Luca de Gennaro: mi basta quello che ho raggiunto

Per una come me parlare di musica con lui è come per Frodo Baggins prendere lezioni da Gandalf (il Bianco eh, non il Grigio). Inutile dilungarmi nella presentazione del prossimo ospite del mio blog, perché se siete qui, dò per …Leggi tutto

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Per una come me parlare di musica con lui è come per Frodo Baggins prendere lezioni da Gandalf (il Bianco eh, non il Grigio). Inutile dilungarmi nella presentazione del prossimo ospite del mio blog, perché se siete qui, dò per scontato voi sappiate molto di musica.

ECCO A VOI LUCA DE GENNARO

Domanda classicissima, come nasce la tua passione per la musica?

Ho sempre lavorato con la musica e non ho fatto nessun altro lavoro che non riguardasse la musica. La mia passione nasce da bambino, ho avuto la fortuna di crescere nei primi anni 60 in una casa con diversi fratelli che erano totalmente immersi nel rock di quel periodo. Sono nato “servito” diciamo, trovandomi in casa tutti i dischi dei Beatles, Rolling Stones, The Who, Led Zeppelin e dei Genesis. Ed io ero circondato da questo mondo da parte di 2 dei miei fratelli, poi c’era il più grandicello che oltre alla musica classica ascoltava Bob Dylan, Fabrizio De Andrè, Joan Baez insomma tutti cantautori impegnati diciamo. Quindi anche quella parte lì l’ho sorbita, quando sono arrivato all’età della ragione mi sono trovato ad avere un piedistallo di cultura musicale che poi è diventato passione, e da passione mestiere.

Quando è diventato mestiere hai realizzato d’essere un uomo fortunatissimo?

Guarda in realtà non è fortuna, è più la fortuna d’essere capitato al momento giusto, però bisogna anche impegnarsi per raggiungere risultati del genere. Io mi sono fatto un bel mazzo per mantenermi lavorando nella musica, non è tanto facile decidere, scegliere e perseguire quella strada lì. Era molto più facile prendere una laurea cercare lavoro da qualche parte e scaldare una sedia per tutta la vita, io ho voluto fortemente lavorare nella musica.

Il periodo storico ti ha aiutato?

Io, ai miei allievi dell’università Cattolica quando inizio i corsi dico sempre che c’è una notizia bella e una notizia brutta: quella bella è che loro oggi possono avere delle persone d’esperienza come me e come tutti i miei colleghi docenti, mentre invece noi alla loro età non  potevamo avere quel tipo di formazione, non esistevano scuole che si dedicavano ai mestieri della musica pop ad esempio, e questa è la bella notizia

La brutta?

La brutta notizia è che noi, che siamo cresciuti in quegli anni abbiamo avuto la possibilità d’imparare e inventare dei mestieri che prima non esistevano, cominciare a fare delle cose che ci piacevano dove poi, ad un certo punto qualcuno ha cominciato a pagarci per farlo, è una cosa strana.

Cavolo è vero.

Si, il giorno in cui nella seconda radio privata dove facevo programmi qualcuno mi ha detto “Eccoti un assegno” io ho pensato “Ma perché?” tutto sommato andavo li a divertirmi. E lì ti rendi conto che la passione è diventata mestiere, e quella è una cosa che poteva succedere più allora che adesso, perché in questo momento è tutto molto più serio, molto più strutturato, perché i tempi sono diversi.

Il tuo iter, la tua scalata com’è stata?

Suonavo la batteria in un gruppo rock durante il liceo, sempre in quel periodo sono nate le prime radio private a metà degli anni 70, io mi ci sono buttato a pesce, ho cominciata fare il dj radiofonico. La cosa che provavamo in quel momento era che non ci bastava più ascoltare la musica per i fatti nostri, per quello ci siamo messi a fare radio, era talmente importante la passione per il rock, per i dischi, per la musica nuova che avevamo l’urgenza di condividere questa passione musicale con l’esterno. In quel momento sono nate le radio private, era il destino.

