@Nomfup: Un quarantaepassenne, eternamente sospeso tra la comunicazione politica e il giornalismo

Ha uno dei blog più autorevoli in fatto di politica e uno dei profili twitter più “sul pezzo” che io conosca… lo leggete come @Nomfup ma lui si chiama Filippo Sensi e la sua biografia in rete parla chiaro, è …Leggi tutto

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Ha uno dei blog più autorevoli in fatto di politica e uno dei profili twitter più “sul pezzo” che io conosca… lo leggete come @Nomfup ma lui si chiama Filippo Sensi e la sua biografia in rete parla chiaro, è d’obbligo seguirlo!

Incominciamo con le cose importanti… come porcoggiuda si pronuncia il tuo nick? E spiegarci che vuol dire (ho letto sul tuo sito ma fingiamo che io non abbia lo sbattimento di cliccare sul link della tua bio)

Sono per la libertà di pronuncia, l’originale è un acronimo britannico, quindi sarebbe nomfap, io, però, dico nomfup, gli amici mi prendono in giro e lo chiamano Tobruk. Insomma, ognuno come crede. E’ un blog che si occupa principalmente di comunicazione politica, in particolare americana e inglese, anche se poi capita di trovarci musica o spot pubblicitari. L’impronunciabile nome viene da una fiction britannica, dedicata al mondo degli spin doctor, The Thick of It, per la quale coltivo una forma di devozione personale. Prende in giro il vezzo della politica inglese di costruire acronimi su tutto: e nomfup sta per Not my fucking problem, non credo in effetti ci sia bisogno di tradurre.

Ti definisci un Blog collettivo, come mai, come gestisci questa collettività?

Spero non ti suoni irriguardoso il paragone, ma mi piacerebbe che il lavoro del blog fosse visto un po’ come il deejay che seleziona, miscela, alterna, scopre, promuove. Collettivo perché la stragrande maggioranza dei post viene da idee o segnalazioni masticate assieme a un gruppo di amici che con il tempo è cresciuto. Questo ovviamente non mi esime dal prendermi intera la responsabilità delle cose noiose o sballate o meno efficaci; quella è tutta e solo colpa mia.

La passione per la politica o ti porta a farla o ti porta a parlarne, purtroppo a volte si dovrebbero invertire i ruoli scelti dai diretti interessati… come mai tu hai deciso di parlarne?

Oggi, per usare una parola abusata assai, si direbbe che tutta la politica è narrazione, racconto. La stessa battaglia elettorale, in molti casi, è scontro di biografie, prima ancora che di programmi o proposte per il futuro. A me, personalmente, interessa provare a smontare il meccanismo, cercare di capirne i percorsi, individuarne le familiarità. Ho una passione per il contorno, è un vizio.

rivistastdio.pngph:Rivistastudio.com

Tocchiamo un tasto divertente… i tuoi #. Fra te e The Queen (@ubimaggio) ne partorite di straordinari… c’è un calcolo dietro o sono intuizioni da menti geniali?

Guarda, di genio, anzi di gegna, ce n’è una, ed è Roberta. Con gli hashtag mi diverte forzare, scassare il cancelletto, provare a trasformarlo da codice per individuare le conversazioni, quasi un segnalibro, in una plastilina adattabile. Anche la dimensione acquagym, quando si azzecca la parola giusta, la trovo uno spasso. Con buona pace, s’intende, di chi mi deve sopportare nella sua timeline quando esco pazzo (termine che mutuo da Arianna Ciccone).

Quando non ti hanno citato per un articolo completamente dedicato ad un tuo # è successo il finimondo in rete… tu non hai infierito sul furbone di turno, come mai?

Ma no, dai, gli hashtag sono di tutti, lo stesso per le segnalazioni dai blog. Intendiamoci, non è che non faccia piacere vedere riconosciuta una intuizione o una notizia, ed è giusto, se uno ha senso di sé e del lavoro che fa in rete, che si citi correttamente. Ma, in generale, per quanto mi riguarda, sono per il vivi e lascia vivere, se qualcuno gioca con il mio pongo giochiamo insieme che viene meglio.

Chi sei fuori dai social?

Un quarantaepassenne, eternamente sospeso tra la comunicazione politica e il giornalismo. Un po’ irrisolto, pavido, noioso. La mia città preferita è Bruxelles. Non sopporto il Brasile. Di solito, sono una delusione. Giro con una Vespa scassata. Amo follemente mia moglie Alessandra e i nostri tre figli, Tommaso, Edoardo e Camilla.

Domanda seria… si intravede la luce per l’economia italiana o “Ciao vado all’estero?”

Vale sempre la pena di provarci. Un anno fa ero molto più pessimista, pensavo fossimo come il ragazzino del Sesto senso che vede gente morta. Oggi mi dico che combattere non è più una scelta, ma una necessità.

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Progetti futuri?

Esserci per le persone che mi vogliono bene. Imparare. Conoscere i nomi degli alberi. Dare una mano a Europa, il giornale per il quale scrivo. Comprarmi una cinta nuova.

Tre profili Tw da segure per forza e tre Blog da leggere?

Vorrei avere una timeline intera a disposizione, è davvero incredibile quanto talento, quanto witz ci sia in giro, resto sempre stupito. Su Twitter mai senza @ubimaggio, of course, che è una amica vera e una forza della natura. Ho un debole per @simonespetia che, secondo me, tra i giornalisti è uno di quelli che più somiglia a come sarà questo mestiere tra dieci o venti anni. E senza @alaskaRP, il profilo Twitter di Marina Petrillo e della sua trasmissione su Radio Popolare semplicemente mi sentirei perso.

Tre blog? Quello di Andrea Riscassi, mio fratello quasi di sangue (www.andreariscassi.it) perché è un luogo di libertà e un hub di diritti umani e giornalismo con la schiena dritta. Leggo la meravigliosa Rivista Studio, il Post, trovo imperdibile il blog di Francesco Costa (francescocosta.net). E leggo, interessante, Microtalk (www.microtalk.it) che ha messo insieme una comunità attorno alle domande di alcuni tra i migliori giornalisti italiani.

Sei felice?

L’ultima volta che me lo sono confessato mi ha portato una sfiga paurosa. Da allora non lo dico più, neanche sotto tortura. Poi sento Camilla che fa i compiti ad alta voce, qui accanto, e quasi ci ricasco.

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