

Luhrmann rimane molto fedele al romanzo, a parte qualche ovvia sforbiciata e lo stratagemma narrativo, per niente convincente, che vede Nick in cura da uno psicologo e indotto a scrivere un libro su Gatsby. Non se ne capisce il bisogno.

DiCaprio e Mulligan sono una volta di più sublimi. Leo conferma tutto quanto di buono finora scritto su di lui: ora riesce a essere elegante e inafferrabile, ora vulnerabile e impacciato, ora temibile... Mulligan rende a Daisy tutta la sua natura svaporata e frivola, quella sbadataggine tipica di chi sfracella cose e persone e poi si ritira nel suo denaro o nelle sua ampia sbadataggine, per parafrasare Fitzgerald. 
Tobey Maguire nei panni di Nick coglie la profondità disorientata del suo personaggio e l'essere contemporaneamente dentro e fuori i fatti visti e vissuti. E anche Elizabeth Debicki è una buona scelta per interpretare la campionessa di golf Jordan Baker.

Il regista, che ha anche scritto la sceneggiatura a quattro mani con Craig Pearce, aggiunge qua e là interessanti richiami all'attualità, a Wall Street e alla crisi. Il 3D è assolutamente inutile e soprattutto nella parte iniziale accentua un certo clima di finzione attorno al castello di Gatsby.

Luhrmann ha raccontato che alle fine della première americana gli si è avvicinata un'anziana signora dicendo: "Ho attraversato mezza America per vedere cosa avevi fatto del romanzo di mio nonno. Penso che lui sarebbe fiero del film. E sai una cosa? Mi sono piaciute molto anche le musiche".

Suvvia, perché accanirsi tanto contro questo nuovo fiammeggiante Gatsby?

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