Quando il mondo ti crolla addosso

Prima di diventare padre immagini che, quando toccherà a te, vivrai la gravidanza della tua compagna secondo certe regole; quando ti ci trovi dentro con tutte le scarpe, nella maggioranza dei casi non è mai così. Io ho vissuto …Leggi tutto

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Prima di diventare padre immagini che, quando toccherà a te, vivrai la gravidanza della tua compagna secondo certe regole; quando ti ci trovi dentro con tutte le scarpe, nella maggioranza dei casi non è mai così. Io ho vissuto sia l’attesa di Marco che quella di Giovanni in maniera sostanzialmente diversa da come mi sarei aspettato; immaginavo che avrei passato nove mesi con sorriso ebete e urlando al mondo che aspettavo un bambino, invece, dal momento in cui ho avuto la conferma che sarei diventato padre, ho cominciato a muovermi come se camminassi su vetri di Murano, con la terribile paura che qualcosa potesse andare male.

Per fortuna entrambe le esperienze sono andate benissimo, i miei bimbi crescono sani e allegri, ma c’è stato un lungo, lunghissimo momento nella gravidanza di Giovanni in cui abbiamo temuto che così non sarebbe stato e lo scrivo oggi, per la prima volta, perché chi si trova adesso in quella situazione sappia di non essere solo, che è la cosa più importante.

Per un caso ci trovammo con l’ecografia morfologica prenotata in due ospedali diversi, ad un giorno di distanza l’una dall’altra. Ci presentammo al primo appuntamento con la curiosità di vedere meglio il nostro secondo bimbo; tutto andò benissimo, il medico ci rassicurò sulla gravidanza e ci dette anche le immagini dell’esame. Memori del bello scatto ecografico di Marco, che ancora conserviamo ed è, a buon diritto, la prima fotografia del suo album di ricordi, pensammo che quelle che ci avevano dato non fossero altrettanto nitide e, con lo scopo dichiarato di avere delle immagini più belle da far vedere tanto a Marco per presentargli il fratellino, quanto a Giovanni per raccontargli come era cominciata la sua storia, decidemmo di non annullare l’appuntamento del giorno dopo e andare comunque alla visita.

Entrammo nello studio di quel secondo ospedale con cuore leggero, e tutto andò bene fino all’ultima serie di inquadrature quando la dottoressa, senza dire nulla se non un “aspettatemi un secondo”, prese le immagini e si allontanò. Io, a quel punto sì, perso con sorriso ebete in uno schermo nero che rimandava delle immagini che mi dicevano essere gli arti di mio figlio, non colsi; mia moglie, con il sesto senso che solo le madri hanno, si asciugò con gesto rapido il gel sulla pancia, prese la mia mano e guardandomi in un modo che non dimenticherò mai disse: qualcosa non va.

Pochi minuti dopo eravamo nella sala del consulto e un mini-staff ci catapultava nel terrore, pur cercando di non allarmarci e facendoci capire che, nel percorso che ci attendeva, loro sarebbero stati con noi. Giovanni, ci dissero, sembrava avere una patologia polmonare nota come CAM e mia moglie avrebbe dovuto cominciare a sottoporsi ad una serie di controlli a cui, poi, sarebbe seguito probabilmente l’intervento chirurgico sul bambino.

Non ho troppo chiaro quello che accadde dopo, un pochino l’ho forse rimosso, un pochino semplicemente non l’ho compreso perché seguivo il filo dei miei pensieri. Ma che dicono? Non è possibile! Non può capitare a noi! Ieri hanno detto che tutto va benissimo. Ad ogni modo uscimmo con un foglio in mano e una richiesta di Risonanza Magnetica da fare pochi giorni più tardi in un’altra struttura.

Parlammo poco nella strada del rientro, ma la cosa più difficile fu tornare a casa e fingere con Marco che tutto fosse andato a posto, mostrandogli le immagini di quel fratellino che lui già trovava simpatico e per il quale io e sua madre già eravamo in ansia.

Appoggiandoci l’uno con l’altra e grazie all’aiuto di molti amici, riuscimmo a passare quasi indenni da quei mesi così strani in cui se da un lato aspettavamo di abbracciare il nostro bimbo, dall’altro sapevamo che non avrebbe corso alcun pericolo fino a che fosse rimasto nel grembo di sua madre.

Un martedì di primavera arrivò il momento della nascita di Giovanni. Corremmo in ospedale dopo aver lasciato Marco con i nonni, anche lui un pochino spaventato del fatto che quel fratello di cui tanto si era parlato nei mesi prima stesse realmente arrivando fra di noi.

Il parto andò bene, ma tutto lo staff sapeva della probabile patologia di Giovanni quindi, poco dopo essere nato, me lo fecero accompagnare nella culla che lo attendeva nel reparto di neonatologia. Per condurlo lì attraversai con lui in braccio un lungo corridoio il cui silenzio era rotto solo ogni tanto dai metallici bip bip bip delle macchine. Passavo da quel posto, la terapia intensiva neonatale, stringendo mio figlio fra le braccia e sperando che la meta del nostro viaggio assieme alla puericultrice fosse il più lontano possibile.

Arrivammo, accolti da un affetto che rimarrà sempre nel mio cuore. Degli angeli vestiti con camici gialli o viola ci aspettavano sorridenti, ci spiegarono come avremmo vissuto i giorni successivi e, oggi sembra strano scriverlo, ci regalarono un soffio di normalità. L’unica cosa di cui avevamo bisogno.

Da allora si alternarono giorni e notti strane, in cui si scoprì che per fortuna Giovanni non aveva la tanto temuta CAM, ma qualcosa di ben meno preoccupante. Noi facevamo avanti e indietro per stargli vicino e anche Marco, ogni tanto, voleva venire a vedere il suo fratellino dal vetro.

Arrivò la Pasqua e con essa anche la nostra rinascita. Nell’uovo trovammo la più bella delle sorprese. Potevamo tornare a casa col nostro bambino. Fu una festa; Marco, che era venuto con me a riportarsi a casa il suo fratellino strinse finalmente fra le braccia quel fagotto che aveva sempre visto attraverso un vetro. Quello era il vero inizio del loro amore; un amore fraterno che li fa litigare, giocare e consolarsi l’uno all’altro e che rende entrambi indispensabili e irrinunciabili per me e per la loro madre.

Quegli stessi angeli viola e gialli che ci avevano accolto donandoci normalità, ci accompagnarono alla porta riconducendoci alla nostra normalità. Dietro al vetro rimasero altri bimbi e altri genitori, nessuno di loro era solo.

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