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Anonymous cracca la Polizia, ma nel Web servono regole

Gli hacker di Anonymous hanno craccato la rete della Polizia di Stato e ieri sera, a giornali chiusi, hanno avvisato alcuni cronisti che su Internet si potevano scaricare migliaia di file più o meno riservati di Viminale, questure, commissariati, singoli …Leggi tutto

Gli hacker di Anonymous hanno craccato la rete della Polizia di Stato e ieri sera, a giornali chiusi, hanno avvisato alcuni cronisti che su Internet si potevano scaricare migliaia di file più o meno riservati di Viminale, questure, commissariati, singoli agenti. Tralasciando le osservazioni sullo stato di sicurezza interna di chi la sicurezza dovrebbe garantirla (e certamente nessuna testa salterà), dopo una notte in bianco passata a visionare centinaia di documenti (molti inutili e facilmente reperibili su tanti siti) nella speranza di trovare notizie ghiotte, casi di abusi, segnalazioni di illeciti o simili, sono rimasto deluso. Forse anche rincuorato nel verificare che, almeno da una parziale ricognizione del materiale messo a disposizione dagli attivisti di Anonymous, la Polizia, di abusi, non sembra commetterne. O almeno non ne rendiconta al computer. Piuttosto sono rimasto interdetto quando, sfogliando alcune denunce o atti di indagine, ho potuto leggere nomi, numeri di telefono e indirizzi di vittime di reati, indagati a loro insaputa, rappresentanti delle forze dell’ordine. Informazioni personali che ora sono alla portata di chiunque abbia un pc e una connessione. Giusto? Certamente no. A questo servono i giornalisti. A vagliare le informazioni, anche illecitamente reperite, e a diffondere quelle di interesse pubblico, rispettando alcuni princìpi basilari del diritto. Come quello alla privacy che spetterebbe a Francesca, minacciata e percossa dall’ex fidanzato, che coraggiosamente ha denunciato a verbale. Un verbale finito in Rete.

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