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8 marzo, donna e regista: un mondo tortuoso e meraviglioso

SENZA TRUCCO – In tanti anni di Oscar, la prima donna a vincerne uno per la migliore regia è stata a sorpresa Kathryn Bigelow, precedentemente conosciuta soprattutto come ex moglie di James Cameron, con il film The Hurt Locker nel …Leggi tutto

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SENZA TRUCCO – In tanti anni di Oscar, la prima donna a vincerne uno per la migliore regia è stata a sorpresa Kathryn Bigelow, precedentemente conosciuta soprattutto come ex moglie di James Cameron, con il film The Hurt Locker nel 2010. Pochi mesi fa è stata di nuovo nominata, per esser poi completamente ignorata nei premi. Tuttora, dopo 85 edizioni di Academy Awards, è l’unica vincitrice come regista.

Oggi che è l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, simbolo di tante recriminazioni e battaglie nel passato, recentemente un po’ svilita a cene tra amiche e mimose, mi piace riflettere sul mestiere di regista al femminile. A guardarci attorno sono sempre più le donne dietro la macchina da presa, e spesso il loro sguardo tocca sfumature e prospettive nuove e interessanti. Oltre all’americana Bigelow e all’inossidabile neozelandese Jane Campion, penso alla danese Susanne Bier, alla giovane franco-svizzera Ursula Meier, alla libanese Nadine Labaki…

Guardando all’Italia abbiamo noi un bel primato: la prima regista candidata agli Oscar, nel 1977, è stata proprio la nostra Lina Wertmüller, con Pasqualino Settebellezze. Accanto alla “vecchia” scuola di Wertmüller o Liliana Cavani, ecco Cristina e Francesca Comencini, Roberta Torre, Maria Sole Tognazzi… Eppure, facendo delle proporzioni, è così evidente che le sedie di regia hanno su impressi in gran maggioranza nomi maschili.

Ho deciso di incontrare tre registe, un’esordiente come Sophie Chiarello e due voci intense e originali come Alina Marazzi e Marina Spada, per fare il punto, a mo’ di chiacchierata e senza la presunzione di estrapolare tesi, su cinema e femminilità.

“Per una donna il percorso di regista è più difficile. Oltre al fatto che viviamo in un Paese maschilista, il cinema credo che sia ovunque, non solo in Italia, un mondo molto maschilista” mi spiega con una deliziosa “erre” francese Sophie Chiarello, che dal 7 marzo è in sala con il suo debutto da regista Ci vuole un gran fisico, ovvero la menopausa sotto forma di commedia e gag con protagonista Angela Finocchiaro. Classe ’67, nata in Francia ma residente in Italia, Sophie nel suo curriculum ha una lunga gavetta come aiuto regista. “Il regista è in una posizione di grande responsabilità e per conquistare questa posizione la donna deve dimostrare il doppio in bravura rispetto a un uomo. Deve dimostrare di essere come un uomo e con le abilità di una donna. All’uomo questo non è richiesto”. 

E pensare che la donna alla “regia” della casa e della famiglia sembra imbattibile. “La gestione della vita di una donna sui 40 anni prevede di mettere insieme tante cose tra figli, marito, mamma, lavoro, casa, spesa… Sì, un set è un po’ così”, sorride Sophie, madre di due bambini. 

Spesso però, paradossalmente, sono le stesse donne a guardar con poco entusiasmo a una donna regista. “Di fatto esiste un pregiudizio rispetto al ruolo della donna, ma il problema è che noi donne questo pregiudizio lo alimentiamo, non riusciamo a liberarcene. Più di un anno fa mi è stato offerto un film, ma la produttrice poi mi ha detto: ‘secondo me è più giusto che lo faccia un uomo’. Le stesse donne sono vittime di questo tipo di cultura maschilista. Lo sforzo, per noi per prime, è di liberarci dal ruolo in cui noi stesse in qualche modo, anche inconsapevolmente, ci chiudiamo”.

