Quei diabolici mattoncini

Poche cose al mondo possono distruggere l’autostima di un uomo quanto il dover montare il castello medievale dei Lego per tuo figlio. L’orrido strumento giunse a casa mia con le renne di Babbo Natale (le quali già l’anno prima avevano …Leggi tutto

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Poche cose al mondo possono distruggere l’autostima di un uomo quanto il dover montare il castello medievale dei Lego per tuo figlio. L’orrido strumento giunse a casa mia con le renne di Babbo Natale (le quali già l’anno prima avevano lasciato davanti a casa nostra una batteria con tanto di rullante e pedaliera, ma questa è un’altra storia ed evidentemente abbiamo vicini di casa pazienti). Non appena finito di straziare la carta che avvolgeva il pacco, Marco, col supporto di suo fratello Giovanni, eccitatissimo dalla visione di scudi, cavalli, spade e immaginandosi già tornei degni della corte di Re Artù, prese in mano la scatola e, con negli occhi lo scintillio che possono avere solo i bambini la mattina di Natale, pronunciò la frase che temevo: Papà, me lo monti?

Stretto nell’angolo, io che ritengo il piantare un chiodo nel muro il più alto livello di manualità a cui posso aspirare, mi dovetti confrontare con il mio dovere paterno e, prendendo possesso del tavolo di sala, cominciai le mie fatiche. Dentro quella scatola grigia si nascondevano 5 minacciosissime buste ricolme di infiniti, minuscoli pezzettini; ogni involucro aveva un numero e, a confronto delle istruzioni di montaggio del castello, l’opera omnia di William Shakespeare ha le dimensioni di un tascabile.

I miei pargoli occuparono le sedie alla mia destra e alla mia sinistra, cominciando a fissarmi con sorriso da orecchio ad orecchio e sguardo orgoglioso per il loro papà che di lì a breve gli avrebbe consegnato quel tripudio di merli e ponti levatoi con cui giocare.

Allo scoccare del terzo minuto la pazienza dei due inquisitori era già esaurita, io ero arrivato alla figura 4 (su un totale di 136!) e mi sentivo addosso una pressione pari a quella che avevo provato solo il giorno dell’esame di maturità. Marco e Giovanni cominciarono la loro sequela di: Papi, hai finito? E io, minuto dopo minuto, annegavo fra mattoncini grigi, punte rosse e cavalieri con la testa gialla.

Stufi di aspettare, i pargoletti decisero di andare a giocare con qualcos’altro, ma non prima di avermi omaggiato di un’occhiata di certo molto simile a quella che Hansel e Gretel devono aver riservato ai genitori dopo che li avevano abbandonati nel bosco e loro erano tornati a casa da soli.

Fingendo indifferenza mi tuffai nelle altre 132 “semplici” illustrazioni e, dopo un tempo paragonabile a quello impiegato per l’edificazione del Duomo di Milano, riemersi dal mio isolamento portando in trionfo il maledettissimo castello perfettamente montato.

Marco e Giovanni lo guardarono per circa 5 minuti, dopo di che ripresero a giocare con le macchinine. Decisi comunque che cotanta opera non poteva essere relegata in uno scaffale e gli assegnai un posto d’onore sulla scrivania di Marco.

Passarono i giorni e i miei diavoletti, affascinati dal maniero e dai suoi abitanti, si accapigliavano per chi dovesse muovere i buoni e chi i cattivi, provocandomi non poca soddisfazione nel vedere quanto quel gioco fosse stato gradito.

Arrivò una sera in cui avevamo a cena alcuni amici con i loro bimbi. I grandi chiacchieravano a tavola, i piccoli giocavano in camera; tutto sembrava andare bene fino a quando i nostri ospiti andarono via e, mentre mia moglie preparava Marco e Giovanni per la notte, io andai a rimettere a posto i giochi. Trovando il cadavere del castello sparso, in mille pezzi, sul pavimento della camera di mio figlio.

Mi passarono davanti le 136 immagini, in un attimo decisi che se non erano stati ricostruiti castelli di valenza storica maggiore, anche quello dei Lego sarebbe stato dichiarato distrutto dal tempo e, soprattutto, dall’incuria.

E scrissi anche una letterina che faceva più o meno così: Caro Babbo Natale, l’anno prossimo da noi porta solo i Playmobil. Quelli già montati.

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