La favola della Natività per una figlia che arriva da lontano

di Giovanni Fasser* Brescia, 16/12/12 Da qualche anno, grazie ad Intercultura, ospitiamo ragazzi da tutto il mondo. La prima circa dieci anni fa, mentre da settembre c’è Kampitchka (Guide, per noi che non conosciamo la lingua Thai), nostra figlia …Leggi tutto

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– Credits: BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images

di Giovanni Fasser*

Brescia, 16/12/12 Da qualche anno, grazie ad Intercultura, ospitiamo ragazzi da tutto il mondo. La prima circa dieci anni fa, mentre da settembre c’è Kampitchka (Guide, per noi che non conosciamo la lingua Thai), nostra figlia fino a luglio prossimo. È l’ottava volta, ma da quando abbiamo una casa insieme, io e Annarita proviamo il piacere di convivere con ragazzi provenienti da paesi molto diversi, dall’Africa, l’America, molti paesi europei, anche per motivi vari (au pair girl, figli di amici, conoscenti, ecc.). Forse è un vizio, oppure semplice curiosità, comunque sempre in relazione alla nostra grande passione per i viaggi e la conoscenza di culture diverse.

Di Guide ho subito notato la solida educazione, la discrezione, all’inizio eccessiva per noi, abituati e tutt’altro: tanto affetto e generosità, ma un gran casino sempre, con espressioni colorite, da cantiere, d’altronde….con un papà geologo. Dopo tre mesi in Italia, a casa nostra, ha imparato a tenere un tono di voce chiaramente più alto, ad abbandonare le scarpe e la giacca ovunque, mai in camera sua, a fuggire quando c’è da apparecchiare il tavolo, ecc., in sostanza ha capito come ci si comporta in una tipica famiglia italiana. La convivenza stretta con una ragazza/o per un anno intero non permette di nascondersi, quindi, se nelle esperienze precedenti avevamo tentato di darci un contegno, questa volta non ci siamo limitati in nulla, e devo dire che la cosa sembra abbia funzionato.

Resta sempre un’esperienza molto intensa e stimolante, “ma non è una passeggiata!”, come ripeto a chi mi chiede come sarà. In estrema sintesi direi che tutto quello che si riceve è direttamente proporzionale a quanto si investe, non tanto in senso economico, quanto da un punto di vista umano, anche se non sempre va tutto per il verso giusto. Stavamo armeggiando nella costruzione del presepio, perché il geologo non si accontenta di montagne disegnate sullo sfondo, quando Francesca, la più piccola, 13 anni, quella che ha un contatto più stretto con Guide, mi ha ricordato che forse lei non sa che cosa sia un presepio, probabilmente non sa nemmeno chi siano Gesù, la Madonna, tanto meno la storia della natività.

È di religione buddista, ha un nonno di origini cinesi, forse ha sentito parlare della religione cristiana, praticata in Europa e in altri paesi occidentali, forse ha letto qualcosa sui libri, o su Wikipedia. Ho cercato di usare i mezzi a lei più congeniali (è arrivata ben fornita di iphone, notebook, ecc.) per spiegarle dove è nato Gesù, ho preso il portatile di Francesca e abbiamo zoomato su googlearth: Palestina, Betlemme, Gerusalemme, dove sono nate le tre principali religioni monoteiste, dove proprio in questo periodo si parla della guerra infinita tra due popoli. Poi ho raccontato la storia di re Erode, della capanna o grotta che sia, del bue e l’asinello e dei pastori,

Guide ascoltava curiosa e stupita, come stessi raccontandole una bella favola. Solo quando si è abituati a viaggiare in paesi lontani si hanno sensazioni simili, si può capire quanto possano essere diverse tra loro le culture e le tradizioni. Mi viene sempre in mente Aditi, la nostra “figlia” indiana, che ci ha rubato il cuore. Veniva da Jansedphur, città della TATA Motors, un “piccolo” centro da 4 milioni di abitanti, come diceva lei. Noi eravamo convinti che fosse di religione induista, mentre lei ci parlò di una religione con un nome irripetibile, professata da centinaia di milioni di abitanti nel Jarkhand (stato dell’India del nord-est) e gentilmente ci comunicò che la sua era una delle 38 religioni ufficialmente riconosciute in India.

Guide era molto divertita mentre vedeva me ed Annarita discutere su come impostare il presepio, sull’albero (che non voglio mai addobbare), sulle orribili luminarie cinesi, con luci a led multicolori, vagamente psichedeliche. Con i ragazzi occidentali ovviamente è più semplice, anche se sono poco religiosi, che, tranne i latini, hanno perso gran parte del significato originale del Natale. Vivono soprattutto la festa, nel senso commerciale del termine.

Per alcuni di loro, come Camilla da NYC, rappresentava un periodo molto importante, a tratti difficile, in cui affiorano malinconie e attimi di felicità. Anche per noi è stato, e lo sarà anche quest’anno, uno stimolo forte a cercar di capire quello che potrebbero gradire i ragazzi sotto l’albero. Con Varpu, dalla Finlandia, abbiamo imparato da dove viene Babbo Natale: solo lei ha potuto descrivere il paese, Rovaniemi, dal quale partono i giocattoli per tutti i bambini del mondo, e per Francesca, che aveva 4 anni, era un mito. D’altra parte con Frida, che era sua coetanea, ha condiviso momenti più frivoli, ma non meno intensi. Abbiamo avuto il piacere di avere con noi anche una ragazza egiziana, Fareeda, di religione musulmana. Anche lei ci ha permesso di cogliere alcuni aspetti della sua cultura in modo diretto e molto singolare, come quando ha descritto il periodo del Ramadan come un momento di pace, in cui tutti cercano di essere solidali, e tutte le attività, compresi i pasti, sono rallentate proprio per questo motivo. Ricordo che in quel periodo in Italia, e in anche nel resto dell’Europa, l’atteggiamento verso i musulmani non era propriamente amichevole, mentre a casa si parlava di pace….potere dell’interculturalità.

 

*Ripensarsi come figli o come genitori. È quello che accade ogni anno ai 1.600 studenti delle scuole superiori che, accolti gratuitamente da una famiglia come dei veri e propri figli, trascorrono un periodo della loro vita in un altro Paese, in uno dei 60 Paesi con cui la onlus Intercultura sviluppa questi programmi di studio e di vita. Ma è quello che accade anche alle 800 famiglie italiane che ogni anno aprono le porte della loro casa a un ragazzo straniero. Con la stessa intensità di emozioni e di affetti che si può avere alla nascita di un figlio, la cui gestazione e la crescita si concentrano però in un unico anno, accompagnate da uno sguardo diverso non solo su di una cultura che sinora era sconosciuta, ma anche sulla propria identità di italiani. Simbolo di questa riflessione è proprio il Natale. Tra gli adolescenti all’estero c’è chi lo vivrà al caldo, su una spiaggia, chi lo sta aspettando per prima volta con trepidazione, avvolto nelle nevi del nord Europa, chi lo festeggerà tra un mese, perché si trova in un Paese ortodosso, chi proprio non lo celebrerà, perché, ad esempio si trova in Cina. Tra le famiglie italiane, la sfida sarà spiegare questo rito a chi probabilmente neppure conosce il cristianesimo, come noi non conosciamo il buddhismo o l’animismo, e di viverlo assieme, sviluppando un sincretismo del tutto personale.

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