Boris Sollazzo: sono meno noioso di quanto abbia dimostrato in questa intervista

Da oggi si apre una nuova rubrica: CriticAmi. Cercherò di rincorrere e intervistare per voi tutti i critici più cattivi e preparati d’Italia. Inizio ovviamente con @BorisSollazzo , critico di cinema ma anche Twittero professionista. Tanto per cominciare… Presentati, chi …Leggi tutto

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Da oggi si apre una nuova rubrica: CriticAmi. Cercherò di rincorrere e intervistare per voi tutti i critici più cattivi e preparati d’Italia. Inizio ovviamente con @BorisSollazzo , critico di cinema ma anche Twittero professionista.

Tanto per cominciare… Presentati, chi sei, cosa fai e dove scrivi?

Sono un giornalista di cinema, di politica e di sport. A volte anche contemporaneamente. Mi diverto con Emilio Pappagallo (@emiliopappagall) a raccontare in maniera divertente, surreale e un po’ folle il cinema ogni venerdì a Radio Rock (amatissimi l’infinito campionato mondiale dei registi, ancora ai 64imi di finale, e la recensione mimata. Da indovinare ascoltandola) e più seriamente il sabato con Franco Dassisti ne “La rosa purpurea del Cairo” a Radio 24. Mi potete leggere in Rete su www.ilsole24ore.com, Blogo.it, Mymovies.it. Su carta mi scovate, con fatica, su Ciak, Film Tv, Riders, Acqua e Sapone e sul settimanale di satira Il Ruvido in cui faccio interviste, rubrice dai nomi discutibili su cinema e calcio (Dvd et impera, Kick Goff) grazie alla follia del ragazzaccio Roberto Corradi. Ho cofondato e sono il direttore del primo e unico mensile di cinema su iPad, The Cinema Show, ideato da Alessandro De Simone una sera a Cannes quando a momenti neanche Jobs pensava al tablet (e colgo l’occasione per chiedere scusa a Federica Aliano per i continui ritardi con cui consegno i pezzi). Sono stato autore di Niente di Personale e Ma anche no per Antonello Piroso – il mio modello di giornalismo – e sono stato inviato per la trasmissione Rai Num3r1 condotto da Marco Cobianchi. Quest’ultima non c’entra nulla con la mia attività di critico, ma è tra le cose di cui vado più fiero. Per Raro Video e Minerva scrivo i libretti allegati ai dvd e curo i contenuti extra di alcuni cult di registi pazzi (Cronenberg, Kassovitz e Abel Ferrara). Collaboro con le Giornate degli Autori del Festival di Venezia e sono tra gli animatori de La Valigia dell’attore, rassegna diretta da Giovanna Gravina Volonté (il padre è il miglior attore di tutti i tempi, così, perché sia chiaro). E molto altro ancora: mi definiscono free lance, ma sono orgogliosamente e ostinatamente precario. Per scelta. Degli editori, ovvio.
Ho scritto per molte testate (tra cui i quotidiani Liberazione e Pubblico), molte delle quali hanno chiuso gloriosamente. Ma nessuno ha ancora dimostrato che tra le due cose ci sia un nesso. Ho scritto America Oggi con Alessio Aringoli (ed. Alegre) e Una storia italiana. Troppo italiana con Fandango (in allegato al film Diaz). Ma alla fine di tutto sono soprattutto un tifoso sfegatato del Napoli, devoto a Diego Armando Maradona: il mio momento più alto è stato stringergli la mano al Festival di Cannes e finire con una frase tratta da una mia recensione sulla copertina di Maradona by Kusturica. Per questo inutile chiedermi cosa sceglierei tra il Pulitzer o la Champions League per il Napoli.

Come hai cominciato a scrivere di cinema e perché soprattutto?