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E da lì?

Da lì la seconda fase, che per me è stato sempre il dj radiofonico ma, all’inizio degli anni ottanta, per Radio Rai. Quindi trasferimento a Roma nella prima radio nazionale e c’ho passato tutti gli anni 80 e un pezzo degli anni 90. Nel mentre varie altre cose, sono diventato giornalista, ho cominciato a scrivere sui giornali e ho fatto tante varie esperienze che riguardavano la musica. L’altro passo fondamentale è arrivato a metà degli anni 90 con MTV. Cercavano persone che come me, si occupassero di musica, di strategie musicali e anche di relazioni con il  mondo della discografia, ho regolarmente fatto un semplicissimo colloquio e quando mi hanno preso ho pensato “E adesso come faccio?”, abitavo a Roma, mi ero appena sposato, avevo una vita lì. Ho dovuto improvvisamente trasferire tutto a Milano, però mi sono detto e ho detto a mia moglie, “Succede  una volta nella vita che Mtv ti chiami e non si può dire di no, quindi  andiamo e vediamo cosa succede. Magari fra sei mesi siamo di nuovo qua” e invece sono 16 anni che sono ad Mtv e quindi insomma, ho fatto bene.

Hai aperto molte porte a persone che avevano talento e che senza il tuo aiuto avrebbero avuto poche possibilità d’arrivare al grande pubblico. Chi è l’artista o il gruppo a cui sei più affezionato?

In realtà  non è mai stato quello il mio mestiere, non ho mai fatto il talent scout, ce ne sono di bravissimi in Italia. Io semplicemente lavorando nei media ho avuto la possibilità di offrire dell’esposizione radiofonica, televisiva o giornalistica a degli artisti giovani che cominciavano in quel momento e che io reputavo meritori. Ho semplicemente fatto ascoltare della musica alle persone che ascoltavano me. E per fortuna sono tanti e continuano ad esserlo. Sono davvero felice d’aver contribuito a lanciare quei simpatici mattacchioni  dei Power Francers, perché secondo me loro sono molto bravi, così come tutto l’hip hop italiano.

Qui non posso non citare Mtv Spit allora.

È stato un grande lavoro di equipe, è arrivata la proposta da una casa di produzione, ci abbiamo ragionato insieme dall’inizio e ho fatto quello che mi appartiene: ho trovato gli artisti, la presenza delle persone giuste attorno al programma e poi l’ho seguito con grande passione e grande entusiasmo.

Tu sei un amante dell’hip hop.

Ecco diciamo che forse la mia affezione rispetto agli artisti giovani a cui ho dato un po’ di possibilità è nel grande mondo dell’hip hop. Quando ho visto che questo movimento stava arrivando anche in Italia ho cercato di favorirlo, Frankie HI-NRG è un artista che ho contribuito a lanciare all’inizio, con cui ho fatto amicizia e con cui ho instaurato un rapporto di lavoro che poi si è naturalmente esaurito, continuiamo ad essere persone che si stimano vicendevolmente, così come per gli Almamegretta.

Il lavoro…

Scusa se t’interrompo… figurati… ma c’è una cosa che ha detto un vero talent scout, Claudio Cecchetto, una cosa nella quale mi sono perfettamente riconosciuto “Per me gli artisti sono persone speciali, chiunque. Può non piacerti la sua musica o quello che fa, però la scelta di fare nella vita l’artista, è una scelta da apprezzare. E questo ne fa delle persone speciali

Ecco, a me piace molto. Io, sapendo di non aver fatto quella scelta lì, non ho fatto il musicista ad esempio,  fa molto piacere stare vicino agli artisti, cercare di capire il loro modo di comunicare, il loro modo di pensare, ed è una cosa che ho sempre fatto volentieri e continuo a fare tutti i giorni della mia vita.

