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Crisi: Margaret Thatcher e l’intervista impossibile

THE PURPLE ROOM – “Non mi parlate di battaglie! E’ tutta la vita che combatto” ha detto Margaret Thatcher all’Ambasciatore americano nel bel mezzo della crisi delle Falklands. Un dialogo che Meryl Streep ha restituito alla memoria nel biopic di …Leggi tutto

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THE PURPLE ROOM – “Non mi parlate di battaglie! E’ tutta la vita che combatto” ha detto Margaret Thatcher all’Ambasciatore americano nel bel mezzo della crisi delle Falklands. Un dialogo che Meryl Streep ha restituito alla memoria nel biopic di Phyllida Lloyd e che ha portato i giornalisti di testate come Time, The Telegraph e Il Sole 24 Ore a farsi la fatidica domanda: cosa avrebbe fatto Margaret Thatcher davanti alla crisi che sta scuotendo il mondo?

Noi l’abbiamo chiesto direttamente alla Baronessa Thatcher (*)

Un intenso primo piano del Primo Ministro britannico durante un dibattito del Parito Conservatore nell'ottobre del 1983. (AP Photo/David Caulkin)

A distanza di tanti anni e polemiche, può sintetizzare l’essenza del suo Governo?
Abbiamo reso il Regno Unito più forte nella difesa, abbiamo ridotto il potere dei sindacati e abbiamo tagliato le tasse in modo tale che le persone potessero mettersi in tasca di più di quello che guadagnano. E se le persone si mettono in tasca di più di quello che guadagnano è come se guadagnassero di più  (1).

Il bilancio dei suoi Governi è tuttora controverso. Cosa risponde a chi le attribuisce di aver governato con il pugno di ferro?
Quando sono entrata per la prima volta a Downing Street nel maggio del 1979, ho recitato la famosa preghiera di San Francesco d’Assisi: “Dove c’è l’odio, fà che possiamo portare l’armonia”. Il resto della citazione è spesso dimenticato. San Francesco, infatti, chiedeva molto di più della pace. Infatti, la preghiera prosegue: “Dove c’è l’errore, fà che possiamo portare la verità. Dove c’è il dubbio, fà che possiamo portare la fede. E dove c’è la disperazione, fà che possiamo portare la speranza”. Le forze dell’errore, del dubbio e della disperazione erano così fortemente interconnesse nella società britannica che superarle non era possibile senza una certa quantità di disaccordo (2).

La situazione in cui si è trovata a operare nei primi anni Ottanta è, per certi versi, simile a quella con cui le economie occidentali si confrontano oggi. Quali sono gli ingredienti della sua ricetta per risalire la china?
La nostra strategia finanziaria si compone di tre elementi. Il primo è mantenere la disciplina finanziaria necessaria per ridurre l’inflazione. L’inflazione, per dirla con il presidente socialista francese, è un bonus per i più ricchi e una tassa pesante per i più poveri. Siccome non è più possibile ripristinare la parità aurea, dobbiamo ritornare ad avere una moneta affidabile (3).

Quali sono gli altri due elementi?
Il secondo aspetto della nostra strategia è di cercare di contenere il debito pubblico. Più prestiti chiediamo, più alto sarà l’interesse che pagheremo. Questo danneggia sia il settore privato sia il nostro debito. Gli interessi più bassi si ottengono tenendo sotto controllo i prestiti e l’inflazione. Il terzo elemento riguarda il controllo della spesa pubblica. Abbiamo implementato una strategia tenendo responsabilmente conto di quello che la nazione si può permettere e di quelle che sono le esigenze della recessione. Abbiamo incrementato la nostra spesa pubblica, è vero, ma in modo prudente e realistico (3).

Un denominatore comune della crisi che attraversa le economie occidentali è un alto tasso di disoccupazione. Come si può cercare di limitare un fenomeno che sembra ormai incontrollabile?
La via per ricreare posti di lavoro nell’industria britannica passa attraverso il miglioramento della competitività e della produttività. E poi: incrementi più contenuti dei salari e un management più preparato. In sintesi: bisogna invertire la rotta delle variabili che distruggono i posti di lavoro (3).

In che modo il suo essere donna l’ha aiutata nel tenere le redini di un Paese in uno dei momenti più difficili della sua storia dopo la Seconda Guerra Mondiale?
Ogni donna che comprende i problemi di gestire una casa è prossima a capire i problemi del gestire un Paese (4). In politica, se si vuole comunicare qualche cosa, bisogna chiedere a un uomo. Se si vuole arrivare a un risultato concreto, bisogna chiedere a una donna (5).

Davanti alla situazione attuale, molte persone si sentono impotenti, schiacciate. Sulla base della sua esperienza, quale messaggio vuole trasmettere?
So che anche oggi non è difficile trovare tragici casi di difficoltà economica. Quando i politici parlano di “necessità di sacrifici”, deludono se stessi e le persone anche in un altro modo. Pretendono cioè che se la medicina che offrono fosse presa con coraggio, il risultato potrebbe essere una qualche forma di Utopia. Ma l’Utopia è un’illusione. Non potremo mai vivere in una società libera da preoccupazioni materiali. Non potremo mai vivere in un Paese in cui scorrono latte e miele, indipendentemente dalle nostre capacità e dall’industria. La Gran Bretagna più forte a cui aspiriamo non è Utopia, ma è un Paese in cui le persone possono avere delle opportunità, attraverso il proprio impegno, di conquistare la felicità e la sicurezza per se stessi e i propri figli. E, contemporaneamente, far crescere il benessere e la forza del proprio Paese. Non potremo mai semplicemente sederci, liberi dalla responsabilità, liberi dalla necessità di fare il nostro lavoro, liberi dal dovere di prenderci cura e semplicemente godere i frutti di un’industria automatizzata. E anche se potessimo, quanti di noi troverebbero soddisfazione in una simile esistenza? (6)

(*) questa intervista è stata realizzata utilizzando parole pronunciate da Margaret Thatcher negli anni economicamente più difficili della sua carriera politica. Per un’immersione più approfondita nel Thatcher-pensiero, il sito dell’omonima Fondazione è una vera miniera

(1) intervista a Vanity Fair Uk dicembre 2011
(2) autobiografia “Gli anni di Downing Street”
(3) discorso alla House of Commons 28 ottobre 1981
(4) campagna elettorale del 1979
(5) discorso del 1982
(6) discorso al Conservative Central Council 22 marzo 1980

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