Il cinema è una passione che nasce con mio nonno, Manlio. Lui mi metteva a vedere film di ogni tipo e questo ha costruito il mio modo onnivoro e senza alcuno schema di amare quest’arte, senza barriere tra cinema d’autore e d’intrattenimento. Ho cominciato a scrivere grazie a Michele Brambilla e Roberta Ronconi. Il primo mi ha fatto fare il cronista di spettacolo per La Provincia di Como (bella scuola), la seconda mi ha insegnato tutto il resto, a Liberazione. Prima di lei non ero un critico, ora forse sì. Tanti altri sono stati fondamentali (penso ad Angela Azzaro, grazie alla quale ho fatto, divertendomi come un matto, il critico televisivo), ma lei è stata la prima a darmi fiducia e a “correggermi” anche duramente. Oltre che a condividere con me la sua curiosità competente e la sua originalità interpretative. Ma come critico iniziai già su Nuova Spazio Radio (ora Elle Radio), poco più che maggiorenne, emittente locale romana in cui Gianluca Fabi mi diede l’opportunità di partecipare al suo Spazio Spettacolo (ora CineManà). Allora parlavo solo di sport, lui seppe sopportare i miei difetti e capire la mia voglia di fare il giornalista.
Volevo fare il giornalista, ma non credevo di fare il critico cinematografico, anche se ora sono felice di esserlo. Come sono contento di non essere solo quello: per amare e parlare di cinema, devi essere come quest’arte, una spugna che assorbe tutto, un osservatorio che guarda ovunque. Io ci provo.

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È possibile che la simpatia per un regista, un attore o un qualsiasi componente del film che devi recensire ti aiuti nell’essere più magnanimo? Sii sincero…

Certo che è possibile. A me, in verità, capita il contrario: se conosco bene un regista o un attore (per quanto mi riguarda sono un paio per categoria), per timore di non essere obiettivo, sono più severo. Credo che la contiguità tra giornalisti e ciò e coloro di cui scrivono, non solo nello spettacolo, ma anche nella politica, nello sport, nella moda, nell’economia – in tutti i settori, insomma – sia il vero grande problema del mio lavoro, insieme ai ricatti più o meno sottili che possono fare i tuoi referenti più potenti (ed esistono, come esistono i colleghi che cedono ad essi). Per questo non frequento le feste serali dei festival e non coltivo amicizie con registi e attori: credo sia un sacrificio necessario per mantenere la lucidità di giudizio. O almeno così giustifico la mia sociopatia. Comunque la magnanimità verso qualcuno per cui provi affetto è segno d’umanità che un critico non se la può permettere. Ritengo giusto rimanere lontani, per quanto possibile. I bei rapporti che ho creato nascono, non a caso, da stroncature. Da chi non ha preso sul personale il giudizio negativo e che magari ha cercato di capire. Da chi considera il tuo lavoro un arricchimento e non utile a far crescere la rassegna stampa. Da chi storce il naso se lo lodi troppo.

C’è un vecchio detto: Se non lo sai fare insegnalo, se non sai insegnare criticalo, è vero? (sfata questo detto)

Può essere vero, se questo mestiere per te è un ripiego. Ma considero questo detto una furba cattiveria. Per quanto mi riguarda, ad esempio, insegnare è più difficile che fare o criticare. Ma alla fine, francamente, è una distinzione stupida e con poca ragione d’essere. Sono tre attività totalmente diverse, da affrontare con talento, motivazione, serietà. Posso però essere d’accordo su un’altra cosa: il livello della critica sta precipitando così in fretta che ormai tutti credono, anzi sono convinti di poter fare questo lavoro. L’unica posizione per cui tutti si sentono adatti e competenti, insieme a quella dell’allenatore della Nazionale. E purtroppo se c’è un cialtrone in giro, più facile che si nasconda dietro la maschera del recensore, piuttosto che del cineasta o del professore. Anche se ultimamente anche lì non ne mancano.

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Nell’era dei social network siamo tutti critici, specialmente su tw, prendi spunto come se fossero delle proiezioni statistiche o le tue opinioni rimangono invariate?

Rimangono invariate finché scrivo. Considero un privilegio raro vedere i film prima degli altri. A volte, come accade nei festival, senza neanche sapere nulla della trama (quando posso, cerco di ignorarla totalmente). Se si dà importanza al proprio lavoro e alla propria “funzione”, è giusto mettere in gioco la propria professionalità e sensibilità senza compromessi. Per questo difficilmente ne parlo anche con i colleghi fuori dalla sala (soprattutto prima, ora mi sento più saldo e a volte lo faccio). In verità questa impermeabilità dipende anche da un’altra cosa: da insicuro cronico subisco il fascino delle idee degli altri, soprattutto se brillanti. E non voglio avere la tentazione di copiarle.
Dopo, invece, è tutt’altra cosa. Leggo tutto e tutti, sui giornali come sui social, per capire cosa ho trascurato, come l’hanno visto gli altri, cosa potrei avere sbagliato. E se posso, mesi o anni più tardi, rivedo il film. Scoprendo, solo a volte per fortuna, che magari ho voglia di stroncare la mia stessa recensione. Siamo uomini e a volte un amore finito o la malinconia possono incidere sul tuo giudizio su un film d’amore, ad esempio. O la noia di una serie infinita di polpettoni d’autore a un festival può farti scambiare una commediola astuta per un film alla Monty Python.

