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The Purple room – Angela Merkel, la crisi, le pari opportunità e il paradosso del salmone

Angela Merkel è una che va controcorrente. Ha cominciato a tre mesi di vita, quando i suoi genitori sono partiti da Amburgo per approdare nella Germania dell’Est, nel 1954. Come i salmoni, la Merkel va contro le convenzioni: pianta il …Leggi tutto

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Angela Merkel è una che va controcorrente. Ha cominciato a tre mesi di vita, quando i suoi genitori sono partiti da Amburgo per approdare nella Germania dell’Est, nel 1954. Come i salmoni, la Merkel va contro le convenzioni: pianta il marito dopo cinque anni dal matrimonio, ma si tiene il suo cognome e va a vivere in una comune.

Si laurea in fisica, lavora come ricercatrice e, a 36 anni, partendo praticamente da zero, inizia una carriera politica come portavoce del governo di transizione pre-unificazione. Quando Kohl, che la chiamava “la mia ragazza” e ne fa uno dei più giovani ministri del suo governo, resta invischiato in un affaire di finanziamenti privati al partito, la Merkel mette il suo disappunto nero su bianco e lo spedisce ai giornali. In poco tempo, la figlia di un pastore protestante soprannominata “The Mutter” (nonostante non abbia figli), arriva a guidare il partito dei cattolici, sfida Gerhard Schroeder, un politico con un pedigree lungo così e diventa il primo Cancelliere donna della Germania.

Insomma, la Merkel è come uno di quei fattorini che diventano amministratore delegato, solo che lei è diventata la donna più potente del mondo. Allora, perchè non si riesce a provare un minimo di simpatia per lei?

Diciamocelo: non è solo una questione legata all’impopolarità delle sue posizioni in relazione alla crisi economica. E non è nemmeno la sua incapacità di indietreggiare davanti all’orso. La Merkel, per dirla con il New York Times, sa fare le concessioni necessarie per ottenere quello che vuole: “La Cancelliera è più pragmatica che dogmatica, con grande frustrazione dei suoi avversari”. E poi, certe volte, la Merkel scivola, come quando nel 2008 all’inagurazione dell’Opera House di Oslo, ha sfoggiato un decolletè formato giaguaro.

La realtà, non va dimenticato, è più complessa di come la raccontano i titoli dei giornali: Merkel e Hollande, infatti, devono fare i conti anche con le pressioni politiche ed economiche dei propri alleati e dei propri elettori. La coalizione tedesca, infatti, inizia a mostrare crepe, come dimostrano i recenti risultati elettorali nel Lander più popoloso ed economicamente meno sano della Germania, ma non è detto che l’appuntamento con le urne dell’autunno 2013 potrà davvero riservare delle sorprese. La Merkel è una che non si ferma e finora, nonostate tutto, “Frau No” è una che ce l’ha fatta, arrivando dove nessuna aveva osato prima.

Quindi, mentre si parla di quote rosa e di una rappresentanza femminile nei posti di governo e di comando, perchè la Merkel non raccoglie consensi? E’ colpa del suo look che Karl Lagerfeld, recentemente, ha suggerito di ammorbidire con tagli più moderni? E’ la sua politica pro-Germania travestita da pro-Europa? Oppure, è un fenomeno culturale più profondo, per cui vanno bene le Margaret Albright, le Nancy Pelosi, le Hillary Clinton segretarie di stato, portavoce, potenziali candidati, ma niente di più? Il mio dubbio è che quando una ce la fa, arriva dove vorremmo che le donne arrivassero, la percezione vira in negativo – vedi la Thatcher, vedi Julia Gillard, Primo Ministro australiano -. Forse, prima di interrogarsi sulla leadership al femminile, dovremmo riflettere se siamo preparate – noi per prime – ad accettare una vera leadership al femminile. Forte come le donne sanno essere, nel bene e nel male.

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