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Fatih Akin: “La doppia cittadinanza in Germania? La meriterebbero i rifugiati di Lampedusa”

(Marrakech) - “La possibilità di mantenere la doppia cittadinanza in Germania? Era ora, anche se chi davvero la meriterebbe sono i rifugiati di Lampedusa, sia quelli che ancora stanno nell’isola in attesa di un rimpatrio che i tanti che l’Italia ha …Leggi tutto

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(Marrakech) - “La possibilità di mantenere la doppia cittadinanza in Germania? Era ora, anche se chi davvero la meriterebbe sono i rifugiati di Lampedusa, sia quelli che ancora stanno nell’isola in attesa di un rimpatrio che i tanti che l’Italia ha mandato nella mia Amburgo mesi fa (video) e di cui non si sa bene che fare. Sono loro che dovremmo accogliere, sono loro che dovremmo rendere tedeschi”. A Marrakech, dove è impegnato come giurato dell’eponimo Festival del cinema di Marrakech (una giuria presieduta da Martin Scorsese) il regista Fatih Akin, tedesco nato da genitori turchi, accoglie con piacere la notizia che nel programma di alghe intese sottoscritto dall’Unione di Angela Merkel (Cdu e Csu) e dai socialdemocratici (veri promotori della riforma) ci sia l’impegno ad accordare la doppia cittadinanza a tutti i figli nati in territorio tedesco da genitori stranieri anche dopo i 23 anni d’età, limite entro il quale finora erano costretti a decidere per una delle due opzione. Ad oggi questa possibilità è data solo ai cittadini dell’Unione Europea, mentre dal 1990 ad oggi solo il 2% dei giovani a cui è stato chiesto di scegliere ha optato per la cittadinanza non tedesca.

Quanto peserà questa riforma nella vita della comunità turca in Germania?

Molto a livello formale, poco a livello pratico. Ma anche la parte formale è importante nella vita delle persone, soprattutto tra quelle che hanno paura che alla lunga la loro cultura rischi di scomparire. Io mi sento un tedesco e quando dovetti scegliere, scelsi la Germania, ma se avessi potuto avrei mantenuto anche la cittadinanza turca.

Da Solino a La sposa turca: l’immigrazione, non solo turca, ma anche italiana, è stata spesso uno dei temi portanti della sua filmografia. Pensa che la Germania si stia muovendo bene affinché l’integrazione degli stranieri sul suo suolo avvenga naturalmente senza provocare scontri o disagi?

Ci sta provando, potrebbe comunque fare di più, ma non è facile giudicare o indicare una soluzione. La mia speranza in futuro è che non siano più le frontiere o la burocrazia a delimitare e identificare i popoli, ma solo la decisione di ogni individuo di sentirsi parte o non parte di un popolo e di una nazione. Dopotutto quando si parla di globalizzazione, si parla proprio di questo. Più passino gli anni più è difficile indovinare la nazionalità di una persona dai propri tratti somatici. Si viaggia e ci si mischia sempre di più, e più questo accade, più si abbattono confini e pregiudizi. Forse non sopravviverò abbastanza da vedere tutto questo realizzarsi fino in fondo, forse non ci riuscirà neanche la generazione dopo la mia, ma penso che si stia andando verso questa direzione, al massimo si può rallentare questo fenomeno, ma non fermare. In Germania come altrove.

Anche nel film che ha appena finito di girare, The Cut, si parla di un giovane turco in viaggio per il mondo…

Sì, l’ho girato in Canada, Stati Uniti, Cuba Turchia e Germania. E’ vero, si parla di un immigrato, un turco a cui manca la parola, ma è comunque un film di genere, un western o almeno è così nella mia testa, ma so bene che molti di quelli che lo vedranno ci leggeranno dei significati politici. Purtroppo essendo figlio di immigrati, qualsiasi cosa che faccio viene collegata alle mie origini, mentre io vorrei solo essere considerato per quel che racconto, e basta.

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