Papà, però sei proprio lento!

Se esiste uno sport che io, sardo atipico da sempre più amante di pizzoccheri e canederli che di porceddu e carasau, adoro fare, questo è lo sci. E se esiste qualcosa che ho sempre detestato della montagna …Leggi tutto

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Se esiste uno sport che io, sardo atipico da sempre più amante di pizzoccheri e canederli che di porceddu e carasau, adoro fare, questo è lo sci. E se esiste qualcosa che ho sempre detestato della montagna sono quei nanetti di età compresa fra i 3 e i 7 ani che, dal basso del loro metro o giù di lì, ti si intrufolano dappertutto mentre sei in fila per la seggiovia e, sulle piste, ti sfrecciano accanto facendoti capire che le migliaia di euro spese nel corso degli anni da te o dai tuoi genitori per farti imparare a sciare sono stati assolutamente un investimento sbagliato. Ecco, non avrei mai pensato che, un giorno, fra quei piccoli Gremlins ci fosse anche mio figlio.

Eravamo sulle nevi del Trentino e Marco fu iscritto alla scuola di sci. Nei progetti miei e di mia moglie, che nel frattempo ci alternavamo fra le sciate in solitaria e discese in bob con l’allora piccolissimo Giovanni, doveva essere un modo per avvicinarlo ad uno sport che entrambi amiamo che lo avrebbe divertito in modo sano. Questo il nostro pensiero fino a quando, al rientro dalla lezione del Venerdì Marco ci disse che l’indomani avrebbero fatto la gara di fine corso.

Avendo lui cinque anni, ed essendo spaventato dalla parola “gara”, ci disse che il giorno dopo non sarebbe andato a sciare. Io e mia moglie, realmente convinti di questo, gli spiegammo che si trattava di una sorta di festa finale, un saggio di fine corso in cui il maestro avrebbe visto che progressi avevano fatto e gli avrebbe dato il diploma con le stelle. Convinto dalle nostre parole Marco accettò di tornare sulle piste e l’indomani, di buon ora, arrivammo al campo…dove il panico si impadronì di me e mia moglie.

Quella che fino a 12 ore prima era una normale pista blu, era stata trasformata in un vero campo di gara degno delle olimpiadi di Vancouver; non solo porte, paletti e recinzioni, ma anche, terrificante e immenso…il cronometro per i tempi!

Fra lo sbigottito e l’incredulo ci guardammo, convincendoci, noi come i nostri amici genitori di un altro piccolo sciatore, che quell’apparecchiatura fosse solo per i grandi, ma tutto ci crollò quando al cancelletto di partenza furono chiamati i nostri bambini.

Dopo una serie di affermazioni infastidite su quanto fosse diseducativo mettere realmente in gara bambini così piccoli, di come i nostri figli di certo si sarebbero messi a piangere e si sarebbero rifiutati di scendere tenendo fede al percorso segnato e altre amenità, cominciò la gara…e l’hooligan che è in ogni padre col figlio in gara si scatenò!!

Scesero i primi bambini (alcuni incoraggiati, altri insultati dai genitori perché non erano stati abbastanza veloci, ma di questo parleremo un’altra volta) fino a che toccò a Marco. Visto dal basso, nella cornice del cancelletto di partenza e infagottato con tuta da sci, casco ed occhiali mi sembrò piccolissimo, ma 3 secondi dopo, quando partì realmente, anche attraverso tutta quella impalcatura vidi il suo sguardo serio e concentrato e io, mia moglie, e persino Giovanni, cominciammo a gridare come forsennati: VAI MARCOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO, BRAVOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO.

Arrivato al traguardo fummo tutti in festa e del tempo, onestamente, nessuno si preoccupava più. Scesero gli ultimi bambini e mentre eravamo pronti a tornare a valle, arrivò sul campo qualcosa di ancora più tremendo del cronometro: il podio. Ma sono matti?? Addirittura il podio???

Per fortuna decisero comunque di premiare tutti i bimbi, chiamandoli in ordine inverso; per primo il decimo classificato, poi il nono e così via. Eravamo arrivati quasi alla fine e Marco ancora non era stato chiamato. Cominciammo a pensare che si fossero dimenticati del suo nome, ma mentre cercavamo di capire cosa fosse accaduto l’altoparlante gracchiò un acutissimo: Secondo posto e medaglia d’argento (!) a MARCO!

Noi ci guardammo stupiti, lui si fiondò sul podio come sei ai piedi, invece che scarponi più pesanti di lui, avesse scarpette da ginnastica e ritirò gongolante la sua medaglia e il suo diploma.

Eravamo pronti a tornare in albergo quando Marco, ancora galvanizzato dal suo risultato, mi disse: “Papà, rimaniamo a sciare io e te?”. Chiaramente accettai volentieri, e salutato il resto della ciurma tornammo all’inizio della pista. Era la prima volta che sciavo con mio figlio e, penso comprensibilmente, ero terrorizzato dal fatto che cadesse e si facesse male. Per questo motivo mi misi davanti a lui, scendendo a spazzaneve e, mentre disegnavo curve più ampie del golfo di Sorrento, continuavo a raccomandarmi con lui: “Allarga le code, avvicina le punte, ecco così, bravo, piano…”.

Bastarono 6 curve fatte in quel modo perché il piccolo Gustav Thoeni de noantri si stufasse, mettesse i suoi sci in parallelo, assumesse una posizione da battaglia e, sotto il mio sguardo atterrito, si buttasse a velocità folle verso la fine della pista.

3 secondi di panico puro, poi mi misi all’inseguimento arrivando a fondo pista chiaramente dopo di lui, che già era pronto per risalire e, infastidito dall’attesa, si voltò e disse: “Papà, certo che però sei lento eh!”

Piccolo Gremiln che io stesso ho contribuito a generare, aspetta che si ritorni in montagna il prossimo anno e faccia una lezione sola. A quel punto mangerai la mia sciolina. Sappilo!

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