Stefano Fontana aka Stylophonic: è una passione che ti fulmina, quella è la tua strada

Mi vanto d’averlo come amico, e quando parlo con dj che hanno appena cominciato il loro percorso e che me lo citano come punto di riferimento, mi pavoneggio che quasi mi slogo il collo. Aspetto il suo prossimo album da …Leggi tutto

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Mi vanto d’averlo come amico, e quando parlo con dj che hanno appena cominciato il loro percorso e che me lo citano come punto di riferimento, mi pavoneggio che quasi mi slogo il collo. Aspetto il suo prossimo album da 6 anni e finalmente sta arrivando!

Ecco a voi Stefano Fontana meglio conosciuto come Stylophonic.

Sei diventato prima un dj o prima un produttore?

Ho iniziato a voler fare il dj perché ascoltavo i dischi di mio papà, e leggendo le copertine trovavo scritto “prodotto by” e “by dj” . Mi incuriosiva questa figura che nella musica stava nascendo, che era appunto il dj. Dopo di che ho scoperto che molti dj lavoravano in studio perché venivano richiesti dai produttori per la freschezza del loro prodotto, e capii che mi piaceva fare tutte e due le cose, sia lavorare in studio, sia mettere i dischi in discoteca. Cosa che in quel periodo, verso l987, in Italia non veniva considerato un lavoro, tutti ti chiedevano, “che lavoro fai” e io “il dj” la risposta era sempre “bello bello e poi?”

Le tue prime esperienze?

Ho iniziato a lavorare al Plastic di Milano e sono stato molto fortunato. Ho cominciato a lavorare in questo club che ti dava la sensazione di stare a Londra o a New York. Era popolato da persone di queste città, Milano era molto più cosmopolita di adesso, era un melting-pot che poi è andato a scemare. Sono riuscito a confrontarmi con energie fresche che ad un ragazzino di 18 anni lo plasmano, gli cambiano totalmente la vita.

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Come lo descriveresti quello che ti è successo innamorandoti della musica?

È una passione che ti fulmina, sei elettrizzato e ti rendi conto, senza capire nulla, che quella è la tua strada. Quella e nessun’altra.

Il tuo iter per incominciare a sentirti un dj/produttore?

Ho fatto la trafila normale, sono andato a lavorare negli studi come tea boy, portavo il tea e mi pagavano facendomi usare lo studio la sera, o mi facevo spiegare, quando erano in vena, dagli ingegneri del suono delle tecniche particolari, e nel contempo lavoravo in discoteca. Iniziavo anche a fare produzioni discografiche più o meno a metà degli anni ‘90, ma erano delle ciofeche, ma intanto imparavo, capivo e sapevo che quella era la mia storia.

Il momento in cui hai deciso che questo sarebbe stato il tuo lavoro?

Nel 1980 ho scoperto di volerlo fare davvero, mio padre mi regalò un disco di Kurtis Blow “Clap your hands everybody!”. Che era una tamarrata galattica, ma per quel periodo era davvero rivoluzionario. Capii che quel tipo di musica, quel tipo di figura ancora in ombra che aveva aiutato a creare quel pezzo era la mia. La mattina mi alzavo per andare a spostare le casse di frutta al mercato per comprarmi il mio primo giradischi, e stavo anche 10 ore al giorno di fronte a questo, poi andavo bene a scuola e i miei non potevano fare assolutamente nulla.

Sono stati straordinari i tuoi ad appoggiarti nella tua carriera.

Tu pensa una madre che in provincia di Milano vede suo figlio davanti ad un giradischi ipnotizzato e che va in discoteca a 16 anni e torna alle 5 di mattina. Era dura da accettare, ma io prendevo dei bei voti quindi li ho fregati.

La produzione che ti ha dato il “via” in questo mondo?

Feci un disco per un’etichetta londinese che fece esordire Jamiroquai ai tempi, e nella mia testa pensai “Ecco, è fatta”. Invece poi per 3 anni silenzio totale. Finalmente poi feci il primo album di Stylophonic dove c’era “If Everybody in the World Loved Everyody in the World”, e lì mi resi conto che stava per succedere qualcosa intorno a me. In Inghilterra in metropolitana la gente mi riconosceva, avevo la sensazione d’aver fatto qualcosa di buono che mi veniva riconosciuto.