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Il lavoro più bello che tu abbia mai fatto?

Il dj, assolutamente. Il dj è il punto di partenza per tutti gli altri lavori nel mondo della musica. È il mestiere più bello del mondo, perché il dj è quello che prende degli ingtrdienti e ne fa una torta che deve piacere al pubblico. Il tuo mestiere è quello di fare in modo che le canzoni che selezioni siano cucinate perfettamente per far passare la qualità che ci vedi anche al grande pubblico. Una sequenza di canzoni mixate in un club o una scaletta radiofonica o dei video in rotazione non può essere casuale, ma deve essere pensata e  passata al pubblico nel modo più efficace per valorizzare la musica. Ecco questa è la capacità del dj, e da questa capacità nascono tutti gli altri mestieri.

Tu hai suonato su palchi importantissimi con soddisfazioni immagino immense, qual è stato il più bello?

Diciamo che le esperienze clamorose sono state diverse, per fortuna. Direi che quella più emozionante è stato aprire il concerto degli U2 a Torino allo Stadio delle Alpi nel 2001. Suonare prima degli U2 è stata una cosa straordinaria, ma ancora meglio è stato quando dopo nel backstage The Edge mi ha detto “Grazie mille d’aver suonato” ma “Grazie a me ??!?!? Ma grazie a te!!“. Poi tutto il tour con Vasco Rossi “Buoni e Cattivi” nel 2004, lì è stata un’esperienza di 15 concerti, proprio un sapore di viaggio, di condivisione di una tournee che poi ho messo in un libro che è uscito nel 2005 che si intitola “ E tutto il mondo fuori”, ma non si trova più in libreria .

Sono botte di adrenalina che ti cambiano.

Contando sono 3 le volte che ho suonato a San Siro, anche al concerto dei Negramaro che ho poi seguito anche all’Arena di Verona. Ma anche dopo aver calcato tutti questi posti assolutamente storici, continuo ad aver piacere di suonare nei posti piccolissimi, perché magari sono posti con straordinarie vibrazioni, ad esempio a Milano suono in posti come il Rock’n’Roll a Sant’Elia da molto tempo e mi trovo benissimo.

Come la prepari la tua selezione musicale?

Io non sono mai stato un dj con una grande personalità distintiva. La mia base è il Rock, però ho passato dei periodi dove ho suonato molto hip hop e molta house quando mi piaceva. Ho fatto sempre quello che mi sembrava giusto per il pubblico che avevo davanti, quindi posso improntare tutta una serata sul Rock classico o tutta sull’elettronica. Ad esempio mentre stiamo parlando sono reduce da un djset fatto al Miami festival, dove c’era una situazione molto hippy, molto carina, ho fatto 3 ore di Soul d’annata e Rock anni 70, molto sognante. Mi è sempre piaciuto mettere il suono giusto nel posto giusto.

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Come fai con il i dischi? Usi le chiavette per comodità?

No, ho 3 tipi di valige pronte per le serate: una con dentro i vinili, una con i cd e la terza solo per le serate fatte con i 45 giri, i 7 pollici in vinile. A me piace moltissimo suonare con i 45 giri, perché scopri che il pubblico non ha mai visto farlo ed è molto divertente. Amo i 45 giri, ci faccio anche un programma tutta l ‘estate per Radio Capital, si chiama “Capital singles club” dove si ascoltano solo 45 giri originali.

Se tu dovessi scegliere un lavoro, ora, in questo momento della tua vita in cui tante soddisfazioni te le sei prese, cosa sceglieresti?

Se le economie e la gestione famigliare me lo avessero permesso, avrei continuato a fare la radio tutta la vita. La radio è la cosa che mi da maggiore soddisfazione, è il mio mestiere di sempre. Anche se con il passare degli anni devo dire che insegnare mi piace molto, tengo un corso all’interno di un master che si chiama “Master Musicale” è post laurea,  dura 3 o 4 mesi l’anno, dove spiego la programmazione musicale nei media e cosa vuole dire prendere la musica e farla passare al pubblico. E devo dire che avendo accumulato così tanta esperienza nel corso degli anni mi fa molto piacere trasferirla a chi fa parte della nuova generazione.

