Luciano Melchionna: le mie Parole Incatenate con Claudia Pandolfi e Francesco Montanari

Avrei voluto scrivere una recensione su “Parole Incatenate” un thriller di Jordi Galceran con Claudia Pandolfi e Francesco Montanari in questo periodo in tournée in giro per l’Italia, ma essendo molto legata agli attori che adoro e amando profondamente …Leggi tutto

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Avrei voluto scrivere una recensione su “Parole Incatenate” un thriller di Jordi Galceran con Claudia Pandolfi e Francesco Montanari in questo periodo in tournée in giro per l’Italia, ma essendo molto legata agli attori che adoro e amando profondamente questa rappresentazione violenta, carica di disperazione e amore sventrato in ogni suo aspetto, ho deciso di non buttarmi in una cascata di complimenti che poi potrebbero essere letti “viziati”, così, per tagliare la testa al toro belli miei, ho deciso di intervistare il regista dello spettacolo Luciano Melchionna. Più imparziale di così… Sono geniale eh?

Hai una biografia alquanto ingombrante, scegli i 5 lavori più rappresentativi della tua carriera per presentarti al pubblico.

Cinque?! Ma sono tantissimi e richiedono uno sforzo di concentrazione notevole – sono il re della rimozione -  oltre all’assegnazione di una preferenza che come puoi immaginare è difficile per un ‘padre’ quando si tratta dei propri figli… va bene, vado d’istinto: sicuramente il mio spettacolo d’esordio come autore e regista ‘Non camminare scalza’, uno spettacolo sulle analogie dell’amore in tutte le sue forme ma anche una fotografia impietosa della morte e della decomposizione dell’amore nella sua forma più classica e spesso più immatura.

“Gas” è stato un altro passo decisivo nel mio percorso di autore e regista: è la storia un omosessuale, anomalo nel panorama perché ribelle e cattivo quanto i suoi detrattori, raccontata come una sorta di feroce ‘videogame’ teatrale, assolutamente ‘esplosivo’. Il soggetto poi rielaborato da me con Alexandra La Capria si è trasformato in un film omonimo, vietato ai minori di 18 anni, con il quale ho girato il mondo e sensibilizzato il pubblico a proposito di questa ancestrale, brutale e assolutamente arbitraria pratica che è la censura in Italia. Ho amato profondamente ‘La disfatta’ tratto dal saggio di Fest sugli ultimi giorni di Hitler, una rivisitazione apocalittica di quella atroce follia e delle sue terribili conseguenze: ne ho fatto un ‘musical nero’ allestito per Taormina Arte.

Anche la commedia di Luca De Bei, ‘Ce n’è per tutti’, mi ha dato enormi soddisfazioni a teatro, divenendo poi il mio secondo lungo cinematografico. Il quinto posto lo assegno a tutti gli altri miei ‘pezzi di cuore’ che sfiorano la cinquantina ormai e che hanno fatto di me il regista che sono oggi.

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Come hai deciso o capito che il tuo lavoro doveva essere la cosa più vicino a Dio o ad un dittatore, il regista?

Dopo aver frequentato l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio D’Amico’ ho lavorato per oltre tredici anni come attore ma all’improvviso ho sentito che non mi bastava più, non ero ‘a fuoco’, non mi trovavo più tra tutti quei personaggi e soprattutto non trovavo chi mi chiedesse di più di quello che già sapevo fare. Così ho deciso di mollare tutto e sciacquare bicchieri in un pub per vedere se, come dice Bernhard, andando ‘nella direzione opposta’ mi sarei finalmente ritrovato: e così è stato. Ho iniziato a scrivere e a dirigere i miei testi per dar voce a quel magma incandescente che si andava accumulando in me.

Ho sentito di essere più felice a mandare in scena al posto mio i miei attori, ai quali chiedo sempre molto di più di quello che credono di poter dare. E’ bello sentire che da qualche parte, in qualche modo, con la frusta o con le carezze, tu puoi creare, modellare e aiutare a ‘vomitare’ fuori le emozioni al cast e al pubblico: a volte ti fa sentire Dio, sì, ma più spesso ti fa detestare come un vero dittatore… fortunatamente i risultati poi ristabiliscono l’amore.