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Sophie Chiarello sul set di "Ci vuole un gran fisico" (Foto Masiar Pasquali)

Rispetto agli anni ’70 e alle rumorose battaglie femministe la donna contemporanea ha assunto tante consapevolezze, ha imparato a “dire le cose”, come ha scritto Alina Marazzi sulla Domenica del Sole 24 Ore del 3 marzo scorso, ma ancora ci sono grandi zone d’ombra… “Secondo me sì. Una di queste zone d’ombra la indaga il mio prossimo film Tutto parla di te, che riguarda la maternità e l’ambivalenza che una donna può vivere nel legame verso proprio figlio, un sentimento non sempre lineare e gioioso”, mi racconta Alina, classe ’64 e madre di due bambine, regista di documentari dalle emozionanti pennellate femminili, da Un’ora sola ti vorrei, ritratto della madre prematuramente scomparsa, a Per sempre, viaggio all’interno del mondo delle monache di clausura, fino a Vogliamo anche le rose, sul movimento femminista italiani degli anni ’70. Tutto parla di te, già presentato fuori concorso all’ultimo Festival del Film di Roma e dall’11 aprile al cinema, è il suo primo film fiction, seppur intersecato a testimonianze ed elementi documentari, con Charlotte Rampling ed Elena Radonicich. “Su questo disagio nell’essere madre c’è una sorta di omertà anche tra le donne, qualcosa di primordiale. Se arriva a degenerazioni e a infanticidio, diventa una questione che riguarda tutti, non solo le donne. Poi sicuramente l’altra grande zona d’ombra è quella della violenza, con le donne invischiate che oltre che vittime spesso sono anche complici, nel non dire e nel non denunciare colui che abusa di loro. Come un bambino che impara a sillabare e ci impiega tanto tempo, nello stesso modo le donne hanno iniziato a parlare, ma siamo in un percorso di crescita”.

In questo percorso di “apprendimento”, già fondato ma ancora in maturazione, rientra secondo Alina anche il lento inserirsi delle donne nel mondo del cinema. “L’accesso a certi ambienti lavorativi è stato ritardato e probabilmente le donne si sono appropriate del linguaggio cinematografico più tardi“, mi spiega con tono pacato e sicuro. “Negli anni ’70 è stata la scrittura il mezzo di conoscenza di se stesse. Il cinema è un altro strumento di narrazione, non solo a livello tecnico ma proprio a livello concettuale, e ci siamo arrivate dopo. L’ambiente del cinema ha tradizionalmente ruoli più maschili. Solitamente le donne sono sceneggiatrici, montatrici, segretarie di redazione, professioni più sedentarie. Quella del cinema è una struttura gerarchica rigida”.

E infatti, a snocciolare il cast tecnico di pellicole di oggi e di ieri, quante donne direttori della fotografia trovate? Ben pochi, anche se nelle scuole di cinema aumentano le ragazze interessate a questo mestiere. Tra i film di Marina Spada, tre hanno avuto la fotografia diretta da una donna (Sabrina Bologna). “Effettivamente quello del direttore della fotografia è un reparto strettamente maschile, molte donne hanno mollato”, mi racconta Marina, col suo consueto piglio grintoso. Ma guai a parlare di quote rosa o simili derive pseudo-femministe. “Io non prendo un direttore della fotografia perché è donna, ma perché è bravo. Ugualmente voglio essere considerata sui fatti, per quel che valgo. Quella delle quote rosa è una misura sterile, anche se può dare un’accelerata al Paese”.

Nella filmografia della cinquantaquattrenne Marina Spada, ricca di documentari, spicca il recente Poesia che mi guardi, sulla poetessa suicida a lungo ignorata Antonia Pozzi. Il suo ultimo film è di fiction, Il mio domani con Claudia Gerini, ed è stato presentato in concorso al Festival di Roma 2011. “Fare cinema è molto difficile ed è difficile esordire sia per i maschi che per le femmine visto che in Italia il cinema non è considerato un’industria. L’esordio è sempre un po’ casuale. Bisognerebbe invece fare un monitoraggio dei talenti sul territorio, tramite RaiCinema e le scuole di cinema. Poi è fuori dubbio che le donne facciano più fatica ad avere credibilità, ma questo in ogni campo: il cinema è lo specchio del Paese”.

Alla Bigelow, dopo il suo film premio Oscar The Hurt Locker, dissero “gira da uomo”: “Non so se sia un complimento o un disvalore, ma per lei, visto che è anche una bella donna, credo sia stato detto come disvalore”, dice Marina. “E Zero Dark Thirty, il suo ultimo film ignorato dagli Oscar, se fosse stato diretto da un uomo sarebbe stato valutato come un capolavoro“.

Alina, Marina, Sophie, e anche Lina, Liliana, Cristina, Francesca, Maria Sole, Ursula, Kathryn, Jane, Nadine… Buona festa della donna, oggi e sempre. E soprattutto tanto buon cinema!

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Marina Spada sul set de "Il mio domani" con Claudia Gerini e Raffaele Pisu (Foto Iris Film)

 

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