Frankenweenie, il nuovo film di Tim Burton: che dolcezza!

Cartoon in stop-motion e in bianco e nero, è poesia pura e personalissima. Una storia di amicizia che ci fa viaggiare nel cuore malinconico e caldo del regista

Immagine di "Frankenweenie" (Walt Disney)

Tim Burton si ispira a Tim Burton e regala dolcezza allo stato puro e qualche lacrima di commozione (vera, no da parole ricopiate pari pari da cartella stampa).

Frankenweenie arriva al cinema (in 3D), dal 17 gennaio, e sembra l'essenza dell'anima fanciulla e sensibile del cineasta "poco integrato" e "solitario", come lui stesso si è definito in passato, così simile ai suoi personaggi, così simile al protagonista di questo film. Riprendendo il suo omonimo cortometraggio del 1984 in live-action (Franken è in onore a Frankenstein, e weenie in americano significa "miserabile"), il maestro del gothic realizza quello che all'epoca non potè fare per questioni di budget, un lungometraggio di animazione in stop-motion, in bianco e nero. Per Burton ormai la stop-motion è tecnica amata e nota, già utilizzata per La sposa cadavere (2005) e (da produttore e ideatore) per The Nightmare Before Christmas (1993); di certo è un mezzo espressivo che si addice alle sue corde, nel fascino poco geometrico dei soggetti materici che riproduce e nella poeticità di set e pupazzi realizzati a mano e resi animati dal montaggio di fotogrammi. (Per Frankenweenie sono stati costruiti oltre duemila pupazzi!)

In una rispettosa e delicata parodia del romanzo di Mary Shelley, Burton ci racconta le vicende di Victor Frankenstien, un ragazzino introverso che ha come solo e unico amico Sparky, cane fedelissimo e dinamico. Alla compagnia dei coetanei preferisce ritirarsi in soffitta, dove c'è il suo studio da scienziato in erba e da piccolo cineasta. I genitori sono amorevoli e comprensivi, ma si preoccupano un po' per la sua indole appartata. Proprio quando il papà Ben lo spinge a provare con il baseball, il suo amato Sparky ha un terribile incidente. Victor perde il suo grande amico.

La tristezza che Burton è riuscito a infondere nel volto e negli occhi di Victor, un pupazzo, è incolmabile e profonda. Il ragazzino non può rassegnarsi e, siccome il nome non mente, unendo i suoi apprendimenti scolastici alle sue naturali inclinazioni scientifiche ricuce e rianima Sparky. Peccato che tra bulloni esposti che danno scosse elettriche, cicatrici e orecchie che si staccano, l'amato cane non sia proprio del tutto uguale al vecchio Sparky. Solo la sua affettuosità docile e gratuita è la stessa.

Storia tenerissima di amicizia e amore, sembra di viaggiare dentro il cuore malinconico e caldo di Burton, che si mette a nudo. Il bianco e nero dà quel tocco retrò così affascinante, la giusta rima di un sonetto dark. E, ovviamente, come il regista statunitense ci ha abituati, non mancano i tratti comici: Mr. Whiskers, ovvero il Signor Baffino della versione italiana, il gatto di Stranella, è esilarante nel suo sguardo fisso e imperturbabile, in tutto uguale alla padrona. E non sono meno spassosi i suoi inquietanti presagi che si palesano come escrementi a forma di lettere.

I riferimenti alla cinematografia dell'horror sono tanti sparsi qua e là, tanto da fare di Frankenweenie un buon abbecedario per bambini curiosi e futuri cinefili. Un esempio tra tanti: la famiglia Frankenstein, bella comoda in divano, si gusta alla tv Dracula il vampiro (1958) con Christopher Lee. Ma ecco anche omaggi a La mummia, a Godzilla... Alla larga però chi cerchi ritmo e standard hollywoodiani: al cinema oggi c'è solo poesia, dolcissima poesia. Da goderne.

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