Il teatro come il cinema sta passando un periodo difficile in Italia, ne sono lontani i più giovani ad esempio che con l’avvento dei social e di internet si intrattengono comodamente dal proprio pc, non capendo o non avendo mai provato la bellezza di uno spettacolo irripetibile ogni sera. Cosa sta facendo o cosa potrebbe fare il teatro per riprendersi il pubblico che gli spetta?

Io non so cosa stia facendo il teatro in generale ma sinceramente mi sembra molto poco e ancor meno stanno facendo coloro che dovrebbero valorizzare questi rari sforzi, fare iniezioni di energia, restituire i mezzi per farlo e sensibilizzare al riguardo: un vero scempio. Io credo molto nei piccoli gesti di ognuno di noi per salvare il mondo e nel mio piccolo, da sei anni ormai, porto avanti un progetto che sta riavvicinando al teatro centinaia e centinaia di ragazzi (‘bambini’ dai 14 agli ottant’anni) e il tutto seguendo una logica di apparente caos ma di reale libertà e responsabilizzazione dello spettatore: firmo infatti lo spettacolo “Dignità Autonome di Prostituzione” tratto dal format ideato da me e dalla splendida Elisabetta Cianchini. Uno spettacolo che è già alla sua 40esima edizione e che gioca su di una semplice e  bonaria provocazione: ‘visto che gli artisti sono ormai costretti a vendersi per strada, senza tutela né rispetto alcuno, perché non dar loro una Casa Chiusa e protetta?’.

Ovunque io lo allestisca, sempre completamente nuovo e con sempre nuovi attori/prostitute in scena, lo spettatore diviene cliente e con il denaro locale che riceve insieme al biglietto può comprare (aggirandosi per il teatro senza essere incastrato passivamente tra le file di poltrone) le ‘performance’ della cortigiana che preferisce: un monologo di 10/15 min (mio o di Shakespeare, Checov, Dovstojevski, ecc.) messo in scena nei luoghi e negli anfratti più impensabili e mai utilizzati del teatro.

Uno spettacolo che ridà valore al mestiere dell’attore che possiamo ammirare mentre in uno spazio di pochi metri quadri si trasforma, si lascia spiare e si dona completamente ai suoi spettatori, anche per 7/8 volte a sera. Una fucina di talenti incredibili (all’interno del cast vanto oltre duecento attori fino ad oggi) dove la parola d’ordine è tornata ad essere: meritocrazia.

Il momento più imbarazzante della tua carriera da regista?

Ogni volta che mi siedo il primo giorno di prove a tavolino con gli attori e mi domando che sarà di noi e cosa mai potrò aggiungere a tutto ciò che già è stato detto o fatto.

Come hai scelto di portare in scena questo spettacolo proprio in un periodo così delicato dove si parla spesso di violenza sulle donne? Lo spettacolo si apre con Claudia Pandolfi legata a una sedia e imbavagliata.

Mi è sembrato sacrosanto affrontare questo tema senza girargli intorno, utilizzando una chiave grottesca, surreale apparentemente ma in realtà terribilmente realistica, violenta: dove il gioco al massacro tra vittima e carnefice perde i contorni, si diluisce nella speranza di poter interrompere il flusso e ricominciare quando si vuole: questo testo è una sorta di monito a mio avviso per chi gioca in modo incosciente con la propria vita, nell’ingenuità e nella leggerezza che meriteremmo tutti ma che spesso sono solo utopia.

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La scelta degli attori come è avvenuta?

Dunque, devo ammetterlo, non è stato facile trovare due attori che volessero mettersi in gioco completamente e coraggiosamente affrontando personaggi così complessi, delicati e mostruosi in tutti i sensi. Io non guardo la televisione ma qualche anno fa, a casa di mia madre (che la guarda ma con parsimonia), sono rimasto profondamente colpito dalla bravura e dalla verità di un’attrice di cui ho voluto subito sapere il nome, la Claudia Pandolfi appunto: mi ripromisi di conoscerla e ‘giocarci’ insieme, prima o poi, perché sentivo che mi sarei divertito.

Le conferme nella vita sono rare ma galvanizzanti e devo dire che stiamo parlando di una donna straordinaria e di un’artista a tutto tondo, il cui cuore, la cui sensibilità e le cui qualità artistiche e creative mi hanno permesso di lavorare e creare in uno stato di continua adrenalina e mi sorprendono ogni giorno di più (mi sgriderà per questa sviolinata ma io amo dire ciò che penso soprattutto in positivo, cosa rara ormai e quindi da valorizzare).