Tu sei uno dei pochi che, da dietro le quinte dà tantissimo. Di solito una persona nella tua posizione cerca di crescere personalmente. Come ci si sente ad essere parte fondamentale nel cambiamento musicale di un paese?

Le manie di protagonismo non fanno parte del mio mestiere, un conto è voler primeggiare e voler spiccare sugli altri, un conto è essere soddisfatti quando qualcosa che tu fai riesce bene.. C’è  una battuta che mia moglie mi rinfaccia sempre: all’inizio, quando abbiamo cominciato a frequentarci ad un certo punto, sapendo che facevo un lavoro pubblico nell’ambito dell’arte della musica, mi ha detto “E se un giorno diventerai famoso…” al ché l’ho bloccata dicendole ”Io sono già famoso”. Ma non intendevo dire “Io sono una star”, intendevo dire che mi basta quello che ho raggiunto nella considerazione e reputazione che ho nel mio campo. Non ho necessità di essere più apprezzato di quello che già sono.

Il dj  che più apprezzi?

Ho un innamoramento artistico per Skrillex, è diventato l’idolo assoluto dei miei figli, sembra banale dirlo ma lui è uno che incarna alla perfezione l’approccio allo spettacolo e alla musica, con l’eclettismo che era vietato a me e ai dj della mia generazione. Nel senso che, se facevi una cosa dovevi fare quella cosa lì, se eri un dj house non potevi fare rock, se eri hip hop  non potevi fare house etc etc. Lui ha un sound molto ben prodotto che arriva diretto alla testa dei ragazzini come se fosse naturale. Però, per chi ascolta musica da tanti anni, ad ogni pezzo pensa  “ Ma qui c’è del progressive, ma qui c’è del reggae” , in più è giovanissimo.

Se tu fossi in giuria a SheCanDj cosa NON dovrebbero fare le concorrenti?

Ho sempre apprezzato molto le ragazze che hanno deciso di giocarsela dietro la console, perché è un mestiere abbastanza maschile. Mi ricordo una serata organizzata con Mtv a Bologna più di 10 anni fa, in cui avevo fatto un cast tutto di dj ragazze di diverse nazionalità, C’erano, fra le altre, dj Cosmo e  Ninfa di Bologna, mia cara amica e dj storica della scena italiana. Quello che mi da fastidio delle ragazze dj è quando fanno finta, nel senso quando la ragazza va dietro la consolle per far vedere quanto è sexy è basta. È molto facile far finta d’essere un dj ma è anche molto facile sgamarli quando fanno finta, per una donna è doppiamente sfidante  stare bene sul palco, saper mixare e  produrre bene.

È uscito da poco un tuo libro.

A metà febbraio “Backwards”. Ho una rubrica mensile su Rolling Stone che si chiama appunto “Backwards”, dove analizzo il percorso artistico di un artista ogni mese. Visto che la rivista ha compiuto i 100 numeri a febbraio, abbiamo deciso di raccogliere tutto quello che avevo scritto dal 2003 in poi in un libro. La parte forse più sfiziosa del libro è quella che ho messo insieme rimettendo ordine fra i file del mio computer, una serie di diari che avevo messo in rete su Myspace e poi su Facebook nel corso degli anni. Esperienza in festival musicali ed internazionali dove ho la fortuna di andare, e ogni giorno ho scritto qualcosa dal 2004. Ho ritrovato tutti questi file, e mettendoli in ordine cronologico si crea una specie di viaggio guidato dagli occhi di chi, non solo ci sta dentro, ma che vede gli altri che stanno dentro la musica. La casa editrice si chiama Caratteri Mobili.

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