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Parole: il nuovo modo per parlare di uguaglianza di genere

THE PURPLE ROOM – Le parole non sono neutre, scriveva Laura Barsottini in uno degli ultimi post di questo blog, presentando l’iniziativa della rete di giornaliste Giulia. All’Università di Lipsia, il tema del linguaggio è considerato talmente importante da …Leggi tutto

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THE PURPLE ROOM – Le parole non sono neutre, scriveva Laura Barsottini in uno degli ultimi post di questo blog, presentando l’iniziativa della rete di giornaliste Giulia. All’Università di Lipsia, il tema del linguaggio è considerato talmente importante da risultare in un cambiamento delle regole grammaticali della lingua. Il tedesco, infatti, discrimina il genere, allo stesso modo dell’Italiano. La par condicio linguistica introdotta negli anni Ottanta che vuole l’indicazione del sostantivo sia al maschile sia al femminile – esempio: professore e professoressa, dipendente uomo e dipendente donna -  non è più considerata sufficiente. L’università ha deciso di fare a meno del doppio genere “Professor/in” e, dunque, eliminato il simbolo “/”, porta l’uguaglianza di genere su un nuovo livello. In base a quello che è stato etichettato come un “femminismo generico”, la forma femminile sarà usata anche per rivolgersi agli uomini. La nuova convenzione dà una spallata anche alla declinazione al maschile dei sostantivi misti, maschili e femminili. D’ora in poi, un professore sarà chiamato Professorin, indipendentemente dal sesso.

Un sofisma post-femminista? Niente affatto, assicura, Luise Pusch, uno fra i linguisti più sensibili alla questione di genere, che ha accolto con entusiasmo la decisione. “E’ un passo avanti per tutto il Paese, perchè è un cambiamento che obbliga le persone a pensare, a riflettere sul dominio maschile del linguaggio e sull’intrinseca discriminazione”. La meta, secondo Pusch, è arrivare a un lingua neutra per il genere. “Ogni frase che si riferisce alle persone, ma usa il maschile dà origine a un’associazione nella mente di chi ascolta e questo è uno svantaggio per le donne”. L’obiettivo è condiviso dall’Enciclopedia Nazionale Svedese che, poche settimane fa, ha introdotto il pronome “hen”, in alternativa al maschile “han” e femminile “hon”. Anche lo Stato di Washington ha recentemente approvato una legge che traduce in modo neutro tutti i termini in cui è presente il sostantivo “man” che potrebbero apparire discriminatori. “Le parole sono una forma di potere”, fa notare Nancy Heitzig, professore di sociologia alla St. Caterine University. “Quando la lingua ha connotazioni di genere, anche se non ci facciamo caso, il messaggio implicito è che si tratti di un mondo al maschile”.

A immaginarlo, il cambiamento suona radicale alle orecchie di chi parla una lingua subordinata alle stesse regole del tedesco. Per valutare l’effetto sulla percezione della realtà, basta provare con una semplice domanda: “Chi sarà la prossima presidente del consiglio?”. L’ipotesi che possa essere una donna si materializza, allo stesso modo in cui si esclude nel momento in cui la domanda è posta secondo la tradizione. Le parole, ha ragione Laura, non sono neutre, ma il loro potere è enorme, anche quando sono inoffensive.

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