Educazione siberiana, Gabriele Salvatores tra neve e tatuaggi

Il regista di Mediterraneo ha ancora ardore da sperimentatore. E ci regala una storia di grande fascino, seppur imperfetta

Immagine di "Educazione siberiana" (Foto di Claudio Iannone)

Gabriele Salvatores torna al cinema. Se ne va all'est, tra neve, freddo e tatuaggi, e dimostra coraggio da vendere. Con Educazione siberiana (dal 28 febbraio nelle sale) decide di trasporre un romanzo spigoloso come quello di Nicolai Lilin e si rimette in gioco.

Se si pensa che il suo ultimo film, Happy family (2010), era una sorta di rimpatriata tra amici (Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, l'adattamento di un'opera del suo amato teatro Elfo...), ambientata nella sua città d'adozione Milano, e tanto colorata e giocosa, si capisce l'alta portata di questo suo nuovo lavoro, girato in terra lituana, in inglese e con un cast a lui del tutto nuovo, per lo più del posto. Tra volti sconosciuti spiccano però due presenze arcinote, lo svedese di Hollywood Peter Stormare (che interpreta il tatuatore Ink) e John Malcovich, che non ha bisogno di presentazioni e che segna la prima collaborazione con il regista di origini partenopee.

Malcovich è nonno Kuzya, il capo di una comunità di "criminali onesti", un clan di discendenti dei guerrieri Urca, originari abitanti della grandi foreste siberiane, deportati nel sud della Russia da Stalin e residenti in Transnistria, una regione dell'attuale Moldavia. Si tratta di gangster, ma con regole e un codice d'onore ben precisi, in cui a volte ci si sorprende di riconoscersi: "un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore può amare". E quindi furti sì, droga no. Uccisioni se capita sì, soldi da tenere in casa no. E poi abbasso polizia, banchieri, usurai...

In questo contesto di violenza indottrinata crescono due bambini amici per la pelle, Kolima e Gagarin, tanto uniti quanto così prossimi a perdersi. Sin da subito è evidente nei due un'indole diversa. In una storia che abbraccia l'arco di tempo dal 1985 al 1995 li vedremo crescere passando attraverso cambiamenti epocali attorno a loro, dalla caduta del muro di Berlino al disfacimento dell'Unione sovietica. Ormai quasi uomini e alle prese con le loro responsabilità, il primo avrà il corpo fiero, atletico e quasi aristocratico di Arnas Fedaravicius, l'altro il fare selvaggio e irrequieto di Vilius Tumalavicius.

Ne esce un film che ha sicuramente grande fascino e riesce a coinvolgere dall'inizio alla fine, anche grazie ai salti temporali e a un'ambientazione e a una cultura completamente diverse da quelle a noi note. La violenza trabocca e a volte lo sguardo fa fatica, ma non sembra così gratuita, quanto un'ineffabile esplosione di dna. La fotografia del solito socio di Salvatores, Italo Petriccione, è glaciale e livida, di un'asciuttezza seducente. A non avere il pregio dell'asciuttezza è invece la narrazione, a volte troppo ricca di dettagli e di parole. Ecco così che gli insegnamenti di nonno Kuzya ricorrono e ricorrono, in maniera un po' didascalica e con un'epicità a cui è data troppa enfasi.

La scena migliore?
Di certo è quella in cui i quattro amici, Kolima, Gagarin, Mel (Jonas Trukanas) e Xenya (Eleanor Tomlinson), corrono per salire sulla giostra, con Mel entusiasta perché si sente musica occidentale. Sul calcinculo ridono, si danno spinte, coccolano Xenya, bellissima ragazza intellettivamente disabile. In quel momento i sogni non toccano per terra e volano, senza peso specifico, leggeri.

L'insegnamento più bello.
Dalla bocca del saggio Kuzya o nella memoria del Kolima, tante sono le massime affascinanti della cultura criminale siberiana. Ma una, su tutte, conservo: i pazzi sono i "voluti da Dio", per questo li dobbiamo proteggere.

Salvatores, al suo quindicesimo film, passato dal successo da Oscar di Mediterraneo a opere surreali come Nirvana, ha ancora ardore da sperimentatore. Ora ha lanciato la sua picca (coltello). Non ha fatto centro. Ha colpito comunque il bersaglio, che era lontano e difficile. Per questo il suo è comunque più un punto guadagnato che uno perso.

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