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Oltre le frontiere – Pipaluk lotta per salvare la Groenlandia (e tutti noi)

Parla in inglese con un’inflessione che tradisce l’origine nordica e la permanenza olandese. La sua voce è lieve, il suo sguardo cristallino, come il ghiaccio della terra dove è cresciuta: la Groenlandia. Il messaggio che racconta colpisce al cuore. Il …Leggi tutto

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Parla in inglese con un’inflessione che tradisce l’origine nordica e la permanenza olandese. La sua voce è lieve, il suo sguardo cristallino, come il ghiaccio della terra dove è cresciuta: la Groenlandia. Il messaggio che racconta colpisce al cuore. Il suo mondo, quello dove gli inuit sono vissuti per millenni in armonia con la natura tutt’altro che facile, sta morendo: avvelenato da pesticidi e metalli pesanti utilizzati nei campi e nelle fabbriche a migliaia di chilometri dall’Artico. Sostanze spinte dalle correnti marine e dai venti, che si accumulano nel grasso delle balene e degli orsi polari, entrano nella catena alimentare dei pesci e infine nel sistema nervoso e immunitario degli uomini. Pipaluk Knudsen-Ostermann, 34 anni, è la protagonista, suo malgrado, di Silent snow  un documentario presentato nei giorni scorsi al Festival delle Terre di Roma e a Cinemambiente di Torino.

Il film è il viaggio di Pipaluk dal profondo nord del suo paese , alle savane dell’Uganda, dove si usa il ddt (quello che noi abbiamo bandito da anni) per combattere la malaria, spesso contro la volontà di chi abita nelle case, trattate con il terribile insetticida. Fino alle fabbriche di pesticidi del Tamil Nadu, in India, e alle piantagioni di banane del Costarica, dove a lungo si sono usati prodotti proibiti che hanno reso i lavoratori ciechi e sterili.

“Ho conosciuto Jan, il regista alla proiezione di un cortometraggio sul tema di Silent Snow. Mi ha detto che voleva fare un film e mi ha chiesto di aiutarlo. Non ero ancora cosciente dell’impatto che l’inquinamento ha sulla Groenlandia. Noi non abbiamo industrie, cresciamo nel rispetto della natura, nel senso che prendiamo solo ciò di cui abbiamo bisogno e la manteniamo il più possibile intatta” racconta Pipaluk, “Ero convinta che il mio paese fosse il posto più pulito della terra. Girando il documentario sono rimasta scioccata da quello che andavamo scoprendo”.

Pipaluk non voleva diventare la protagonista del documentario, ma alla fine come spesso accade le circostanze, o il destino, le hanno fatto cambiare idea. Per i due anni di lavorazione del film la giovane inuk ha preso un permesso non pagato di una settimana al mese. È tornata in Groenlandia,  per viaggiare su una slitta verso nord, dove la gente tenta di sopravvivere di pesca, mangiando ciò che rischia di ucciderli, ascoltare l’ex stimato ministro Henriette Rasmussen, dire alle sue connazionali  che è sconsigliato allattare al seno i propri figli: troppo alto il pericolo di trasmettere la morte, sotto forma di residui di diossina, invece che la vita.

“Io voglio dei bambini” dice con un fil di voce Pipaluk a una donna che la interroga in Africa: “Per molto tempo non sono riuscita a riguardare quella scena del film senza commuovermi” ricorda. Ce l’ha fatta quando ha scoperto di essere, finalmente, incinta di un bimbo (o una bimba) atteso per fine estate.

“Silent Snow mi ha cambiata profondamente. Non avevo mai incontrato tante sofferenze e tante persone straordinarie” aggiunge Pipaluk. Il pensiero corre a Jose, guardiano del fiume in India, che sopraffatto dall’impotenza verso le fabbriche di pesticidi che ammorbano le sue acque decise di farla finita, con tutta la famiglia. Lo salvò un malore della moglie: era incinta. Mentre racconta piange e con lui Pipaluk, si commuove e noi con lei. Con Shweta Narayan, attivista di Cuddalore invece, ci si infervora e ci si arrabbia. Non le permettono neppure di sapere cosa si produca in alcuni stabilimenti ai margini della città, ma lei non molla e di notte raccoglie campioni di fumi da spedire ad analizzare negli Stati Uniti.

“Non siamo ancora riusciti a proiettare il documentario in Groenlandia, spero che ce la faremo presto”confessa la protagonista. “È difficile far capire alla gente che vive lì la portata di quanto sta accadendo, e quanto questo riguardi tutti, in tutto il mondo”. In realtà, aggiunge con preoccupazione Pipaluk, di Groenlandia si è tornati a parlare molto, non per i danni al suo ecosistema provocati dalle fabbriche indiane,  ma per le sue potenziali ricchezze petrolifere.

Silent Snow è un grido di dolore, un atto di denuncia, ma soprattutto una conquista: di consapevolezza e anche di speranza. L’inquinamento e i problemi ambientali sono globali, ma globale è la voglia di lottare per cambiare le cose. Pipaluk ha un’ottima ragione in più per farlo, vedrà la luce tra tre mesi.

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