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Questa cosa ti ha cambiato?

No. Questo per me è un lavoro non il prolungamento del pene, non c’è Edipo che mi frega. Sapevo d’aver fatto una roba figa e ne ero felice, basta.

Come si sono evolute le cose?

Poi ci fu l’11 settembre, “If Everybody in the World Loved Everyody in the World” ebbe molto successo in Italia e in altri Paesi, ma non negli Stati Uniti come doveva essere. Sai, sarebbe dovuto diventare la siglia dalla CocaCola per lo spot mondiale per 3 anni consecutivi, ma capisci anche tu che non era il caso, dato che il testo non rispecchiava affatto i tempi. E questo smorzò un po’ il progetto.

Ma in Italia le cose si muovevano bene.

Sì, feci il disco di Lorenzo Jovanotti che mi diede tantissima notorietà. “Tanto Tanto”  fu un disco importantissimo per Lorenzo, arrivava da un album non fortunatissimo, quindi “Buon sangue” è stato il disco della ripresa in qualche maniera. Poi feci l’altro album di Stylophonic “Beat box show” e quello mi diede una spinta enorme anche grazie agli spot di Dolce&Gabbana. E tutti questi 3 passi sono riusciti a creare una stabilità professionale notevole.

Beat box show è del 2006, come mai così tanto tempo per un altro album?

Ho avuto dei casini di tutti i tipi ma e ora sto lavorando all’album nuovo. Ne farò due, uno di questi saranno featuring solo con artisti italiani, alcuni più famosi, altri meno famosi.

Puoi dirci i nomi?

Eh no, mi hanno detto di no, me lo ha detto mia madre che poi mi avveleni con la caramella o quelle robe lì. (ride ) No seriamente, non li posso dire perché ancora non abbiamo firmato. Ma per l’inizio del 2013 spero sia fuori.

Come è nato “Baby beat box”? Tempo fa mi avevi raccontato un aneddoto che mi era piaciuto tantissimo.

È una famosa canzone per bambini tradotta anche in italiano, mi sembra d’averla sentita a casa di un amico che aveva una bimba piccola con un carillon, e mi affascinò molto. Io sono convinto che il mondo dei bimbi sia il mondo più interessante per chi fa la musica, perché hanno l’istinto a mille. Io faccio ascoltare una cosa a mio figlio e lui in un secondo mi fa capire se sto andando bene o no nella melodia dei suoni.

In Italia chi è il futuro dell’elettronica funky house?

Direi su tutti Crookers, Congo Rock, Bloody Beetroots e Pink is Punk. Secondo me, dj Phra dei Crookers è il più grande talento che abbiamo in Italia, sicuro dimentico qualcuno poi faccio le figuracce. Ecco aspetta, i Power Francers che mi fanno ammazzare dal ridere, loro sono bravissimi, uniscono la freschezza, la semplicità e il non prendersi mai sul serio, anche se poi sul lavoro sono serissimi.

Un obiettivo che ancora non hai raggiunto?

Vorrei riuscire a stare più tranquillo in studio e sbattermene i coglioni delle cose che faccio, sembra una cazzata però alla fine sono molto disciplinato nel lavoro, ma vorrei aumentasse ancora di più questa disciplina. Io produco perché sono felice, ma l’obiettivo che ho è trasformarlo in “Io sono felice perciò produco” che è un ribaltamento delle cose

Tu sai di SheCanDj il contest della EMI per le dj, cosa ne pensi?

Tutto il bene possibile, se è stato fatto un contest così sui maschi perché non può essere fatto per le donne? I maschi hanno solo iniziato prima, ma ci sono un sacco di esempi di dj donne che fanno paura.

Se tu fossi in giuria, cosa dovrebbero NON fare?

Non dovrebbero spogliarsi, cioè a me piace il seno delle donne mi piacciono proprio le donne in se, ma questo atteggiamento svaluta tantissimo il talento se c’è. C’è una dj che suona con le tette fuori, e io mi chiedo “ma perché”? Quello che mi piacerebbe vedere è come ti muovi davanti alla consolle, che tecnologia utilizzi, ma la cosa più importante è non mettere musica di merda.

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