Un tuo collega che stimi lavorativamente parlando e perché? Ma soprattutto un tuo collega che vuoi far intervistare il mese prossimo dopo di te.

Fabio Ferzetti è il mio faro. Come stile di scrittura e sguardo critico, trovo che sia il migliore. Direi che è colpa sua se ancora faccio questo lavoro nonostante le enormi difficoltà. Lui, poco incline ai complimenti, una mattina grigia al Festival di Torino mi disse che mi leggeva. E gli piacevo, affermò che si era fatto mettere Liberazione in mazzetta per leggermi. Io mi sentii come se Maradona mi avesse detto che ero bravo a giocare a pallone. Ha tante qualità ma una sopra a tutte: ama davvero il cinema e ne parla perché tutti lo capiscano, senza però rinunciare a una prosa elegante e di alto livello. Sono cresciuto leggendo lui, e Crespi sull’Unità. E amo leggere e parlare di cinema con Giorgio Gosetti, competenza altissima e voglia di guardare sempre al linguaggio più nuovo e audace.
Se posso, ci tengo però a fare alcuni nomi della “mia” generazione, perché in tutto il giornalismo e in particolare in quello di spettacolo c’è un tappo insopportabile che la soffoca. La nostra spesso finisce per essere una guerra tra poveri, ma io voglio spezzare questa logica. Ho colleghi bravi e coetanei, anche possibili concorrenti, ma è giusto che si sappia: perché in un paese normale tutti dovremmo avere il giusto spazio. I “nemici” sono coloro che rimangono nei loro posti oltre la pensione, in questa gerontocrazia italiana grottesca e feroce. Quindi ci tengo a dire che ho trovato folgoranti molte recensioni di Alessio Guzzano – ecco, potreste intervistare lui, secondo me sarà interessante e divertente -, uno che non nasce critico, come me. Non sono quasi mai d’accordo ma leggo con gran gusto Giona A. Nazzaro, amavo molto i pezzi sull’Unità dai festival di un’artista della penna come Lorenzo Buccella (che ora alla tv svizzera ogni tanto torna al cinema ed è una goduria). Ho già citato De Simone, che quando è ispirato – e per fortuna accade spesso -mi fa spellare le mani dagli applausi. Michela Greco è tra le pochissime che può spostarsi dalla cronaca “d’assalto” alla critica con bravura, ed è cresciuta molto, Ilaria Ravarino è una fantasista della parola prestata (anche) al cinema. E, confesso, quando la leggo, ho una sana invidia nei suoi confronti e penso “avrei voluto scriverlo io”. Sono tanti, li dovreste intervistare tutti. E ne dimentico molti.

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Il film più bello che tu abbia mai visto straniero, il film italiano più bello che tu abbia mai visto e la serie assolutamente da non perdere.

Questa è la domanda che più fa male a un critico. Perché rimarrà imperitura nella memoria (internet ha questo di bellissimo e terribile: se scrivi su carta, quella invecchia e poi si distrugge, se invece vai in Rete, le tue parole rimarranno nell’eternità). Ma ci provo lo stesso.
Apocalypse Now come film straniero. Coppola è forse il mio regista preferito e in quella pellicola c’è tutto: gli attori americani che amo di più, una colonna sonora da urlo, una visione del mondo e dell’umanità lucidissima e atroce. E tanto cinema: nella regia, nella scrittura, nelle intuizioni geniali e visionarie. Ed è quello che un film dovrebbe sempre essere, una grande storia avvincente.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto tra gli italiani. Volonté ha una delle scene più belle e strazianti per chi ama l’Italia ma ne conosce tutti i difetti, Elio Petri è un cineasta mai abbastanza rimpianto e volutamente sottovalutato. Ma ti odio, perché vorrei parlare anche di Risi, Ferreri, Leone, Monicelli, il primo Moretti e almeno un altro pugno di registi fuoriclasse. Posso dirti però che su un’isola deserta non porterei film di Fellini e Visconti, pur riconoscendone la grandezza.
Citare la serie televisiva più bella è davvero una crudeltà. Ne sono un consumatore compulsivo, passo intere notti a recuperare stagioni intere. Adesso ti direi Homeland (in versione americana, ma anche in quella originale israeliana Hatufim, straordinaria). Ma se devo dirne una, direi Mad Men: unica per eleganza, gusto del politicamente scorretto, cura dei dettagli, con una qualità forse anche superiore a quella cinematografica, nei contenuti e nell’estetica.

