Lo chiameremo Saetta McQueen!

Quando io e mia moglie scoprimmo di essere in attesa di un secondo bimbo, dopo l’ovvia felicità subentrò la preoccupazione per come Marco, il nostro primo genito, avrebbe accolto la notizia. Inutile dire che ci sentivamo in colpa per il …Leggi tutto

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Quando io e mia moglie scoprimmo di essere in attesa di un secondo bimbo, dopo l’ovvia felicità subentrò la preoccupazione per come Marco, il nostro primo genito, avrebbe accolto la notizia. Inutile dire che ci sentivamo in colpa per il fatto che non sarebbe stato più l’oggetto esclusivo di tutte le nostre attenzioni e di quelle dei nonni e, per cercare di rimediare a questo terribile smacco e seguendo alla lettera i dettami dei libri di pedagogia o pseudo tale, cercammo da subito di coinvolgerlo nell’avvenimento dandogli un ruolo importante: scegliere il nome per il suo fratellino.

Marco sulle prime non ebbe alcun dubbio, e dopo aver pensato con faccia seria per circa 3 minuti proferì solenne: “Ho deciso: lo chiameremo Dumbo!”. Io e mia moglie ci guardammo e, cercando di non deluderlo, cominciammo a trovare delle argomentazioni sensate per evitare al nascituro il nome dell’orecchiuto elefante. Convinto del fatto che l’intruso che stava per materializzarsi in casa sua non sarebbe stato un animale, Marco chiese qualche giorno per scegliere un altro nome e noi, ovviamente, fummo ben lieti di concedergli quel tempo.

Qualche sera dopo, mentre cenavamo, Marco rimise su la sua faccetta sera da omino che ha preso una decisione e, nuovamente, proclamò solenne: “Lo chiameremo Saetta McQueen. Dopo aver rischiato di strozzarci col cibo, provammo a salvare il bimbo anche da quel nome. “Marco, ma Saetta McQueen è anche un cognome, non possiamo chiamarlo così” e lui, “No papà, il cognome è Polo. Saetta McQueen Polo!”. Sconfitto da quella logica stringente mi ritirai in buon ordine, ma mia moglie riuscì a convincerlo ancora una volta che il fratellino non sarebbe stato né un animale, né una macchina e che, quindi, avrebbe dovuto scegliere un nome da bambino. Marco, per effetto della persuasione materna, accettò di pensarci ancora.

La scelta, evidentemente, era molto difficile e ci vollero diverse settimane per arrivare ad un nuovo proclama che, puntualmente, giunse all’ora di cena. “Ho deciso”, fece Marco ancora più solenne delle volte precedenti, “lo chiameremo Peter Pan!” Io e mia moglie ci guardammo in silenzio, Marco colse l’atmosfera e prima che potessimo proferire parola sbottò: “Insomma, Peter Pan vola, ma è un bambino!”.

Per fortuna i bambini cambiano spesso idea; per fortuna nostra e di Giovanni, al quale un giorno, mentre cercherà l’Isola che non c’è, racconteremo di quando ha corso il rischio di chiamarsi Peter Pan.

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