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A Bologna un festival di cinema lesbico. Per superare le differenze

FLORENCE E LE ALTRE – Oggi è iniziato a Bologna Some Prefer Cake, l’unico festival di cinema esclusivamente lesbico che si tiene in Italia e che si concluderà domenica, giunto ormai alla sesta edizione. Perché mi interessa parlare …Leggi tutto

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FLORENCE E LE ALTRE – Oggi è iniziato a Bologna Some Prefer Cake, l’unico festival di cinema esclusivamente lesbico che si tiene in Italia e che si concluderà domenica, giunto ormai alla sesta edizione. Perché mi interessa parlare di un festival lesbico? Perché secondo me le donne sono donne

, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale e dal fatto che siano mamme, operaie, casalinghe o manager. Insomma, indipendentemente da qualsiasi altra categoria in cui le si voglia “incanalare”.
“Some Prefer Cake (SPC)”, dice la direttrice artistica del festival Luki Massa, “è organizzato dall’associazione Fuoricampo creata a Bologna nel 2002 da un gruppo di lesbiche convinte che il modo migliore di proseguire il percorso di scardinamento degli stereotipi fosse tramite la produzione e la diffusione di una cultura in cui riconoscersi. Il nostro impegno ha avuto origine dalla passione del nostro essere lesbiche, dalla passione di fare politica con altre donne, dal desiderio di stare bene, di vivere con agio e di trovare la nostra dimensione di vita, di essere visibili.
 Mentre nel discorso comune in qualche modo la figura del “gay”, sempre ovviamente stereotipata, è stata sdoganata, le lesbiche continuano ad incutere un certo timore, e per essere “accettate” devono per forza rientrare nel ruolo delle vittime: ecco, a noi questo non va bene, non siamo né sfigate né acide, anzi siamo belle e felici, e ci arrabbiamo quando lo stato, la società, l’incultura di massa vogliono interferire nelle nostre vite togliendoci delle possibilità di esistenza. Nel suo percorso politico Fuoricampo si è anche dedicata a combattere la violenza sulle lesbiche e sulle donne, creando una rete con altri gruppi nel mondo che lavorano sia sulla lesbofobia che sulla violenza di genere. Inoltre a livello locale abbiamo collaborato con tante esperienze e soggetti del territorio, lesbici, femministi, di sole donne o anche misti, per diffondere in modo trasversale i nostri contenuti, le campagne che abbiamo sostenuto e l’arte e il cinema che amiamo”.

Perché un festival lesbico?
“La maggior parte del cinema lesbico nasce da quel background di produzione indipendente che non riesce mai ad arrivare alla gente perché non viene proiettato nelle sale. Siccome siamo convinte che uno dei modi più efficaci per superare il pregiudizio sia la diffusione di un immaginario dell’esperienza lesbica differente, più articolato e molteplice di quello, misero e stereotipato, della cultura “ufficiale”, pensiamo che il cinema sia un’arma potentissima di cambiamento culturale. E fare un festival dedicato solo al cinema lesbico ci permetteva di offrire una vetrina privilegiata per produzioni che danno un’immagine sfaccettata delle lesbiche, attraverso linguaggi e registri diversi: la storia romantica, ma anche l’ironia e l’autoironia molto spesso usata nell’animazione e nei cortometraggi, o la capacità di approfondimento del documentario”.

Quali sono gli argomenti che questa edizione del festival affronta?
“Quest’anno il festival è veramente ricco, ci piace sempre mettere molta carne al fuoco. Avremo un focus dedicato all’India, con due documentari, I am e 365 wihout 377, che raccontano la lotta della comunità lgt indiana contro la legge, imposta dal dominio coloniale inglese nel lontano 1860, che criminalizzava l’omosessualità punendola con pene molto severe. Sul versante della fiction, abbiamo ovviamente molte storie d’amore, che però ci parlano delle diverse età dell’amore, dalla dolce irrequietudine dell’adolescenza rappresentata in Mosquita y Mari, alla tenace volontà di attraversare insieme la vecchiaia delle due splendide protagoniste di Cloudburst, all’amore testardo e anticonformista fra due donne diverse per classe e ambiente sociale rappresentate in Bye Bye Blondie. Poi c’è il tema della famiglia, soprattutto delle difficoltà con la famiglia di provenienza, che ricorre spesso in diversi film, o anche tematiche storico-sociali, come la questione dell’immigrazione nel bellissimo Margarita, in cui il personaggio principale è una giovane lesbica messicana immigrata clandestinamente negli Usa, o il conflitto israelo-palestinese che fa da sfondo alla rocambolesca fuga delle due svitate protagoniste di Joe + Belle, o ancora la repressione dei guardiani della rivoluzione e la trasgressione di due ragazze nella Teheran contemporanea nel primo film lesbico iraniano, Circumstance”.

Due delle ospiti del festival sono la fotografa sudafricana Zanele Muholi e la statunitense Debra Chasnoff. Quale è il loro impegno?
“Il tema che accomuna il loro lavoro è l’impegno sociale attraverso l’arte e il cinema, nella convinzione che dare visibilità alle lesbiche con la diffusione di immagini possa contribuire a un cambiamento: l’artista visuale Muholi da anni fotografa e filma lebiche sudfafricane nere, che mettendo in gioco il proprio volto sfidano la violenza molto diffusa nei confronti della comunità lesbica, e così rovescia quel meccanismo terribile che vorrebbe condannarci all’invisibilità attraverso la paura. Dal punto di vista politico, il Sudafrica è un paese che ha approvato fin dal ‘96 una costituzione avanzata che vieta la discriminazione sulla base delle scelte sessuali e consente i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Città del Capo è famosa per il gay pride che organizza ogni anno. Eppure nelle periferie della capitale e nelle città più piccole l’omofobia è un atteggiamento molto comune. Il fenomeno degli stupri “correttivi”, ovvero violenze sessuali esercitate contro le lesbiche nella convinzione che tali atti possano convertirle all’eterosessualità, è stato conosciuto in tutto il mondo con il caso di Millicent Gaika nel 2009. Esistono molte associazioni che si occupano di sostenere le vittime e di denunciare il fenomeno: dalla forte comunità presente nel paese è nato un movimento di pressione internazionale e pochi mesi fa c’è stato un primo verdetto esemplare, la condanna a 18 anni di carcere dei quattro uomini che nel febbraio 2006, a Khayelitsha vicino a Città del Capo, ammazzarono la giovane lesbica Zoliswa Nkonyana. Siamo convinte, però, che le vittorie non si ottengono (solo) in tribunale, occore un lavoro culturale profondo, ed è quello che Zanele contribuisce a fare con il suo lavoro, ritraendo lesbiche che contro la violenza rivendicano la loro libertà e visibilità. Chasnoff fa un’operazione analoga con il documentario, ma nel contesto specifico della scuola: il suo ragionamento, che condivido appieno, è quello di diffondere la conoscenza della differenza di genere e di orientamento sessuale tra i bambini e le bambine, ma anche tra genitori e insegnanti, all’interno delle scuole, perché quello che si conosce diventa familiare e smette di suscitare diffidenza, o peggio violenza”.

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