3 profili tw che ci vuoi consigliare dato che sei un twittero incallito come me?

Aiuto, questa è anche peggio. E non mi piace chi bara, quindi cercherò davvero di fermarmi a tre. Andate sul mio profilo, a vedere chi stellino e chi retwitto di più, per sapere quelli che apprezzo maggiormente. Ed escludo i presenti. Non basterebbero comunque tre citazioni a esaurire questa classifica, quindi voglio indicarvi tre outsider di twitter che sanno sorprendermi. @lauraeduati, che va seguita anche su Facebook. Quando intervista come quando scrive sui social, ha il dono del racconto. A volte prende la sua vita, altre quelle altrui, ma dopo averla letta hai sempre qualcosa in più. E certe frasi sono illuminanti.
@pisuch, che è molto discontinuo, ma quando la imbrocca giusta è folle e sublime. Dice che somiglio a suo padre, che per sua fortuna è molto più bello di me.
Poi vorrei dire che amo fortissimo @liaceli e @itscetty, che rapirei e porterei su un’isola deserta, ma ho detto che non avrei inserito su questo podio alcuna twitstar. E allora dico @egyzia, che ormai lo è con i suoi 10.000 seguaci e più, ma che gioca con le parole lasciandomi sempre a bocca aperta. Il suo talento entusiasmante ed ossessivo è pari all’intelligenza e alla sensibilità che mostra con pudore. E, soprattutto, evita i trucchi da twitstar al femminile: quella ricetta per cui con tre tweet pseudoerotici, un paio di foto ammiccanti, un paio di riflessioni profonde magari anche rubacchiate, una battuta sapida e tre frasi romantiche, meglio se malinconiche, conquisti follower (uomini, ovvio) a pacchi. I maschi provano a fare lo stesso (primi due punti esclusi), ma le twittere sono più intelligenti e non ci cascano.
Concedimene uno solo uno fuori concorso: @youporn. Soprattutto verso sera si scatena in aforismi surreali, eversivi e geniali che non riesco a non commentare.

Sei felice?

Sì. Pur essendo uno dei momenti più difficili degli ultimi anni, in cui vedo lontani i miei sogni e i miei progetti, a causa della crisi e della miopia da cui l’Italia è afflitta. Sono deluso da questo paese, dalle generazioni che potevano cambiarlo e hanno pensato (e continuano a farlo) solo a se stesse. Non ho, né mai avrò, per carattere e per modo di lavorare, santi in paradiso e questo rende il mio futuro anche più difficile. Ma le risate guardando negli occhi la donna che amo, una partita del Napoli vista insieme a mia sorella e a un gruppo di amici, il piccolo Noé che mi gira per casa, figlio di una coppia speciale a cui voglio un bene dell’anima, i 4Z bastano a farmi essere felice. Così come uno che ti legge e ti ferma per fare i complimenti e un altro che ti critica, ma mostrandoti d’aver letto i tuoi pezzi con attenzione o un pranzo nella casa in cui sei cresciuto con chi ti ha cresciuto. E la Slovenia, Napoli, e i tanti viaggi che comunque riesco a fare, nonostante tutto.
Ho tutto quello che è importante. E forse devo ringraziare la mia anima un po’ cialtrona, che non riesci a deprimere neanche a cannonate. Quel modo di vedere la vita che mi obbliga, anche sugli argomenti più imbarazzanti e cupi, a guardare il lato comico e surreale. Ho quasi tutti i difetti che un uomo possa avere, e anche qualcuno in più, ma la difesa è un’autoironia praticata come sport olimpico. Insomma, sono meno noioso (spero) di quanto abbia dimostrato in questa intervista.

 

 

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