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Le Chitrakar, cantastorie-pittrici indiane in mostra a Milano

FLORENCE E LE ALTRE – Questa volta vi racconto (ma in realtà riporto soltanto) una bellissima storia che viene dall’India, di quelle che mettono insieme creatività, arte e impegno sociale, il tutto “addensato” dalla sensibilità femminile. Ma andiamo con ordine. …Leggi tutto

FLORENCE E LE ALTRE – Questa volta vi racconto (ma in realtà riporto soltanto) una bellissima storia che viene dall’India, di quelle che mettono insieme creatività, arte e impegno sociale, il tutto “addensato” dalla sensibilità femminile. Ma andiamo con ordine.

Questo pomeriggio, alle 18,30, presso WOW Spazio Fumetto – Museo del Fumetto di Milano si inaugura una delle mostre “al femminile” più interessanti del momento. Si intitola Dipinti cantati – Le Singing Women della tradizione indiana e ospita, con performance dal vivo, oltre 30 Pata, in inglese Scrolls, lunghe striscie di carta dipinte a mano (e narrate cantando) da artiste. A raccontarcela è Laura Todeschini, esperta e studiosa di tessuti asiatici oltre che una delle curatrici della mostra (insieme con Urmila Chakraborty, docente di Mediazione Linguistica e Culturale all’Università degli Studi di Milano e Giulia Ceschel, curatore indipendente d’arte contemporanea): “Nel West Bengala, circa a 100 chilometri da Calcutta, esiste il villaggio di Naya, dove viene perpetrata l’antica tradizione dei Patua, dal sanscrito Patta, come vengono chiamati i cantastorie, pittori e cantanti, itineranti indiani.

Gli Scrolls vengono presentati per la prima volta in Italia. “Tre anni fa”, continua la curatrice, “ho visto una mostra di Patua a Lisbona e ne sono rimasta affascinata. A questo incontro è seguito un viaggio in India ed è cresciuta la voglia di presentare questa realtà a Milano”. In origine, secoli fa, Chitrakar, letteralmente “pittori e creatori di pittura” era il soprannome dato ai cantastorie, di origine indù e appartenenti a una casta minore. Durante l’Impero Moghul (1526/1857 d.C.) i Chitrakar si convertirono alla religione musulmana per elevare il proprio status e giadagnare il rispetto della comunità. Entrati in contrasto con i musulmani per questioni religiose (continuavano a rappresentare le divinità come antropomorfe) decisero di adottare Chitrakar come cognome comune e di ritirarsi nel villaggio di Naya (dove, in realtà, convivono pacificamente le due fedi).

“Dagli anni 80”, aggiunge Todeschini, “le cose sono cambiate e gli skrolls hanno incominciato ad essere presentati in giro per il mondo. Il governo indiano spesso si rivolge a loro per veicolare questioni di interesse comune, come la piaga dell’Hiv, il controllo delle nascite, ecc. Contemporaneamente, è anche cresciuto l’impegno delle donne in questa attività”. Tre i filoni della mostra milanese: la mitologia, così forte nella cultura indiana (Ramayana e Mahabarata), questioni di attualità (l’attentato dell’11 settembre e gli tsunami del 2004 e 2011) e questioni legate alla vita delle donne (le mansioni tipiche della società rurale indiana ma anche usanze tradizionali a cui le donne devono sottostare e la lotta sociale per ribellarsi ad esse).

I Chatrakar, però, non sono solo donne. C’è differenza tra i patua maschili e quelli femminili? “Secondo me quelli femminili sono più belli, più vivaci, meno ovvi”, risponde Laura. “Sono più ricchi di piccole invenzioni e si sganciano dagli streotipi tipici del genere. Ma forse io sono troppo di parte”, confessa.

Beh, anche noi!

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