Francesco Montanari invece lo conoscevo più per sentito dire, per la sua fama di attore bravo e ‘dannato’, e me lo figuravo giusto per il ruolo ma soprattutto dal punto di vista della forza e della violenza, così l’ho voluto conoscere: questa sua faccia da cattivo sempre pronto a sferrarti un pugno o a darti una testata non coincide poi affatto (com’è giusto che sia nei grandi attori) con la sua meravigliosa energia solare e avvolgente, e la sua intelligenza di testa e di pancia mi hanno fatto da passepartout per iniziare con lui un lavoro alla rovescia, sulla fragilità, la sofferenza, il profondo senso di inadeguatezza che porta a spegnere il sentimento del ‘sentire’ rendendo alcuni individui pericolosissimi.

Sono rimasto molto colpito, devo dirlo, dalla loro verità, spontaneità, umiltà, dedizione totale al lavoro, disciplina, senso profondo del teatro e del rispetto dei ruoli ma anche dalla loro immediata complicità con me e tra di loro. Sembra strano da dirsi ma ormai in troppi non sanno più cosa sia tutto questo, e pensano di calcare le scene semplicemente con la loro fama e la loro presunzione. Claudia e Francesco sono scesi con me negli ‘inferi’ della psicologia umana, hanno messo le mani nelle loro viscere e in quelle dei loro personaggi, senza mai sottrarsi, a costo di lividi visibili o meno.

Tu sei famoso per essere un regista pignolissimo, sii sincero: è vero? A guardarti con un occhio critico quali sono le tue stranezze nel dirigere?

Devo essere sincero, so di essere molto esigente (‘pignolissimo’ è un eufemismo, è evidente, ti ringrazio per la delicatezza…) e appassionato di sfumature e dettagli ma credo che non sia affatto strano anzi resto basito quando guardandomi intorno vedo colleghi che non hanno questa mia stessa dedizione e cura nel mettere in scena i propri figli: ecco, l’unica vera stranezza che mi riconosco forse è di prendermi cura dei miei attori e dei miei spettacoli proprio come se fossero miei figlioletti da curare, crescere e sgridare quando serve… urlo a volte e mi trasformo in un vero e proprio ‘mostruoso dittatore’ quando sento che non c’è la disciplina e il rispetto per quel fuoco sacro che mi arde dentro da sempre e che credo sia l’unica reale spinta per affrontare onestamente fino in fondo una scelta di vita così pregna di potenzialità e così intrisa di difficoltà e sacrifici.

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I tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando ad un mio progetto particolarmente stimolante “Potenziale umano: un ponte tra generazioni”, sul rapporto tra giovani e anziani, sui loro sogni e sulle loro velleità artistiche naufragate o meno, ideato a sostegno della candidatura di Lecce (città e cittadini di cui mi sono innamorato recentemente) al ruolo di Capitale Europea della Cultura 2019.

Ho in cantiere un paio di soggetti cinematografici che non vedo l’ora di realizzare… amo ogni tanto fermare per sempre il mio lavoro e non lasciarlo in balia di attori/assassini che tendono sempre e comunque a trasformarlo nel corso delle repliche. Ho ancora in tournèe ‘Ricorda con rabbia’ con Stefania Rocca e Daniele Russo. Continuo a portare in giro per l’Italia il mio ‘Bordello dell’Arte’, il cui prossimo appuntamento è al Teatro Bellini di Napoli dal 23 gennaio al 9 febbraio e mentre vaglio nuove proposte teatrali, non smetto di rovistare nelle librerie nella speranza di trovare una commedia intelligente e graffiante con la quale mettere in scena le esilaranti doti comiche di Claudia e Francesco: si accettano proposte e suggerimenti, disse il Dio/Dittatore.

Dimostrami che sei social, dammi i tuoi link.

LucianoMelchionna.it, FB: Luciano Melchionna official, Luciano Melchionna II (il primo ha raggiunto i 5000), Twitter e un paio d’altri cui mi sono iscritto per curiosità, non li so ancora usare, devo ammetterlo, e sinceramente vorrei tenere qualche minuto della mia vita da dedicare solo e soltanto alla mia misantropia.

Sei felice?

Non me lo ammetto tutti i giorni ma lo sono, sì. Amo la mia malinconia e i miei guizzi di bimbo eccitato, ma soprattutto sto amando la mia evoluzione, la crescita sofferta ma aderente alla mia età e ai miei traguardi.

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