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Rimini, settembre: la Chiesa si interroga sul ruolo delle donne

FLORENCE E LE ALTRE – Chiusi gli ombrelloni e riposte le sediesdraio, dal 28 al 30 settembre Rimini si trasformerà da meta di sicuro e facile divertimento a sede di incontri culturali e spirituali: per tre giorni il centro storico …Leggi tutto

FLORENCE E LE ALTRE – Chiusi gli ombrelloni e riposte le sediesdraio, dal 28 al 30 settembre Rimini si trasformerà da meta di sicuro e facile divertimento a sede di incontri culturali e spirituali: per tre giorni il centro storico della cittadina ospiterà il Festival Francescano, quest’anno dedicato al mondo delle donne.I motivi di interesse sono vari: innanzitutto per gli ospiti previsti, il meglio dell’intellighenzia religiosa e laica, impegnati in un confronto articolato in un centinaio di appuntamenti sul ruolo delle donne nella società, nell’economia, nella cultura, nelle professioni, nelle religioni, nella Chiesa. E poi per il contesto: ordini religiosi, quelli francescani, appunto, che si interrogano sulla figura della donna nella sua contemporaneità: quando “sacro” e “profano” (mi si passi l’espressione) si incontrano e dialogano. L’occasione: l’ottavo centenario della consacrazione di Chiara d’Assisi; lo slogan: “Femminile, plurale”.

Gli agganci con l’attualità sono tanti, a partire dal manifesto del Festival: rinunciando liberamente alla sua aristocrazia, “Chiara è una donna che si fa soggetto in un tempo in cui la soggettività femminile era in tutto e per tutto dipendente da quella maschile e, partendo da qui, senza rivendicazioni di sorta, coglie e sviluppa quella libertà che il Vangelo di Gesù Cristo apre ai figli e alle figlie di Dio. (…) Oggi, in un tempo di crisi economica che vede lottare contro la povertà intere generazioni che avevano creduto in un benessere in perenne crescita, occorre tornare a interrogarsi sul senso dei beni, sul loro uso, soprattutto sul fatto che è andato in crisi il modello unico dell’uomo vorace consumatore.

Non potendo soddisfare lo stimolo permanente all’acquisto e al possesso, dobbiamo inventare nuovi modelli di vita. (…) Nella prima ondata femminista, ha prevalso una spinta esasperata ad una uguaglianza che negava le differenze, appiattendo di fatto il comportamento femminile su quello maschile, di maggior prestigio sociale ed economico. (…) Oggi il mondo delle donne è ricco di risorse e di promesse, soprattutto là dove non si arrende all’arido cliché imposto dal ‘tu devi essere desiderabile a tutti i costi’, che porta a sfidare ogni concetto di limite; là dove non si lascia emarginare o espellere da un mondo del lavoro ancora troppo discriminante perché calibrato sul paradigma maschile; là dove non cede alla seduzione di una libertà che si fa assoluta prescindendo dal contenuto e dal contesto della scelta; là dove non si scoraggia di fronte a una Chiesa i cui tempi sono a volte troppo lenti nel riconoscere ciò che proprio dalle donne riceve. Oggi il mondo delle donne è in fermento, perché il loro cammino è ancora lungo, nella società, nell’economia, nella cultura, nelle professioni, nelle religioni, nella Chiesa, con un apporto decisivo e plurale”.

Tra gli ospiti attesi, anche suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata inviata per 24 anni in Kenya, oggi responsabile dell’Ufficio Tratta donne e minori dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia (Usmi), che si occupa del fenomeno della compra-vendita di donne e minori e del loro recupero. Ma non basta. Suor Eugenia è famosa anche per aver partecipato con un intervento lucido e appassionato alla manifestazione del 13 febbraio 2011 Se non ora, quando?, organizzata per reagire al modello dominante lesivo della dignità delle donne. Dal suo intervento, quantomai attuale: “In questi ultimi tempi si è cercato di eliminare la prostituzione di strada perché dava fastidio e disturbava i sedicenti benpensanti (…) ma non ci rendiamo conto che una prostituzione del corpo e dell’immagine della donna è diventata ormai parte integrante dei programmi e notizie televisive, della cultura del vivere quotidiano e proposta a tutti, compresi quei bambini che volevamo e pensavamo di tutelare. Tutto questo purtroppo educa allo sfruttamento, al sopruso, al piacere, al potere, senza alcuna preoccupazione delle dolorose conseguenze sui nostri giovani che vedono modelli da imitare e mete da raggiungere. La donna è diventata solo una merce che si può comperare, consumare per poi liberarsene come un qualsiasi oggetto ‘usa e getta’”.

“Troppo spesso la donna è considerata solo per la bellezza e l’aspetto esterno del suo corpo e non invece per la ricchezza dei suoi valori veri di intelligenza e di bellezza interiore per la sua capacità di accoglienza, intuizione, donazione e servizio, per la sua genialità nel trasmettere l’amore, la pace e l’armonia, nonché nel dare e far crescere la vita. Il suo vero successo e il suo avvenire non possono essere basati sul denaro, sulla carriera o sui privilegi dei potenti, ma deve essere fondato sulle sue capacità umane, sulla sua bellezza interiore e sul suo senso di responsabilità. (…) Non possiamo più rimanere indifferenti di fronte a quanto oggi accade in Italia nei confronti del mondo femminile. Siamo tutti responsabili del disagio umano e sociale che lacera il paese. È venuto il momento in cui ciascuno deve fare la sua parte e assumersi le proprie responsabilità”.

E ancora, dal libro Spezzare le catene (Rizzoli, 2012), che ha scritto con la giornalista Anna Pozzi: “Spezzare le catene che tengono schiave tante immigrate, trafficate e sfruttate, ma anche tante donne italiane, impegnate a lottare per riappropriarsi del proprio ruolo e della propria dignità e femminilità. Spezzare le catene di modelli mercantili che mercificano il corpo della donna e la riducono a un oggetto usa e getta. Spezzare le catene per ridonare alla famiglia, alla società e alla Chiesa la bellezza e la ricchezza del nostro ‘genio femminile’. La donna deve ritornare ad essere protagonista: capace di stimolare, umanizzare e trasformare ancora questo nostro mondo globalizzato, bisognoso di relazioni vere, di accoglienza dell’altro e del diverso, di solidarietà che costruisce ponti, di impegno quotidiano per una convivenza serena e pacifica di cui sentiamo tutti una grande necessità”.

Viste le premesse, chissà le conclusioni!

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