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Aspettando l’8 marzo: Le piccole schiave liberate da Vittoria

OLTRE LE FRONTIERE – “Quelli che mi dicono quanto sei brava, mi mandano proprio in bestia, per me la solidarietà è un dovere civico come pagare le tasse, e questa è la mia vita”. La vita di Vittoria Savio, 79 …Leggi tutto

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OLTRE LE FRONTIERE – “Quelli che mi dicono quanto sei brava, mi mandano proprio in bestia, per me la solidarietà è un dovere civico come pagare le tasse, e questa è la mia vita”. La vita di Vittoria Savio, 79 anni, però, checché ne dica lei, straordinaria lo è davvero. A Cusco, città peruviana patrimonio dell’umanità, dal 1992 gestisce un centro di accoglienza per bambine sfruttate come schiave domestiche.

In questi anni almeno 3000 sono state salvate, istruite, riaccompagnate a casa grazie all’indomita grinta di questa insegnante di matematica e fisica che ha lasciato Carmagnola (Torino) nel 1979. “Volevo andare in Nicaragua, sulle tracce della rivoluzione sandinista, ma cercavano soltanto qualcuno per programmi sanitari e io non sono medico né infermiera, così sono arrivata in Perù, sulle Ande, a 4400 metri di altitudine”. Avrebbe dovuto seguire un programma di promozione dell’artigianato femminile “ma le donne non facevano la maglia, lavoravano i campi e setacciavano la sabbia in cerca di pepite d’oro” ricorda.

Alla fine hanno dato un pezzo di terra anche a lei e Vittoria “la campesina” si è messa a coltivare patate e verdure, che distribuiva alla gente per insegnare l’importanza delle vitamine. Erano gli anni in cui il gruppo terrorista di Sendero Luminoso uccideva anche i volontari di altri paesi. Ambasciate e governi stranieri ordinano ai connazionali di lasciare il Perù. Lei disobbedisce, di tornare in Italia non ne vuole sapere.

Va a Lima dove cerca di venire a capo del mistero delle bambine scomparse. “Nella zona del lago Titicaca alcune donne mi avevano raccontato che da anni, anche 30, non sapevano più nulla delle loro figlie, portate via anche piccolissime con promesse di una vita migliore” ricorda. “Non sapendo né leggere né scrivere queste madri non potevano neppure spedire alle figlie una lettera”.

Chi le aveva prese quelle ragazzine e perché? Vittoria capisce che finiscono a fare le domestiche nelle famiglie, non quelle benestanti, ma le più povere di Lima e altre città. dove lavorano duramente, spesso vengono maltrattatate. Bimbe che a volte hanno appena 5-6 anni, alle quali viene cambiato il nome e viene raccontato che la loro famiglia non le vuole più.

Il rapporto Indifesa: la condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo, realizzato per l’omonima campagna dall’ong Terres des Hommes, che collabora con Vittoria, scrive: in Perù ci sono almeno 3,3 milioni di lavoratori di età compresa tra i 5 e i 17 anni. Circa 120-150 mila sono lavoratori, o meglio lavoratrici domestiche. “A Lima non ne venivo a capo, dovevo andare in provincia, e ovviamente mi scontrai di nuovo con le nostre autorità” prosegue Vittoria. Voleva andare nella profonda campagna, si lasciò convincere ad andare a Cusco. Lì, con molta pazienza, riuscì ad avvicinare le ragazze più grandi, 14-15 anni, che le segnalavano la presenza di altre piccole schiave nelle case vicine. Le sentivano piangere o urlare. “Mi appostavo, le aspettavo e dicevo loro, scappa la mattina quando vai a prendere il pane, prendi un taxi e vieni a centro di accoglienza, lo paghiamo noi”.

Le storie di queste bambine, quasi tutte indigene, sono tristemente simili: nei villaggi insegnanti, mogli di poliziotti convincono le piccole a seguirle e le famiglie molto povere a lasciarle andare via con promesse di una vita migliore. “Una mi ha detto, mia madre mi ha venduta per tre pezzi di pane”. Questo è l’unico dettaglio triste strappato a Vittoria “usare la leva della commozione per convincere la gente a essere solidale mi ha sempre lasciata perplessa”. Le bimbe più piccole, con l’aiuto del tribunale, vengono strappate ai lavori domestici e restituite alle famiglie d’origine. Alle più grandi il centro offre soprattutto istruzione. “Senza istruzione le cose non si possono cambiare” osserva Vittoria. “La scuola è aperta a tutti i ragazzini che lavorano, anche ai bambini di strada”.

Alcune ex schiave vanno ora nei villaggi a parlare con le famiglie e metterle in guardia, altre sono rimaste a dare una mano al centro d’accoglienza, e nell’albergo Caith dove accogliere i turisti e guadagnare soldi per mandare avanti la scuola e offrire un sostegno alle ragazze che vogliono proseguire gli studi. “Il mio sogno è che un giorno l’hotel riesca a sostenere il centro, ma ora quello che incassiamo non ci basta, per questo ogni tanto torno in Italia e chiedo agli amici di aiutarmi” sospira. Alcuni suoi ex allievi di Carmagnola hanno anche costituito l’associazione N.i.d.a (Las Ninas invisibles de los Andes) per raccogliere fondi.

E con gli ambasciatori Vittoria come va? “Mi hanno dato anche una medaglia e mi hanno invitata a bere un té nella residenza in tazze dorate, ho chiesto: ma c’è ancora lo stemma sabaudo? “Sa” conclude con un sorriso “sono sempre stata piuttosto ribelle nei confronti delle autorità” .

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