Paolo Giordano: Siamo giornalisti o caporali?

Ed ecco per la rubrica CriticAmi, dove intervisto i critici italiani più conosciuti in rete, Paolo Giordano un’anima decisamente Rock. Iniziamo con la domanda più classica del mondo: chi sei, cosa fai e dove scrivi? Sono un giornalista, scrivo di …Leggi tutto

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Ed ecco per la rubrica CriticAmi, dove intervisto i critici italiani più conosciuti in rete, Paolo Giordano un’anima decisamente Rock.

Iniziamo con la domanda più classica del mondo: chi sei, cosa fai e dove scrivi?

Sono un giornalista, scrivo di musica e talvolta di televisione sul Giornale. Spesso ne parlo in radio o in tv.

 Come hai cominciato a scrivere di musica?

Sui banchi del liceo. Durante le ore di lezione. Non dovrei dirlo ma ero uno sconsiderato ribelle e ho iniziato a scrivere una storia del rock dagli Ac/Dc agli ZZTop mentre i professori spiegavano matematica o geometria.  Me l’ero dimenticato. Ma qualche tempo fa un mio “perfido” compagno di scuola mi ha fatto rivedere quelle pagine scritte a mano sui fogli protocollo: la cosa più presuntuosa che abbia mai letto… Comunque ho iniziato in quel periodo, diciamo nel 1983 o 1984. Poi ho messo la testa a posto, ho studiato e tutto il resto. Ufficialmente però i miei primi articoli di musica sono stati scritti su di un giornale alessandrino, poi ho aggiunto Tuttifrutti e Metal Shock. Qualche tempo dopo sono arrivato secondo (wow!) a un premio per la miglior recensione dell’inserto Musica! di Repubblica e poi tutto il resto…

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È mai capitato che la simpatia per un artista ti costringesse ad essere più buono del dovuto?

Nella recensione o nell’intervista immediata direi di no. Negli articoli a posteriori, quelli che riguardano artisti del passato forse sì. Per qualcuno ho realmente un debole. Insomma, difficilmente scriverò male dei Led Zeppelin, ecco.

 C’è un detto: Se non lo sai fare insegnalo, se non sai insegnare criticalo, è vero?

Spesso è vero. La critica è un’arma a doppio taglio. Se è obiettiva, sarà negativa solo ogni tanto. Se è faziosa, sarà negativa sempre. A prescindere. E quindi non credibile. Di certo, penso che il vero critico musicale sia soltanto chi sa leggere lo spartito e fare gli arrangiamenti. Io no. E perciò penso di essere solo un giornalista che ha una dignitosa conoscenza della musica leggera popolare e gusti opinabili, com’è lecito che sia.

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Ormai i social si usano in tutti i campi, nel tuo caso prendi spunto come se fossero delle proiezioni statistiche o le tue opinioni rimangono invariate?

I social, specialmente twitter, per me sono anche un’altra scrivania di lavoro. Mi danno lo spunto e contribuiscono a formare la mia opinione. E a fare ciò che mi piace di più: ascoltare. Anche il parere delle persone.

Un tuo collega che stimi lavorativamente parlando e perché?

Sono tanti. Il primo senza dubbio è quello che ritengo il mio maestro, Cesare G. Romana, uno dei critici che hanno realmente fatto storia. Era al Giornale, lo leggevo prima di arrivare al Giornale e ancora oggi spesso mi chiedo cosa penserebbe di ciò che scrivo. Poi Luca Dondoni della Stampa, Andrea Laffranchi del Corriere della Sera e Andrea Spinelli che scrive per il QN e molti altri quotidiani, con i quali ho condiviso realmente tante e tante esperienze di lavoro in ogni parte del mondo. Li stimo, ho sofferto e gioito per loro ma naturalmente esulto se io ho una notizia o una anteprima e loro no.  Siamo giornalisti o caporali?

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Il disco di un artista straniero più bello che tu abbia mai sentito e lo stesso per un artista italiano e, ovviamente, un nuovo talento assolutamente da tenere d’occhio.

Impossibile rispondere, cambio idea ogni giorno, anzi ogni minuto. Ci sono dischi belli in assoluto e dischi importanti per se stessi e per tutti gli altri anche se non sono poi così belli. La musica leggera è sempre un fatto generazionale. Ad esempio, per me One night at Budokan del Michael Schenker Group del 1981 è stato un disco decisivo perché mi ha fatto capire che la musica era dentro di me. Ma oggettivamente, al di là del virtuosismo chitarristico di Schenker, è un disco che dal punto di vista compositivo non è granché. E così vale per tanti altri: non sempre la scintilla è all’altezza dell’incendio che poi scatenerà. Comunque tra gli stranieri direi che Led Zeppelin II, Exile on main street dei Rolling Stones, The Wall dei Pink Floyd per me sono fondamentali. Poi il primo di Rage Against the Machine e The Marshall Mathers LP di Eminem. Tra gli italiani, direi ‘Umanamente uomo: il sogno’ di Lucio Battisti, Bollicine di Vasco Rossi e ‘Creuza de ma’ di De André. Ma credo che anche Linea gotica dei Csi del grandissimo Giovanni Lindo Ferretti e Safari di Lorenzo Jovanotti Cherubini sono stati importantissimi per la musica italiana. In un modo o nell’altro.

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Lì per lì dico @LiaCeli perché mi fa sorridere e arrabbiare, @BonnieLaCozza perché è la dimostrazione che Twitter è meritocratico e il terzo è di informazione: @rockolpoprock oppure @Reuters o @billboard.

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Quando non ci penso, sì.

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